maiali nelle gabbie
maiali nelle gabbie

Nel nostro pianeta purtroppo circa un miliardo di persone soffre la fame cronica, questo è dovuto al crescente aumento della popolazione (circa 7,8 miliardi) che per soddisfare i propri bisogni (alcuni egoistici) sta spingendo la terra oltre i propri limiti, e molto spesso la causa è quasi sempre riconducibile all’insostenibilità del sistema alimentare.

Niente gabbie né allevamenti intensivi

Quindi è necessario ripensare il sistema alimentare globale, a cominciare dagli allevamenti intensivi di carne che dovrebbero essere abbandonati per favorire gli allevamenti estensivi. Infatti gli allevamenti intensivi sono responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra, utilizzando circa il 20% delle terre emerse come pascolo, il 40% dei terreni coltivati per la produzione dei mangimi, e l’elevata densità degli animali al suo interno rappresenta un fattore di rischio per la diffusione di agenti patogeni come i coronavirus o altri virus.

Per rispondere a questa situazione e alle 1,4 milioni di firme raccolte dai cittadini europei per l’iniziativa “End the Cage Age”, la Commissione europea lo scorso 30 giugno ha deciso di vietare entro il 2027 l’utilizzo delle gabbie all’interno degli allevamenti. In Italia il Ministero delle Politiche agricole e quello della Salute sono da tempo al lavoro per un sistema di certificazione su base volontaria del “benessere animale”, basato sulla classificazione “ClassyFarm”, e al termine di questo processo probabilmente verrà istituita una nuova etichetta di “benessere animale”, che sarà applicata ai prodotti alimentari di origine animale e potrà essere ottenuta solo seguendo i criteri stabiliti dai due ministeri.

Ancora nessuna garanzia certa

Quindi grazie a questa nuova etichetta potremmo sapere se la carne viene da un allevamento intensivo? Sapremo che gli animali non sono stati allevati in gabbie? Purtroppo no, perché dalle poche informazioni, che i due ministeri hanno reso note, si può vedere come i criteri scelti siano assolutamente insufficienti per garantire un reale miglioramento del benessere animale. Infatti i criteri attualmente prevedono che per ricevere la certificazione di “benessere animale” basterebbe allevare un maiale di 170 kg in poco più di un metro quadrato di spazio (il minimo consentito dalla legge), inoltre tra le misure sarebbero ammessi anche interventi come la costruzione di biodigestori per i liquami zootecnici, che necessiterebbe di contesti con una densità molto elevata, dove il benessere animale difficilmente potrebbe essere garantito. In questo modo le nuove etichette finirebbero con l’illudere i consumatori di poter acquistare dei prodotti più rispettosi del benessere animale, e penalizzerebbero gli allevatori virtuosi che già si sono impegnati per una vera transizione dei sistemi di allevamento, i cui prodotti verrebbero equiparati a quelli provenienti dagli allevamenti intensivi.

Per evitarlo, Greenpeace insieme ad altre associazioni chiede da tempo di adottare criteri più ambiziosi, che portino a una certificazione con diversi livelli progressivi di benessere animale, al chiuso e all’aperto. Se usciamo fuori i confini del nostro paese, un’etichetta simile per la carne viene impiegata da tempo su base volontaria nei supermercati tedeschi, inoltre una delle principali catene del Paese, ALDI, si è impegnata a eliminare gradualmente dai suoi scaffali di carne fresca i prodotti appartenenti alle due categorie più basse del benessere animale, con l’obiettivo di offrire ai clienti solo prodotti con i due standard più elevati entro il 2030.

Come si possono superare gli allevamenti intensivi?

Gli allevamenti intensivi rappresentano una grande minaccia alla biodiversità globale, e il WWF in vista della sua partecipazione al pre-Summit delle Nazioni Unite sui Sistemi alimentari, promuove il passaggio agli allevamenti estensivi per raggiungere un’alimentazione sostenibile che preserverebbe la biodiversità. L’allevamento estensivo infatti consentirebbe di tutelare il benessere animale, la biodiversità degli habitat, e valorizzerebbe le culture e le tradizioni locali. Questo tipo di allevamento si basa sui pascoli e sulla pastorizia. Quest’ultima ha un ruolo importante per la conservazione della biodiversità, infatti nell’Unione europea alcuni habitat, classificati come prioritari, dipendono direttamente dal mantenimento di un carico sostenibile di pascolo degli animali, e adesso quasi il 20% degli habitat seminaturali di interesse comunitario è gravemente minacciato dalla riduzione della pratica del pascolo. In merito a questa situazione, Isabella Pratesi, Direttore Conservazione di WWF Italia, ha dichiarato:

«In assenza delle tradizionali attività pastorali si assiste allo sviluppo di nuclei arbustivi, viceversa, in presenza di un carico eccessivo di bestiame si assiste a fenomeni di erosione e perdita di biodiversità. Il pascolo ha anche un ruolo importante nell’incrementare il contenuto di carbonio organico nel suolo, e nell’alimentare fauna e flora del suolo e tutta la catena alimentare che ne deriva».

Bisogna offrire quindi un maggiore sostegno economico a quelle attività che praticano l’allevamento senza gabbie ed estensivo, le quali devono fare i conti con la concorrenza sul mercato della carne a bassissimo prezzo proveniente dagli allevamenti intensivi. Per questo la definizione della futura PAC 2022 rappresenta una grande opportunità per facilitare l’accesso di queste aziende ai notevoli finanziamenti pubblici disponibili. Al pre-Summit il WWF rilancierà il proprio manifesto Food4Future. Si tratta di una campagna in cui il WWF lancia un’alimentazione sostenibile attraverso quattro punti. Il primo è “GROW BETTER – COLTIVA SOSTENIBILE”, per un’agricoltura sostenibile che produce alimenti e materie prime senza superare i limiti del Pianeta.

Carne da allevamenti estensivi

Questa nuova rivoluzione agricola si basa su tre grandi principi: convertire le pratiche agricole, proteggere e aumentare le aree ad alta naturalità, e ridurre l’utilizzo di sostanze chimiche. Il secondo punto è “FISH BETTER – PESCA SOSTENIBILMENTE”, per una pesca sostenibile che: non distrugge gli habitat marini e costieri, non contribuisce in modo significativo al rilascio di gas serra, non minaccia le specie a rischio di estinzione e protette, non inquina, considera adeguatamente gli interessi delle comunità associate, non opera alcuna trasgressione dei diritti umani fondamentali né dei diritti dei lavoratori, non mina la sicurezza alimentare, ed è legale e tracciabile. Il terzo punto è “EAT BETTER – MANGIA SOSTENIBILE”, per le diete sostenibili che devono rispettare i seguenti criteri: concorrere alla protezione e al rispetto della biodiversità e degli ecosistemi, ottimizzare le risorse naturali e umane, possedere un elevato valore socio-culturale ed essere economicamente eque e accessibili. Il quarto punto è “USE BETTER – ZERO PERDITE E SPRECHI ALIMENTARI”, per ridurre sensibilmente le perdite alimentari, che ha due grandi obbiettivi: ridurre fino a eliminare le perdite lungo le filiere, in campo e in mare; eliminare gli sprechi domestici.

Basta gabbie

La raccomandazione del WWF a quei consumatori, che includono la carne nella loro dieta, è quella di cercare di acquistare la carne da allevamenti estensivi, meglio se certificata biologica e con animali non allevati in gabbie.

Leggendo questo articolo spero che tutti possano comprendere come il nostro futuro e quello del Pianeta dipendano dalle scelte che facciamo anche a tavola.

Fonti:

https://www.wwf.it/cosa-facciamo/campagne/food4future/

https://www.wwf.it/area-stampa/wwf-alle-nazioni-unite-lallevamento-estensivo-come-strategia-di-conservazione-della-biodiversita/

https://www.wwf.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/dalle-pandemie-alla-perdita-di-biodiversita-dove-ci-sta-portando-il-consumo-di-carne/

https://www.greenpeace.org/italy/storia/14023/carne-da-allevamento-intensivo-potremmo-non-saperlo-mai/

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