La sfida della Green Revolution è ora

Una sfida non più rimandabile

Mentre proviamo ad uscire da un’emergenza epocale, quella di una pandemia che purtroppo ha determinato una vera “disruption” sul sistema economico, sociale, ambientale, un’altra enorme sfida ci aspetta: quella della vera e unica “Green Revolution” che, oggi più che mai, non è più rimandabile. La crisi sanitaria che stiamo vivendo ha infatti aumentato la consapevolezza di come il modello economico e sociale attuale sia fragile e come sia necessario un veloce cambio di paradigma per riformulare tutto, anche perché le crisi climatiche e sanitarie globali diventeranno sempre più impegnative. Cominciamo quindi a ragionare su come far ripartire il comparto della nostra industria più virtuosa, ovvero l’economia circolare, quella che più di tutte riduce l’impatto sul territorio, sull’ambiente e sulla salute pubblica, un vero driver strategico per ridisegnare l’economia dal punto di vista della competitività e della sostenibilità. Dobbiamo infatti accelerare il percorso di attuazione della Green Revolution per riprendere a correre verso un nuovo modello economico che riguarda non soltanto lo sviluppo di nuove aziende e filiere cosiddette green ma anche il rafforzamento di quelle esistenti, e soprattutto, la profonda revisione in chiave green dei processi e dei prodotti, cosiddetti brown, dei settori tradizionali. E tutto questo non può che favorire una domanda crescente di tecnologie, prodotti e servizi ambientali.

I vantaggi dell’economia circolare

Per questo è necessario avere un approccio sistemico e coinvolgere tutti gli attori: i cittadini, le imprese, le istituzioni e la ricerca. Ciò che manca nel nostro Paese è la visione dell’economia circolare come chiave di ripensamento del modello economico nella sua interezza, dall’organizzazione interna, alla catena di approvvigionamento, alla produzione, al rapporto con i fornitori anche, se necessario, introducendo un sistema di incentivi di medio e lungo periodo. Infatti se vogliamo davvero affrontare la cosiddetta “transizione ecologica”, che oggi non è più rimandabile e che diventa invece un imperativo di vera e propria Green Revolution, non possiamo evitare di impegnarci per spostarci da un sistema più lineare ad un sistema di rigenerazione di tipo circolare, che riporti il sistema economico ad emulare il sistema naturale. L’economia circolare cambia tutta la catena del valore con l’obiettivo di allungare il più possibile la vita dei componenti e dei prodotti in generale, affinché si possa fare un uso efficiente delle risorse di cui disponiamo minimizzando gli sprechi, con il riuso e il re-design, dalla eco-progettazione a processi di produzione orientati al risparmio delle risorse e alla automazione, a nuovi modelli di consumo privilegiando sempre il riuso e il riadattamento, all’ottimizzazione della gestione del fine vita, al recupero e al riciclo. L’Italia, pur essendo un’economia avanzata, dispone di risorse naturali molto limitate e questo costituisce un rischio ma anche un’opportunità. Il settore manifatturiero italiano è infatti competitivo, ma il costo delle materie prime importate e la relativa incidenza sul costo finale dei prodotti sono alti. I vantaggi dell’economia circolare sono per l’Italia quindi di tipo strategico (minore dipendenza da materie prime localizzate in Paesi ad alta instabilità e senza rispetto dei diritti umani), economico (riduzione dei costi di approvvigionamento di materie prime e di conferimento rifiuti), sociale (nuova occupazione e nuove competenze) e ambientali (contenimento delle emissioni dannose per l’ambiente). I dati Istat sulle performance di produttività italiana mostrano purtroppo con evidenza il differenziale tra il nostro Paese e i principali competitor internazionali: nel periodo 1995-2018 la produttività del lavoro ha registrato una crescita media annua dello 0,4%, e quella del capitale un calo medio annuo dello 0,7%. E’ solo con investimenti in ricerca e formazione o anche in comunicazione, ma soprattutto con la diffusione dell’eco-innovazione, che potremmo davvero incrementare le performance ambientali con soluzioni al tempo stesso efficaci ed efficienti in termini di costi e valide per aumentare la nostra produttività.

Green appeal

Ma qual è la spinta che potrebbe essere alla base della “Green Revolution”? Global/Webindex, in un’indagine condotta alla fine del 2018, ha condotto una importante survey su un campione di persone dai 16 ai 64 anni, chiedendo loro se fossero disposti a spendere di più per dei prodotti eco-friendly; le risposte sono state: sì, per il 58% dei ragazzi dai 16 ai 21 anni (la cosiddetta “Generazione Z”); sì, per il 61% dei “millennial” (dai 22 ai 35 anni); sì, per il 55% delle persone dai 36 ai 54 anni (la “Generazione X”); la percentuale scende, ma non di molto, per i “Baby Boomer” (dai 55 ai 64 anni): il 46% di loro è disposto a pagare di più per un prodotto o un servizio green. Dall’acquisto di articoli ecologici alla riduzione dei consumi d’acqua o energetici, tutto viene oggi visto in un’ottica di sostenibilità, con l’obiettivo non solo di ottenere benefici ambientali nell’immediato ma anche garantire la sopravvivenza della nostra specie, dal momento che la nostra epoca lotta ogni giorno con la scarsità di risorse. L’eco-innovazione è considerato uno dei principali driver dello sviluppo sostenibile e della transizione verso un nuovo modello economico basato su un approvvigionamento e uso più sostenibile delle risorse e sulla riduzione degli impatti ambientali e sociali, ai fini di un miglioramento generalizzato della qualità della vita, tenendo conto delle innovazioni ambientali, inclusi gli strumenti di certificazione ambientale quali l’Emas; tenendo conto del ruolo che le politiche ambientali internazionali, nazionali e locali potranno avere nel favorire tali innovazioni, tenendo conto degli effetti socio-economici che l’adozione di tali innovazioni comporta, ad esempio sulla competitività e sulla profittabilità d’impresa e degli effetti ambientali, intesi come l’analisi delle relazioni tra cambiamento di tipo “green” e le performance ambientali conseguite. L’eco-innovazione è quindi sempre più insistentemente al centro del dibattito, sia accademico che politico, in quanto è generalmente considerata come un fattore cruciale per permettere un maggiore raccordo tra crescita economica e pressione ambientale, permettendo alle imprese di ridurre il proprio impatto sull’ambiente senza rinunciare alla competitività e, in alcuni casi, incrementandola grazie ai vantaggi economici derivanti dall’eco-innovazione.

Eco-innovazione

Il primo concetto che dobbiamo chiarire è quello della differenza tra il termine “innovazione ambientale” e quello “eco-innovazione”, il secondo infatti rappresenta una articolazione del primo e viene applicato se e solo se quando a un minore impatto ambientale della produzione risulta un miglioramento nelle performance economiche delle imprese innovative. L’eco-innovazione rappresenta, a mio avviso, anche lo strumento concettuale più efficace e completo per guidare la transizione da “economia lineare” a “economia circolare” in cui i prodotti mantengono il loro valore aggiunto il più a lungo possibile con l’obiettivo di arrivare a “rifiuti zero”, investendo in innovazione nei mercati dei materiali riciclati, progettazione ecocompatibile, nuovi modelli imprenditoriali e di consumo, favorendo la nascita di nuove professionalità, riqualificando quelle esistenti e producendo nuova occupazione, elaborando politiche adeguate di supporto. Ma eco-innovazione è anche e soprattutto economia della conoscenza e cultura della responsabilità individuale e collettiva che porta a dare maggiore enfasi ai processi partecipativi/inclusivi e alla informazione e interazione tra i diversi soggetti interessati. L’eco-innovazione è stata definita a livello europeo come “qualsiasi forma di innovazione che riduce impatti negativi per l’ambiente, aumenta la resistenza alle pressioni ambientali e consente un uso più efficace e responsabile delle risorse naturali”. A livello globale non esiste ancora oggi neanche una definizione universalmente accettata di eco-innovazione, comunemente indicata con l’introduzione di un nuovo prodotto o processo produttivo o ancora sistema gestionale, che non solo è in grado di migliorare gli impatti ambientali di un’attività economica ma permette contestualmente un miglioramento delle performance economiche dell’impresa o dell’impianto che la introduce*.

Digitalizzazione

L’eco-innovazione non potrà prescindere dalla digitalizzazione, per arrivare alle “Green Homes”, al “Green Working”, alla “Green Factory” e alle “Green Cities”. La prima area di impatto della digitalizzazione, più evidente e meno considerata, è quella della digitalizzazione dei documenti: il classico cartaceo può oggi essere facilmente sostituito da una copia digitale, visualizzabile mediante PC o altri dispositivi, con vantaggi enormi in termini di riduzione dell’impatto ambientale (carta) e di risparmio economico, fruizione e condivisione in tempo reale, sicurezza e per l’aumento delle vendite, visto che documento digitale è anche una preziosa fonte di dati, che si possono raccogliere, processare, analizzare e interpretare in maniera automatica. Un altro aspetto riguarda le “Green Homes”, case intelligenti e digitali, con la diffusione dell’IoT (Internet of Things, ovvero la connettività Internet applicata agli oggetti), che inquineranno sempre meno, dotate di “assistenti personali”, basati su comandi vocali, sull’analisi dei dati e sull’intelligenza artificiale, con i “contatori intelligenti” che molte aziende di servizi già mettono oggi a disposizione e con sistemi digitalizzati per l’illuminazione, il riscaldamento, la climatizzazione, la sicurezza per la riduzione dei consumi e delle emissioni, oltre che con un aumento del comfort e della salute di chi ci abita. O le “Green Factory”, capaci di ottimizzare in maniera continua i propri processi produttivi rendendoli al contempo sempre più sostenibili, con consistenti risparmi energetici, riduzione degli sprechi, monitoraggio e abbattimento delle emissioni inquinanti. Ma anche il “Green Working”, lavoro smart o agile che, se ben gestito, sta già portando molti vantaggi, con la riduzione di spostamenti e traffico, e conseguente miglioramento della qualità di vita dei singoli e della comunità. Questa scelta, adottata sempre più spesso dalle aziende anche nel nostro Paese e ancora di più oggi in epoca di pandemia, permette di mantenere la massima efficienza professionale riducendo al contempo tutte quelle esternalità negative per l’ambiente legate proprio alle attività lavorative, prima fra tutte il traffico. Inoltre la digitalizzazione ci permetterà di vivere nelle “Green Cities”, città sempre più interconnesse, in cui le infrastrutture “dialogano” con il cittadino, e migliorano la qualità della sua vita, più efficiente, a misura d’uomo, con un abbattimento significativo dell’inquinamento.

*MANUALE DI MAASTRICHT

Inno4sd (Innovation for sustainable development network) ha realizzato il “Manuale di Maastricht sulla misurazione dell’eco-innovazione per un’economia verde”, elaborato da parte di un team internazionale di ricercatori (tra i principali partner di Inno4sd in Italia figura ad esempio l’Università di Ferrara). Il Manuale si propone di offrire indicazioni sulla misurazione dell’eco-innovazione, in modo da fornire dati di alta qualità per la ricerca e le politiche a sostegno della Green economy e, in particolare, suggerisce linee guida per la misurazione statistica dell’eco-innovazione. Propone inoltre la definizione di uno standard internazionale per “eco-innovazione” accettato e applicato da tutti i Paesi, per fornire indicazioni per l’ impostazione relativamente alla raccolta e interpretazione dei dati sull’eco-innovazione e per garantire la confrontabilità e la creazione di un sistema di misurazione a quattro pilastri per misurare il contributo reso all’economia verde, composto da indicatori di tipo ambientale, di eco-innovazione, di eco-policy, di benessere socio-economico. Gli indicatori ambientali forniscono la base per misurare gli effetti delle attività di eco-innovazione e delle politiche ecologiche. Gli indicatori di eco-policy misurano l’influenza delle politiche sulle prestazioni ambientali attraverso l’eco-innovazione e servono per orientare le politiche e identificare mancanze nelle politiche alle quali è necessario porre rimedio. Gli indicatori sul benessere socioeconomico non riguardano direttamente la catena dei risultati dell’innovazione, ma sono molto importanti per garantire che i passaggi a un’economia sostenibile non comportino effetti collaterali indesiderati come una maggiore disuguaglianza.

Articolo tratto dalla rivista trimestrale cartacea Ecologica – n.1 Marzo 2021

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