Addio plastica. Intervista a Cosimo

L’inquinamento da plastica rappresenta una delle grandi sfide che dobbiamo affrontare se vogliamo realmente realizzare quella transizione ecologica necessaria per salvaguardare il benessere del Pianeta e, in definitiva, anche il nostro.

Occorre ripensare non solo le nostre abitudini, ma anche i nostri sistemi produttivi, cercando nuove soluzioni all’uso della plastica.

Per questo abbiamo voluto intervistare Cosimo Maria Palopoli, Tecnologo Agroalimentare, Amministratore Delegato della società IUV S.r.l. e ideatore di una nuova tecnologia che ha rivoluzionato il settore del packaging. Il giovane Tecnologo Alimentare pistoiese, inserito da Forbes Italia ed Europa nella Top 100 under 30 settore Manifacturing Industry, guarda ora verso nuove sfide e nuovi obiettivi che ci siamo fatti raccontare in questa intervista.

 

Cosimo, grazie alle tue ricerche sono nate le tecnologie Columbus’ Egg e AEGIS che rappresentano una novità nel campo del packaging e una soluzione concretamente alternativa alla plastica. Puoi spiegarci in cosa consistono?

Si tratta di due brand che sono legati a due segmenti distinti: Columbus’ Egg fa riferimento all’area food, mentre AEGIS all’area non food, ma la formulazione e la tecnologia che applichiamo è fondamentalmente simile. Alla base abbiamo infatti una tecnologia comune che si ispira nel suo processo e nella sua formulazione a matrici di origine naturale, rinnovabili e naturalmente biodegradabili. Per creare imballaggi non utilizziamo mai la plastica, ma piuttosto preferiamo valorizzare le fonti esauste, soprattutto di origine vegetale, che altrimenti potrebbero finire col diventare una fonte di inquinamento (come ad esempio alghe o micro-alghe)

Quindi niente uso di plastica riciclata, ma fonti naturali…

Esattamente, noi non utilizziamo plastica ma stiamo introducendo un nuovo concetto di materiale che chiameremo “naturamero”. Siamo convinti che nel nostro processo per garantire effettivamente il progresso e la crescita con un impatto positivo sull’ambiente bisogna creare e trarre ispirazione dalla natura, per questo abbiamo selezionato delle materie che chiameremo “naturameri”.

In questo senso ci stiamo distaccando dal concetto di plastica, in ogni sua formulazione, cercando di dare nuove forme al concetto di sostenibilità e di consumo che spero possano essere rivoluzionarie in questo senso.

Come spiegheresti cos’è un “naturamero”?

Il “naturamero” è un’unità fondamentale, quindi una molecola, potremmo dire anche in altre parole un polimero che ha le caratteristiche di essere vicino alla natura, quindi che è e tal quale alla natura, che non subisce alcuna alterazione o modificazione fisico-chimica, ma che semplicemente è convertito poi in un’altra applicazione che può essere tra le più svariate, in questo caso parliamo dell’area del confezionamento e del largo consumo.

Questo brevetto ti è valso l’inserimento da parte di Forbes Italia ed Europa nella top 100 under 30, settore manifacturing industry. Che soddisfazione è stata? Te lo aspettavi?

Sicuramente è stata un po’ una sorpresa perché Forbes tecnicamente seleziona i top influencer soprattutto sulla base dell’exit e del fatturato che generano, invece noi siamo stati un caso molto particolare e anche un caso studio che molte università hanno preso come riferimento, perché nei fatti è stata premiata la forza di un sogno e un concetto di rivoluzione e di coinvolgimento del largo mercato, dell’area generalista del consumo. Ricevere questo doppio titolo italiano ed europeo ha avuto un impatto molto importante per noi perché significa che è stata riconosciuta la forza di un sogno italiano che può cambiare gli scenari nell’ambito della transizione ecologica per il benessere delle future generazioni.

Dal 3 luglio è entrata in vigore la Direttiva UE che mette al bando la plastica monouso. Da persona che opera nel settore, ti sembra sufficiente quanto fatto o si poteva fare qualcosa in più per incentivare magari la ricerca di soluzioni effettivamente alternative all’uso della plastica?

No, non credo che la Direttiva SUP sia stata sufficiente, vede, molti produttori di plastica hanno convertito la loro produzione in bioplastica che, tuttavia, non risolve i problemi di biodegradabilità e quindi di inquinamento. Ciò ha portato ad un irrigidimento della Direttiva, che ha bandito anche le bioplastiche monouso.

Tuttavia la cosa fondamentale credo sia quella di garantire una maggiore severità attraverso la plastic tax che disincentivi la produzione della plastica soprattutto nell’area del monouso e allo stesso tempo credo sia importante prevedere piani e incentivi che favoriscano una transizione ecologica, volta quindi alla creazione di biodistretti che attraverso una filiera virtuosa siano capaci di favorire una vera conversione della visione di un mercato che solo in Italia vale 44 miliardi di euro

L’Italia è un Paese leader a livello europeo per la produzione di plastiche biodegradabili e compostabili ed è nata una grande polemica perché, come hai anticipato tu stesso, la Direttiva SUP colpisce anche questo tipo di plastica. Tra le ragioni addotte a sostegno della causa c’è quella che a tutti gli effetti ad oggi per alcune tipologie di materiali, ad esempio quelli che finiscono in contatto con gli alimenti, non esistono tecnologie alternative legalmente riconosciute. Cosa ne pensi a riguardo?

Questo accade perché c’è una forte azione di lobbying legata alla presenza di associazioni che hanno un peso enorme e hanno una relazione strettissima poi con le direttive del governo in area ecologica ed economica.

Le tecnologie esistono solo che non si è disposti a fare dei sacrifici e su questo ci stiamo spendendo e dando battaglia, perché si pensa che ciò che offre natura debba essere uguale a ciò che la sintesi chimica, ovvio che questo connubio non potrà mai essere raggiunto, dovremo essere disposti a sacrificare qualcosa a favore di un benessere e di una visione green. Finché non cambieremo questo approccio rimarremo sempre bloccati sotto questo punto di vista. L’Italia e l’Europa sotto questo aspetto stanno facendo una grande fatica mentre a livello mondiale ci sono grandi competitors che già si sono mossi e che già stanno cambiando significativamente questa visione e questa economia.

Spesso ci troviamo di fronte al classico greenwashing: si fa comunicazione per vendere i prodotti ma senza poi dare concretezza pratica di cambiamento. Noi vogliamo dare finalmente una svolta radicale di cambiamento e lo stiamo facendo con uno dei più grandi gruppi di energie rinnovabili che ha creato anche i primi ecodistretti ecologici autonomi che è la Tozzi Green.

Quello recentemente firmato con il Gruppo Tozzi Green è un accordo importante, quali progetti avete in cantiere per il futuro?

Il nostro obiettivo è sicuramente quello di entrare a gamba tesa sul comparto packaging, offrendo delle nuove soluzioni che siano capaci di avere un nuovo approccio anche di applicazione. Così come quello di creare un vero e proprio ecodistretto che possa essere a impatto zero e allo stesso tempo essere autoalimentato da energie rinnovabili per creare un nuovo concetto di filiera e produzione nell’area del largo consumo.

Tu sei partito dal settore agroalimentare, ma mi sembra di capire che ora in cantiere ci siano progetti che riguardano diversi ambiti…

Sì, esatto. Nel mio percorso di ricerca sono partito dal food appunto con questi trattamenti per allungare naturalmente la vita di frutta e verdura in post raccolta o sul settore caseario. Ma questo è stato solo un punto di partenza perché poi abbiamo scoperto che le stesse molecole che utilizzavamo potevano essere tradotte in confezionamenti ed essere impiegate anche in altri modi. La nostra idea è quella di non limitarci soltanto al confezionamento ma di passare anche alla creazione di nuovi materiali.

In questo senso l’area del fashion può rappresentare per noi, e per il mercato, una nuova opportunità: alcuni brand ci hanno già contattato.

Nel comporto monouso, un settore che stiamo studiando tantissimo, stiamo focalizzando l’attenzione sul settore Horeca, soprattutto hotellerie. Inoltre stiamo valutando il settore toiletries con creazioni di involucri che, una volta passati sotto l’acqua, si sciolgono lasciando integro quello che c’è all’interno.

Stiamo operando a 360 gradi e pensiamo di avere la grinta per potercela fare. Quello che ci auguriamo è che gran parte del nostro portfolio clienti, ma soprattutto dei consumatori, sposino la nostra causa per questo radicale cambiamento in direzione della salvaguardia del Pianeta.

 

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