Sempre meno spiagge libere in Italia

Più del 50% del litorale sabbioso sottratto alla libera fruizione

Le spiagge libere sono sempre meno, mentre aumentano i litorali sabbiosi a rischio erosione in tutta Italia. È questa la situazione che emerge dal Rapporto Spiagge 2021, curato da Legambiente.

I numeri sono molto chiari: secondo l’ultimo monitoraggio del Sistema informativo demanio marittimo (S.I.D), oggi le concessioni balneari sono 12.166 con un aumento del 12.5% in tre anni. Diventa sempre più difficile per molti italiani trovare una spiaggia libera per godersi una giornata in riva al mare. È un fenomeno che riguarda l’intera penisola e non più solo le spiagge del centro-nord, come dimostra la crescita delle concessioni balneari in Sicilia. Secondo le stime di Legambiente, se si considerano tutte le forme di concessione, oltre il 50% del litorale sabbioso in Italia è sottratto alla libera e gratuita fruizione. A questi numeri, va ricordato che il 7.7% delle coste sabbiose è interdetto alla balneazione con Campania e Sicilia che insieme contano 55 km sugli 87 km di costa interdetti perché inquinati.

Non esiste una legge nazionale che imponga un limite massimo per le concessioni

Gli stabilimenti balneari occupano da soli il 43% delle coste sabbiose, con percentuali che sfiorano il 70% in Liguria, Emilia-Romagna e Campania. Nel Comune di Gatteo (Forlì-Cesena) non esistono spiagge pubbliche, mentre a Pietrasanta (LU), Camaiore (LU), Montignoso (MS), Laigueglia (SV) e Diano Marina (IM) gli stabilimenti balneari occupano oltre il 90% delle spiagge. Nel suo rapporto, la storica associazione ambientalista mette in guardia la politica sulle pesanti trasformazioni del demanio pubblico, che ipotecano la possibilità dei cittadini di accedere liberamente al mare.

In Italia non esiste una legge che imponga un tetto massimo di spiagge da dare in concessione. La Puglia e la Sardegna sono le uniche regioni in Italia a garantire il 60% di spiagge libere, altre regioni hanno imposto delle percentuali minime di spiaggia libera o attrezzata. Il problema spesso è il mancato rispetto di tali norme dai Comuni costieri. In Toscana, Basilicata, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Veneto non esiste nessun limite regionale. Legambiente, nel suo studio, propone una legge nazionale che stabilisca un limite massimo del 50% per le spiagge in concessione in ogni Comune con l’obiettivo di premiare anche la qualità dell’offerta delle spiagge in concessione. Il report sottolinea che sono in crescita gli stabilimenti “green” che hanno fatto della sostenibilità una loro caratteristica principale.

I canoni di occupazione degli stabilimenti restano bassi

La polemica sui canoni irrisori pagati dagli stabilimenti balneari si ripropone ciclicamente nel dibattito pubblico. Legambiente rileva anche l’assenza di dati aggiornati sui canoni pagati per l’utilizzo di beni del demanio statale. Gli ultimi dati disponibili sono del 2019 e quantificano l’ammontare dei canoni a 115 milioni di euro, di cui 83 riscossi. Al tempo stesso non sono stati ancora versati 235 milioni di euro di canoni dal 2007. Il Decreto Agosto (DL 104/2020) ha aumentato il canone minimo da 362.90 euro a 2.500 euro, si tratta di un primo timido passo che garantirebbe un maggior gettito per 39 milioni annui.

L’erosione delle coste cresce a causa dei cambiamenti climatici e dell’azione dell’uomo

Se le spiagge libere stanno diminuendo, la loro erosione aumenta notevolmente. Oltre il 46% delle coste sabbiose sono soggette a erosione, con picchi superiori al 50% in tutto il Mezzogiorno. Questi numeri sono destinati ad aumentare, basti pensare tra il 1970 e il 2020 sono già scomparsi almeno 40 milioni di metri quadrati di spiagge.

L’erosione delle coste è un fenomeno naturale che è aggravato dagli effetti dei cambiamenti climatici. Le aree costiere sono sempre più colpite da fenomeni meteorologici estremi come mareggiate e trombe d’aria, mentre l’innalzamento del mare e delle temperature modificherà radicalmente il paesaggio costiero italiano. Secondo Legambiente, il vero problema è aver antropizzato le spiagge e le dune privando il confine dinamico tra terra e mare di quella capacità naturale ad autoproteggersi.

Le azioni intraprese contro l’erosione sono prive di coordinamento

La risposta più diffusa al fenomeno dell’erosione è stata la realizzazione di opere rigide come pennelli e barriere frangiflutti per la difesa di spiagge, porti e edifici. Questi interventi, spesso realizzati a seguito di mareggiate e senza un preciso coordinamento, hanno risolto parzialmente il problema, spostando via via l’erosione nel senso di scorrimento della corrente longitudinale litoranea di fondo.

La spesa pubblica dello Stato per difendere le spiagge è di 100 milioni di euro, perfino inferiore alla somma incassata dai canoni delle concessioni balneari. Quest’ultimo aspetto dovrebbe aprire una riflessione fra gli elevati incassi privati degli stabilimenti balneari (pur con le dovute differenza fra le mete turistiche) e i canoni effettivamente pagati allo Stato, poiché la spesa per fronteggiare l’erosione è pagata ugualmente da tutti i cittadini. Non mancano, tuttavia, nel rapporto esempi di buon pratiche per la tutela dei litorali sabbiosi.

 

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