Dalla Basilicata condanne per le multinazionali del petrolio

L’emergenza climatica e le multinazionali climalteranti, come ENI

Abbattere le emissioni di gas entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 sono gli obiettivi da realizzare per provare a invertire la rotta e salvare il Pianeta e l’esistenza dell’Umanità stessa.

Non possiamo più negare l’emergenza climatica. La distruzione continua e sistematica, operata per gran parte dall’azione umana direttamente o indirettamente, è nota a tutti. Un ulteriore drammatico allarme è stato lanciato a livello mondiale proprio in questi giorni.

L’epoca geologica che stiamo vivendo è definita Antropocene proprio per sottolineare come una sola specie, quella umana, stia condizionando fortemente l’intero sistema terrestre, a livello planetario, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica e metano nell’atmosfera.

La Terra ospita quasi 7,9 miliardi di persone e i comportamenti di ogni singolo individuo impattano in modo rilevante sul Pianeta. Tuttavia, non tutti gli individui portano la stessa responsabilità. Basti pensare ai seguenti dati: un italiano medio produce quasi il doppio di CO2 rispetto alla media mondiale e utilizza combustibili fossili per quasi il triplo della media mondiale (per es, possedendo un’auto ogni due abitanti, rispetto a una media mondiale di una ogni dieci); i suoi consumi, per diventare non solo eco-sostenibili ma anche meno ingiusti verso gli altri componenti del genere umano, dovrebbero ridursi del 75%.

Ma i consumi dipendono dalla produzione di beni e servizi di industrie e multinazionali, le cui costanti ed enormi emissioni sono direttamente causative dei cambiamenti climatici. A tal proposito, secondo uno studio svolto dal Climate Accountability Institute, solo venti aziende hanno contribuito collettivamente ad emettere 480 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e metano, principalmente dalla combustione dei loro prodotti, pari al 35% di tutte le emissioni di combustibili fossili e cemento in tutto il Mondo dal 1965 (totale globale di 1,35 trilioni di tCO2e). Esaminando l’intero dato storico, ci accorgiamo che 103 imprese che operano nel settore dei combustibili fossili hanno emesso il 70% dei gas serra, nel periodo che va dal 1751 al 2017. In una ricerca del 2017 dello stesso Istituto, tra le 224 aziende operanti nel settore delle energie fossili, che nell’anno 2015 hanno determinato il 91% delle emissioni di gas serra industriali, ed oltre il 70% di tutte le emissioni globali, figura al 30° posto ENI spa, il maggior emittore italiano di gas serra.

Eni e la tutela del clima: un binomio imperfetto

Del resto, numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato come le multinazionali che operano nel settore fossile siano responsabili non solo dell’inquinamento, ma dell’instabilità climatica globale.

ENI, per esempio, nel periodo che va dal 1988 al 2015, ha emesso 5.319 Mt CO2-eq cumulative, pari allo 0,6% delle emissioni industriali globali di gas serra.

Se dal sito della multinazionale, a prima vista, traspare la consapevolezza della crisi climatica in atto e la necessità di investire in fonti rinnovabili e in azioni che non siano climalteranti, navigando le diverse sezioni destinate alla sostenibilità e all’impegno nella riduzione dell’emissioni ci si rende conto che l’operato di ENI in tal senso non solo appare comunque marginale rispetto alla centralità dell’energia fossile, ma per certi versi viaggia in un direzione opposta all’auspicata neutralità climatica e carbonica.

Peraltro, per comprendere a pieno l’azione che il gruppo ENI intende svolgere negli anni a venire, basta dare uno sguardo al suo Piano Strategico 2021 – 2024, dove il fossile non è certo abbandonato, nella contraddizione, tra l’altro, con il protocollo d’intesa con ANP – Associazione Nazionale dei Presidi – proprio da ENI siglato per informare i Docenti sull’emergenza climatica e sulla dannosità climatica dell’energia fossile.

L’azione delle Rete “Legalità per il Clima”

Da queste contraddizioni muove l’iniziativa promossa da “Legalità per il Clima”, la rete di giuristi per la giustizia climatica, che ha redatto nei confronti dell’intero gruppo ENI spa formale diffida civile, rilevando come “ENI spa, attraverso le attività poste in essere e programmate sulla base delle sue strategie aziendali, stia contribuendo da decenni all’aggravamento della stabilità del sistema climatico e, per l’effetto, a minacciare il godimento dei diritti fondamentali”.

Secondo i dati forniti dal documento, ENI spa non solo risponde della propria responsabilità storica nel condizionare negativamente il clima, ma risponde anche sul futuro, dato che tenderà ad aumentare le emissioni anziché ridurle, contravvenendo di fatto all’Accordo di Parigi.

Infatti, ad avviso dei giuristi firmatari della diffida, l’intero gruppo multinazionale aumenterà nel breve periodo le proprie estrazioni fossili, e di conseguenza anche le emissioni climalteranti, almeno fino al 2024, per poi preventivarne il ridimensionamento a partire dal 2025 sino al 2030, riducendo le emissioni di appena il 25%, con un’ulteriore riduzione del 35% nel 2040 – 2050 e del 60% per l’intensità carbonica.

Inoltre, l’intero gruppo ENI spa dichiara di fare affidamento strategico, nella sua lotta al cambiamento climatico, sugli strumenti compensatori cosiddetti REDD-Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation (programmi che prevedono l’incremento della riforestazione) sullo stoccaggio di CO2 (che non impedisce le emissioni fossili climalteranti ma semplicemente le cattura sotto terra una volta emesse, attraverso procedimenti comunque energivori), e sul c.d.  idrogeno blu (che comporta pur sempre l’impiego del fossile).

Tuttavia, tali opzioni, ad avviso dei firmatari della diffida, non sembrano risultare in linea con i tempi dell’emergenza climatica, identificati dalla formula scientifica E = R x U, dove l’emergenza (E) è data dall’aumento dei rischi (R) dei danni catastrofici planetari, moltiplicata l’urgenza (U) del pochissimo tempo a disposizione per scongiurarli concretamente e definitivamente (entro appunto il 2030).

E la formula scientifica vincola ENI come parametro di diligenza informata.

Pertanto, secondo i giuristi, e alla luce appunto della migliore scienza mondiale, lo scenario perseguito dall’intero gruppo ENI spa “non mira a contrastare l’emergenza climatica, quanto piuttosto a gestire il rischio degli effetti del cambiamento climatico, sperando di poter continuare a fare affari con il fossile”.

Proprio per questo, la Rete per la giustizia climatica chiede alla multinazionale di deliberare in merito all’abbattimento effettivo delle emissioni di gas serra secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi, di abbandonare entro e non oltre il 2022 qualsiasi finanziamento al fossile e di rinunciare completamente alla produzione di idrogeno blu.

Se ENI non dovesse decidere nulla entro la data del 10 Novembre del 2021, si aprirà la strada del giudizio civile per responsabilità extracontrattuale dell’intero gruppo aziendale, in base agli artt. 2043 e 2051 del Codice civile italiano e nel quadro dei vincoli europei e internazionali di lotta al cambiamento climatico; anche perché ENI spa è un’impresa pubblica partecipata dallo Stato, quindi sottoposta all’art. 43 della Costituzione italiana. Di conseguenza, i suoi interessi di profitto non possono prevalere sull’utilità generale e i preminenti interessi pubblici perseguiti dallo Stato, la cui sovranità, com’è noto, “appartiene al popolo”, ossia alle persone colpite e compromesse dal cambiamento climatico.

Dunque, una nuova via di azioni cittadine a tutela del clima si apre accanto alla causa civile “Giudizio Universale”, promossa sempre dalla rete “Legalità per il clima”.

 

 

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