Giudizio Universale: la prima causa

I cittadini trascinano lo Stato italiano sul banco degli imputati

Presentata lo scorso 5 Giugno in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente la prima causa legale contro lo Stato Italiano ritenuto responsabile di inerzia nell’attuazione di politiche mirate a porre un argine alla crisi climatica.

Gli attivisti per il clima, attraverso la campagna di sensibilizzazione denominata Giudizio Universale, lanciano il grido di accusa L’emergenza climatica è qui: sta già influenzando le nostre vite e non risparmierà nessuno. Tutti i governi italiani hanno rinviato decisioni coraggiose per prevenire il disastro. Ma ora non possiamo più aspettare: ne va del nostro futuro. Questa intollerabile inazione ci spinge a confrontarci con lo Stato e le sue responsabilità. Siamo cittadine e cittadini, studenti, scienziati, avvocati, attivisti e volontari. Siamo tutti e tutte vittime climatiche. Facciamo causa allo Stato italiano.

Proviamo a conoscere meglio gli aspetti e le particolarità di questa prima azione legale per il clima, intervistando il Prof.re Michele Carducci, Ordinario di Diritto Costituzionale Comparato e Climatico presso Unisalento, UN Human Rights Defender e Earth Protector per i diritti della natura e la giustizia climatica, amicus curiae per Giudizio Universale.

Prof.re, Giudizio Universale è una campagna di sensibilizzazione sul diritto alla stabilità climatica che vede coinvolti ad oggi oltre 200 attori e 15.000 sostenitori firmatari dell’azione legale contro lo Stato Italiano. Cos’è, quando e come nasce, e perché ha questa particolare importanza?

Giudizio Universale nasce nell’estate del 2019 come iniziativa promossa dalla onlus romana A Sud, che si è fatta capofila delle rete di contatti dei vari movimenti, associazioni e cittadini che nei vari territori si occupavano di questioni ambientali. All’interno della onlus opera il Centro di documentazione sui conflitti ambientali che è l’unico centro italiano che monitora tutte le situazioni di conflittualità territoriale sui temi ambientali presenti in Italia. Dopo una prima fase promozionale, in cui abbiamo girato per l’Italia informando i cittadini, abbiamo raccolto le adesioni in termini di condivisioni della campagna e poi gli eventuali mandati, cioè l’effettivo conferimento d’incarico agli avvocati per redigere questo atto nei confronti dello Stato. Gli avvocati sono due: l’Avv. Luca Saltalamacchia e l’Avv. Raffaele Cesari, che hanno raccolto i mandati, affiancati da me nella stesura dell’atto e nella promozione della campagna a livello nazionale. La pandemia ha rallentato i nostri programmi, avremmo dovuto concludere il lavoro nella primavera del 2020 in occasione della Conferenza Onu sui Cambiamenti Climatici – Cop26, ma non è stato possibile. Tuttavia abbiamo utilizzato quell’ulteriore tempo per confrontarci anche con le reti internazionali che si occupano di climate change litigation, composte da avvocati, associazioni, movimenti, ONG, che si scambiano informazioni, suggerimenti, consigli, esperienze già maturate, prima fra tutte la Ong olandese Urgenda, la prima in Unione Europea a vincere una causa contro lo Stato per inerzia climatica con sentenza definitiva della Corte Suprema nel Dicembre 2019.

Dunque Giudizio Universale, oltre che a mobilitare una grande schiera di cittadini, movimenti, associazioni e ONG, opera anche con una folta rete di attori nazionali e internazionali che si pongono l’obiettivo di smuovere le coscienze e agire per il nostro Pianeta. É la prima volta che intentate una causa di questo genere?

La conoscenza di Urgenda ci ha aiutato tantissimo. Abbiamo interloquito con i loro avvocati, abbiamo mandato loro le nostre bozze e abbiamo discusso a lungo e, tramite loro, siamo entrati a contatto con Climate Analitycs , una ONG internazionale di climatologi che formulano valutazioni e analisi sulle politiche climatiche degli Stati. Proprio questa ONG ha elaborato un report sulle lacune e i difetti, i rischi delle scelte e delle decisioni e delle azioni climatiche italiane che potete trovare sul sito di Giudizio Universale.

Quest’azione legale è la prima in Italia nei confronti dello Stato, ma non è la prima che abbiamo fatto di contenuto climatico. Precedentemente abbiamo adito le vie legale all’interno della vicenda TAP –Trans Adriatic Pipeline, per quanto concerne la proroga che il Ministero dello Sviluppo Economico ha concesso a conclusione dei lavori per il gasdotto, in assenza di qualsiasi valutazione di compatibilità climatica dell’opera. Abbiamo effettuato una serie di accessi civici durante il governo gialloverde Lega-M5S, periodo in cui si parlava dell’analisi costi benefici dell’opera, ma le risposte fornite hanno dimostrato che non c’era alcuna valutazione sull’utilità climatica del gasdotto. In ragione di questo, abbiamo promosso un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica impugnando il Decreto Ministeriale di proroga della conclusione dei lavori e sostenendo l’inadeguatezza di questo procedimento proprio in virtù dell’assenza di valutazione di utilità climatica dell’opera. In sostanza, alla domanda “A che serve Tap nelle politiche di contrasto al cambiamento climatico?” il Ministero non ha saputo rispondere. Quindi non sappiamo l’utilità di dell’opera, che è comunque clima–alterante perché il gas metano è un gas serra, una risorsa fossile che va abbandonata per cercare di realizzare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima entro il 2030, praticamente in tempi strettissimi ormai. Questa prima azione non ha avuto la stessa risonanza dell’azione legale contro lo Stato volutamente, in quanto è un’azione contrappositiva verso una multinazionale, mentre con Giudizio Universale si ribalta la prospettiva, poiché si tratta di un’azione rivendicativa della sovranità di cittadini che si ribellano nei confronti dell’inerzia dei loro rappresentanti.

In tale quadro si inserisce anche una nuova visione, molto più ampia, riguardo la tutela del diritto all’ambiente. In questa nuova concezione si parla di diritto alla stabilità climatica, che poi è quello che rivendica Giudizio Universale. Ma cosa significa?

La causa climatica che abbiamo avviato verte proprio sul diritto umano al clima stabile e sicuro, che è una cosa diversa dal diritto all’ambiente salubre. Il cambiamento climatico in atto, e il riscaldamento globale che lo provoca, sono un processo di instabilità dell’intero sistema climatico, il quale è composto da atmosfera, idrosfera, criosfera, pedosfera, litosfera e biosfera: tutto questo sistema è diventato instabile. Innalzamento del livello del mare, scioglimento dei ghiacciai, eventi metereologici estremi ci dimostrano come l’emergenza non sia più una questione di ambiente inteso come un determinato luogo a sé stante. Qui è tutto in discussione, perciò noi rivendichiamo che si ristabilizzi l’equilibrio termodinamico dell’intero sistema climatico. E come si ristabilizza? Come gli Stati hanno deciso di fare, attraverso il loro impegno siglato con l’Accordo di Parigi, facendo in modo che la temperatura non aumenti oltre il grado e mezzo o si mantenga ben al di sotto dei 2 gradi.

Noi agiamo davanti al Giudice per ribadire che non vogliamo un ambiente salubre, ma un clima stabile, poiché attualmente l’ambiente non necessariamente è insalubre. Un esempio: il Giugno di quest’anno ha avuto temperature più basse rispetto agli altri anni, ma ciò non significa che sia insalubre. Certamente questo è un elemento di instabilità, perché vuol dire che non sappiamo più come sarà stabile la temperatura nelle prossime stagioni e negli anni a venire, con tutte le conseguenze che ne deriveranno su tutte le sfere del sistema climatico. Gli effetti, infatti, sono sistemici: sui cicli biologici delle piante, sulla raccolta dei frutti e su molto altro. Senza stabilità climatica tutto il resto crolla. Il clima garantisce l’ambiente e non viceversa. Noi dobbiamo incidere sul clima, perché un ambiente salubre è la conseguenza di un clima stabile. Noi rivendichiamo un clima stabile e sicuro perché senza tale condizione non c’è ambiente stabile e salubre, non c’è diritto alla vita, alla salute, non c’è più nulla. D’altra parte, il cambiamento climatico non è immediatamente percepibile, e sono tanti gli scettici che negano tale situazione. Se però pensiamo che le ondate di calore, che ci sono sempre state, si sono moltiplicate del 300%, e che gli eventi metereologici estremi stanno accelerando e hanno aumentato la loro intensità, possiamo comprendere l’entità del problema. Una delle metafore utilizzate per rappresentare il cambiamento climatico è quella della nave che affonda: fin quando l’acqua non arriva nella mia cabina, non mi accorgo che stiamo affondando, nonostante la nave stia colando a picco. Ecco perché bisogna insistere sul clima e non sull’ambiente. Il carattere inedito dell’emergenza climatica risiede proprio in questo: non abbiamo più soltanto problemi ambientali, ma un problema planetario di instabilità, che è un problema mai affrontato prima ed estremamente drammatico. In un articolo sui cosiddetti Tipping Points globali si parla di crollo ed estinzione della civiltà umana. Ma quando, fra millenni? No! Nell’arco di un secolo, cosa mai successa prima. Non abbiamo tempo!

Il tempo è una variabile fondamentale nella questione climatica. Secondo Globaia, un’emergenza è determinata dal risultato dell’equazione E = Rischio X Urgenza = Probabilità X Rischio X Reazione nel Tempo / Tempo d’intervento. Quando sia il rischio che l’urgenza sono alti, e il tempo di reazione è più lungo rispetto al tempo di intervento stimato come necessario, noi abbiamo perso il controllo! E dal 2030 ci separano solo nove anni.

È uno scenario drammatico, ed è questo il motivo per il quale stanno insorgendo tanti movimenti che spingono ad agire per il clima e le cause climatiche si moltiplicano. Se si parla di transizione ecologica e si sostiene che tale transizione sia il gas, immaginando che tra trent’anni possa essere abbandonato per l’idrogeno verde, non si tiene conto che non abbiamo a disposizione 30 anni! Perché se entro il 2030 non raggiungiamo l’obiettivo del contenimento dell’aumento della temperatura a 1,5 gradi, stabilizzandolo poi per il 2050, è persa la partita! Vuol dire catastrofe planetaria! E le evidenze scientifiche lo dimostrano ampiamente, senza nessuna confutazione. L’unica contestazione è che tutto ciò non sarebbe imputabile all’uomo, ma se anche fosse così non possiamo negare che il problema ci sia. Una sentenza della Corte Costituzionale Tedesca del marzo 2021 a tal proposito ha ribadito che la battaglia si sta giocando sul tempo. Il problema non riguarda più il cosa sia meglio fare, ma verte proprio sul poco tempo per agire, per questo in letteratura si usa il termine tragedia dell’orizzonte temporale. Non era mai successo nella storia del Pianeta. Non a caso, l’epoca in cui viviamo è definita Antropocene, per spiegare che, per la prima volta, una specie vivente, quella umana, destabilizza gli equilibri di un intero Pianeta. E i dati sono raccapriccianti, cito due esempi. Il primo: nel Dicembre 2020 è stato raggiunto per la prima volta nella storia del Pianeta Terra il punto di crossover, ossia il superamento dell’antropomassa sulla biomassa. Cosa significa? Che nel Mondo ci sono più cose, che sostanze viventi. Ma le cose create da noi non ci fanno mangiare e non sappiamo come smaltirle. L’economia circolare è una grande presa in giro. Non esiste l’economia circolare. Questo lo dice l’ONU: un prodotto è riciclabile o ricircolabile per il 30% non di più. È un Mondo assurdo quello che abbiamo creato.

L’altro esempio a riguardo sono i Global Tipping Points individuati dall’IPCC, ovvero i punti di non ritorno globali, ossia processi di degenerazione di sfere del sistema climatico ormai divenuti irreversibili, come per esempio la criosfera e lo scioglimento o fusione dei ghiacciai. Ad oggi, su 11 Tipping Points 9 sono stati già raggiunti, e qualora volessimo intervenire non facciamo più in tempo, con conseguenze planetarie destabilizzanti. Pensi che si sta sciogliendo l’intero Polo Nord, il che significa non solo aumento del livello del mare, ma anche stravolgimento della Corrente del Golfo che invertendosi porta, per esempio, al raffreddamento del Mar Mediterraneo con conseguenti sbalzi di temperatura estremi; il conseguente scioglimento del permafrost produrrà due conseguenze irreversibili, l’emissione di nuovi gas, perché in esso è contenuto metano, e il ritorno in vita di batteri sconosciuti, alcuni dei quali sono stati già identificati.

Questo potrebbe significare altre pandemie?

Certo! L’IPBES, il Panel intergovernativo dell’ONU per le politiche sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, in un rapporto sulla Biodiversità e le Pandemie, ha definito quest’era Pandemic Era. Siamo una specie poco adattabile, perché ci siamo evoluti attraverso i nostri artifici, quindi non siamo resistenti ai mutamenti e dunque siamo sovraesposti alle pandemie più di ogni altra specie vivente: la cosiddetta zoonosi, cioè il salto di specie delle malattie, lo spill over da una specie vivente alla specie umana.

Una situazione estremamente complicata, molto spesso sottovalutata, che richiede lo sforzo e la mobilitazione di tutti. Cittadini, governi, enti pubblici e privati, associazioni, imprese e chiunque sia in grado di agire per mitigare gli effetti di questa emergenza sul futuro della specie umana e del nostro Pianeta è chiamato a mobilitarsi ora. In virtù della Convenzione di Aarhus, che dovrebbe garantire l’accesso all’informazione, partecipazione dei cittadini e accesso alla giustizia in materia ambientale, il ruolo dell’informazione è fondamentale, tanto quanto il ruolo della Politica. Cosa ne pensa a riguardo?

Fare informazione sull’emergenza climatica è doveroso, tra l’altro quella italiana a riguardo è banale. Non si fa informazione scientifica, come ad esempio, fa il The Guardian che ha dedicato una sezione specifica a queste informazioni. Per fortuna, si è creata una rete mondiale di grandi testate che hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica su queste tematiche, perché se l’opinione pubblica ignora tutto ciò, poi decide male. Pensi al risultato del referendum del 13 Giugno scorso in Svizzera e al caso delle “Klima Senorinen”, dove un gruppo di signore ha fatto causa allo Stato lamentando l’inerzia climatica dello Stato stesso. Il Giudice svizzero ha dato torto a queste signore, le quali hanno fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani che ha dichiarato ammissibile l’atto. Lo Stato svizzero, per scongiurare la condanna, ha deciso di fare una legge più coraggiosa sul clima e ha sottoposto a referendum questa decisione. I cittadini l’hanno bocciata. È una follia. Tutto ciò è frutto di un processo psicologico di distorsione delle questioni, per l’emergenza climatica non si riesce ad avere la percezione immediata del pericolo. Le risorse emotive, sensoriali, psicologiche e cognitive non sono sollecitate, per cui si ha una percezione di normalità. Se io andassi in giro dicendo che siamo in emergenza climatica, chiunque mi reputerebbe un pazzo, e mi direbbe che c’è l’emergenza coronavirus, poiché ha visto reparti e terapie intensive intasate di pazienti affetti dal Sars – CoV2 o le persone in giro con la mascherina, ma l’emergenza climatica dove sta? L’autore americano Roger A. Pielke nel suo libro The honest Broker usa due metafore interessanti: una è quella del tornado e l’altra è quella dell’aborto. Pielke parla di tornado politics e abortion politics riferendosi alle decisioni politiche che assumono gli esseri umani, i quali in genere decidono o nell’imminenza del pericolo, come con un tornado e quindi assumono coraggio nel far fronte al pericolo appunto nella logica tornado politcs, oppure decidono per ragioni morali divisive, di grandi contrapposizioni come sono le questioni di vita o di morte legate all’aborto, attivando dunque risorse e argomenti morali sulla vita, come nell’abortion politics. Il problema del cambiamento climatico si inquadra proprio in queste due metafore: richiede decisioni nell’ottica di tornado politics, perché il pericolo è imminente e gigantesco, ma è anche un’abortion politics perché richiede mobilitazioni morali profondissime, coraggio politico che invece non c’è, in quanto si continua a lavorare supponendo una condizione normale di azione, temporalmente non urgente e moralmente non impegnativa.

A tal proposito le responsabilità della Politica nella questione climatica sono enormi. C’è bisogno di coraggio e fermezza nelle scelte e di maggiore consapevolezza da parte dei cittadini, per questo i movimenti di sensibilizzazione sulla questione ambientale come Giudizio Universale sono di estrema importanza. Se i cittadini prendono coscienza scelgono meglio, quindi, si può dire che questa azione per il clima crea un precedente in Italia che pone al centro dell’azione anche il cittadino. Che risvolti ci sono per la Democrazia?

L’emergenza climatica richiede decisioni sul futuro, i sistemi rappresentativi sono appiattiti sul presente. Se devo vincere le elezioni devo dire che faccio qualcosa oggi per oggi, non posso dire che agisco per chi verrà dopo, perché loro non votano per me oggi. È un po’ quello che dice Greta Thumberg, lei non vuole creare un movimento politico o eleggere qualcuno, lei sostiene solo due cose: ‘la casa brucia’, ossia l’emergenza è già in atto, e ‘ascoltate la scienza’, agite cioè secondo le robuste prognosi scientifiche. La scienza climatica non si limita a rappresentare il problema, ma formula soluzioni a quel problema. La rappresentanza politica è una rappresentanza contingente. Un esempio è quello che sta succedendo in Germania. La Corte Costituzionale Tedesca a marzo ha sostanzialmente dichiarato incostituzionale la legge climatica dello Stato, poiché insufficiente nella lotta al cambiamento climatico. Tuttavia, essendo a ridosso delle elezioni politiche, il Governo sta prendendo tempo per non perdere consensi nella prossima tornata elettorale. Questo dimostra che il sistema rappresentativo paradossalmente è un ostacolo alle decisioni coraggiose da intraprendere per arginare l’emergenza climatica, perché le decisioni coraggiose richiedono sacrifici oggi, per benefici domani, ma questo non produce consenso. In merito, tra l’altro, si tenga conto che l’Italia non ha una legge climatica: siamo uno dei pochi Paesi della UE a non averlo fatto. Questo significa che tutto quello che si dice riguardo alla transizione ecologica non è ancora un impegno giuridico vero e proprio, ma solo piani di azione, programmi, norme a venire, purtroppo. Ma anche la democrazia diretta non offre soluzioni, come dimostra il citato esempio del referendum svizzero.

Se quindi il sistema democratico è poco adeguato a contrastare l’emergenza climatica, le azioni per il clima come quella di Giudizio Universale saranno sempre più frequenti e di aiuto alla Democrazia?

Si va dal Giudice proprio perché il meccanismo ormai è inadeguato, perché davanti al Giudice si può usare la Scienza, mentre i politici non hanno interesse a riguardo. Davanti al Giudice si ha quella razionalità fondata sull’evidenza scientifica e sulla motivazione, cioè sull’obbligo di argomentare. Le cause per il clima sono uno strumento che aiuta la Democrazia, non la delegittima. Andare davanti al Giudice non significa che egli decide al posto della Politica, ma che egli compensa le difficoltà e le incapacità della Politica, quindi il Giudice aiuta a una migliore Democrazia. In Cina o in Russia non posso fare cause climatiche, in Italia sì, perché l’Italia è un Paese Democratico. Quindi grazie alla Democrazia si può utilizzare lo strumento giudiziale per rafforzare la Democrazia stessa, che di fronte alle sfide climatiche è in affanno. Ecco perché noi non cediamo alle critiche che ci vengono mosse riguardo la causa contro lo Stato, perché noi non siamo contro nessuno, semplicemente utilizziamo gli strumenti che la Costituzione ci offre per tutelare i diritti che sono di interesse comune con tutte le persone. Noi non chiediamo soldi o un risarcimento danni, noi chiediamo che lo Stato sia condannato a fare di più, nell’interesse di tutti.

Prof.re, a proposito di aiuti, cosa ne pensa del PNRR ?

Il giudizio che posso assumere io a riguardo, è un giudizio negativo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrebbe garantire una quota almeno del 37% dei finanziamenti per la cosiddetta transizione verde e per le iniziative green, che dovrebbero essere iniziative di sistema, che possano portare ad un cambio radicale dei comparti energetico e dei trasporti, per esempio. Invece, il piano utilizza le risorse in funzione contingente, perché declina quelle risorse per rilanciare l’attività economica d’impresa. Un esempio: l’ecobonus del 110%. La misura in sé è interessante, perché permette di risparmiare energia attraverso il finanziamento dell’efficientamento energetico degli immobili, ma non incide sullo spreco, per esempio. Lo stesso sui trasporti: convertiamo i trasporti incentivando quelli a gas, che sono comunque inquinanti e clima–alteranti. C’è un problema di metodo, prima ancora che di merito. Transizione significa cambiamento radicale, ma nel PNRR non sono previsti cambiamenti strutturali, ma contingenti. Inoltre, un altro elemento sul quale l’Italia non sta scommettendo è la formazione universitaria. Bisogna capire che per cambiare paradigma bisogna cambiare il modo di lavorare nella realtà, e questo lo dovrebbero insegnare le Università, ma se non hanno le risorse non lo possono fare.

Quindi l’emergenza climatica non è un problema a sé stante, avulso dagli altri contesti. È una tematica che implica riflessioni profonde e correlate tra i diversi elementi che caratterizzano l’agire e l’esistenza stessa. Condiziona la nostra vita in ogni aspetto, da quello privato a quello sociale e lavorativo, catapulta ogni individuo in una dimensione globale che implica una responsabilità planetaria per ogni nostra singola azione. Il tutto senza che la Natura chi chieda il permesso. Perché la Natura non è democratica e non aspetta. E noi non abbiamo più molto tempo.

Esattamente! Dobbiamo agire e dobbiamo farlo ora! Sul sito di Giudizio Universale la raccolta firme è già avviata, chiunque volesse unirsi a noi e prestare il proprio contributo è il benvenuto.

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