Come l'industria bellica avvelena il Pianeta

Rompere la filiera bellica per combattere il cambiamento climatico

Il bilancio militare globale è di circa 2 trilioni di dollari all’anno, di cui 126 miliardi di dollari investiti in armi nucleari. Almeno la metà di questa enorme cifra va alla produzione militare con una spaventosa produzione di CO2, senza che venga contabilizzata dagli indicatori statistici nazionali e internazionali sullo sviluppo sostenibile.

Naturalmente il primato va al Pentagono che è anche il maggior consumatore militare di petrolio del mondo. Nonostante la sua elevatissima impronta ambientale, il contributo dell’apparato militare USA non è adeguatamente contabilizzato tra quelli dei paesi industrializzati, e risulta esente dalle restrizioni decise con gli accordi di Parigi del 2015. Ciò significa che se le emissioni prodotte dall’apparato militare USA fossero tenute in conto, saremmo ancora più lontani dal traguardo che era stato fissato di contenimento delle temperature entro un aumento di 2 °C.

La produzione e il commercio di armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo (armi convenzionali, chimiche e ovviamente il nucleare). Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico.

L’Agenda 2030

Ci sono cose concrete che possono essere proposte ed attuate subito nella cornice dell’Agenda 2030 e rispettando il concetto di “coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile”:

– Iniziare il processo di riconversione ecologica delle spese militari, destinando le risorse così liberate a tutte quelle attività sociali tese a “non lasciare indietro nessuno”.

– Ratificare il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari (dopo la sua entrata in vigore del 22 gennaio 2021, manca ancora la firma dell’Italia).

– Istituire e finanziare adeguatamente i Corpi civili di Pace e il Servizio Civile Universale per prevenire e trasformare i conflitti.

– Elaborare programmi educativi incentrati sul principio e il metodo della nonviolenza per il raggiungimento della giustizia climatica.

– Bloccare da subito il commercio di armi, in particolare verso Paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani (come l’Italia ha fatto recentemente con l’Arabia Saudita).

– Smilitarizzare le frontiere e riconoscere nel diritto internazionale la categoria dei “migranti e rifugiati climatici”.

– Promuovere e finanziare le ricerche e gli studi per la pace e la risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Ripresa e Resilienza

Non c’è un mondo di ieri a cui tornare, ma un mondo di domani da far nascere rapidamente”. Questa consapevolezza è espressa nell’introduzione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ma inutilmente si cercherebbe nel Piano una indicazione su quale mondo nuovo far nascere. È invece quello che ci serve per affrontare le crisi globali a cui stiamo assistendo.

Come sta dimostrando la pandemia, il progredire del riscaldamento globale, del fenomeno migratorio o delle disuguaglianze per affrontare questi temi sono necessarie azioni pubbliche globali e coordinate, che non sono possibili in un mondo dominato dalla competizione tra le nazioni e dall’uso delle armi. Anzi in un mondo del genere le molteplici crisi sfociano inevitabilmente nelle guerre.

Occorrerebbe quindi una nuova politica estera italiana ed europea che avesse come obiettivo la costruzione di una comunità globale con un futuro condiviso, riprendendo il progetto delle Nazioni Unite volto “a salvare le future generazioni dal flagello della guerra” e di collaborazione tra i popoli come elemento dominante delle relazioni internazionali.

In questo contesto l’Italia e l’Europa dovrebbero assumere una posizione di neutralità attiva nel crescente conflitto tra grandi potenze per svolgere un ruolo autonomo di mediazione dei conflitti. Un’Europa non allineata come potenza di pace” e che metta tutto il proprio peso economico e politico sul multilateralismo e la collaborazione tra i popoli è la migliore garanzia per il futuro della pace ed anche per il progresso globale della transizione ecologica e dei diritti umani.

Il PNRR mette inoltre molta enfasi sulla necessità di superare le disparità interne, di genere, territoriali, di reddito, ecc., ma non affronta il problema delle disparità tra l’Italia, l’Europa stessa e il resto del mondo. Una disparità particolarmente rilevante con riferimento al bacino del Mediterraneo e all’Africa e che è una delle cause fondamentali delle migrazioni.

Immaginare uno sviluppo economico che guardi solo all’interno e che non includa le popolazioni a sud del Mediterraneo o che addirittura faccia crescere la disparità, significa preparare un futuro di ulteriori guerre e violenza, oltre che condannare milioni di individui ad emigrare verso l’Europa e l’Europa stessa a trasformarsi in fortezza.

Il cambiamento, dunque, deve essere globale. Il virus ci sta dicendo anche che la nostra sicurezza non dipende dalle armi ma dall’accesso alla salute, all’educazione, alla qualità dello sviluppo, alla distribuzione della ricchezza prodotta, al rispetto della biosfera, e che i nemici da sconfiggere sono le povertà, la corruzione, l’illegalità, lo sfruttamento selvaggio delle risorse del pianeta, la violenza, l’inquinamento dell’atmosfera e degli oceani. Ognuno deve fare la propria parte, individualmente e collettivamente.

Agire per la ripresa con resilienza è il nuovo patto comune: c’è bisogno di una visione profetica, di un respiro ampio, di una nuova capacità di governo. La nonviolenza politica è lo strumento e il fine che bisogna assumere. Per questo è prioritario orientare il rilancio del nostro Paese ai principi ed ai valori della pace. D’altra parte questo è l’unico modo per essere coerenti con i principi e valori dei Trattati europei e con la nostra Costituzione.

Se è vero, come è vero, che non si può vivere sani in un mondo malato, è assolutamente prioritario avere chiaro l’orizzonte verso il quale guardare: tutelare e valorizzare il comune futuro, significa ripensare completamente l’idea stessa di sviluppo. Non si deve puntare sulla quantità, ma bisogna perseguire la qualità del progetto. Ci vogliono coraggio e visione che, coniugati con un sano realismo, possano davvero garantire un futuro amico ad un Italia capace di immaginare e realizzare “pace e disarmo”.

12 obiettivi

Su queste basi e con queste premesse la Rete italiana Pace e Disarmo si è fatta promotrice di proposte emendative al PNRR e ha individuato 12 obiettivi precisi come contributo al processo di formazione del programma “Next Generation Italia”, per uscire dalla crisi:

  1. Una nuova politica estera che definisca come interesse nazionale il co-sviluppo con i popoli del sud e la soluzione negoziata dei conflitti.

  2. Spostamento consistente dei fondi dalle missioni militari all’estero verso la cooperazione e gli aiuti allo sviluppo.

  3. Inserire come obiettivo del PNRR la riconversione dell’industria militare all’industria civile, con fondi per lo sviluppo locale sostenibile.

  4. Istituire l’Agenzia Nazionale per la riconversione, dotandola di fondi necessari per ricerche e studi.

  5. Nel fondo per le “strategie territoriali” relativo al territorio del Sulcis occorre considerare come azione prioritaria la riconversione della produzione di armamenti.

  6. Promuovere la Difesa Civile non armata e Nonviolenta, riattivando il percorso di discussione e di approvazione della proposta di legge di origine popolare: una riforma organica del sistema di difesa del nostro paese, in ottemperanza con gli articoli 11 e 52 della Costituzione.

  7. Inserire nelle opportune Missioni del PNRR le politiche della Difesa civile e nonviolenta che comprenderanno i Corpi civili di pace e l’Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo e avranno forme di interazione e collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile, il Dipartimento dei Vigili del Fuoco ed il Dipartimento per le politiche giovanili e il Servizio Civile Universale.

  8. Mantenere il Servizio Civile Universale nell’ambito delle azioni di “Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore” per valorizzare appieno il ruolo chiave che il Terzo Settore svolge nel sistema del SCU e l’impatto dei giovani volontari nelle comunità.

  9. Potenziamento e stabilizzazione del contingente annuo del Servizio Civile Universale: i 250 milioni chiesti all’Europa che si aggiungono ai 400 stanziati per il 2021 e il 2022 dal Governo devono significare contingenti di 80.000 opportunità all’anno per una stabilizzazione vera.

  10. Valorizzazione delle competenze acquisite dai giovani nell’anno di servizio civile universale. L’Italia e l’Unione Europea hanno tutto da guadagnare da giovani generazioni che sono consapevoli delle competenze (civiche, trasversali e professionali) di cui sono portatrici.

  11. L’educazione alla pace, alla nonviolenza e al rispetto dei diritti umani venga inserita nei programmi scolastici a tutti i livelli – dall’infanzia all’Università.

  12. L’educazione alla pace, alla nonviolenza e al rispetto dei diritti umani abbia uno spazio nella programmazione dei canali radio-televisivi pubblici, prevedendo di inserire nel Consiglio di Amministrazione RAI e la Commissione Parlamentare di Vigilanza della RAI una figura competente per la promozione dell’Educazione alla pace.

Disarmo climatico

Il disarmo climatico è una nozione capace di tenere insieme la complessità dell’analisi teorica e della ricerca di soluzioni pratiche sul tema del cambiamento climatico. L’espressione deriva da quella di “disarmo unilaterale” senza più la necessità di un appello affinché un popolo e un governo facciano prima di tutti gli altri la scelta “eroica” di non cedere più al ricatto della difesa armata e allo spreco di risorse del militarismo, ma con la consapevolezza che gli effetti dei cambiamenti climatici colpiranno tutti. Non c’è un pianeta B, lo sappiamo bene. La scelta al tempo della crisi climatica diventa allora: disarmo-climatico o non-esistenza (parafrasando il “non-violenza o non-esistenza” di Martin Luther King). Che cosa si intende, più in concreto, per disarmo climatico? Almeno tre cose:

  1. Un programma di politiche radicalmente trasformative e coerenti con cui fare pressione su governi, istituzioni e settore privato;

  2. Un approccio alla realtà che può influenzare anche la trasparenza, la responsabilità delle iniziative in campo e future per lo sviluppo sostenibile e la lotta ai cambiamenti climatici;

  3. Un dispositivo teorico per tener testa alle argomentazioni e alla narrazione sulla crisi climatica dell’apparato militare e delle corporazioni ad esso connesse.

    Bisogna però essere consapevoli che quando si parla di cambiamenti climatici o, meglio, di crisi climatica (soprattutto se in termini politici) si indica il rapporto degenere tra la vita umana così come si è sviluppata e il pianeta: la crisi non è del clima, ma della società energivora e consumistica con la quale ne stiamo provocando i cambiamenti. Insomma, il mondo è in fiamme perché lo stiamo bruciando. “The Elephant in the Living Room” (l’elefante in salotto) è un’espressione idiomatica della lingua inglese che sta a indicare una verità appariscente ma scomoda che si preferisce ignorare o minimizzare. Quando si parla di cambiamenti climatici, sotto tutti i punti di vista, l’elefante nella stanza è proprio l’apparato militare con tutte le sue corporazioni istituzionali e private affiliate.

Più di un quarto di secolo fa, Alex Langer scriveva che “il cambiamento del clima come fattore epocale causato da incuria e dissipazione umana è oggi tra le maggiori sfide dell’umanità in assoluto”. Mezzo secolo prima di lui il Mahatma Gandhi indicava l’unica soluzione possibile “o l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”.

Tocca a noi, ora, mettere in pratica gli insegnamenti: il disarmo climatico per fare pace con la natura e tra gli umani.

Articolo tratto dalla rivista trimestrale cartacea Ecologica – n.1 Marzo 2021

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