Un'estate al mare (inquinato e maltrattato)

Una discarica chiamata oceano

Ci preoccupiamo dello stato di salute dei nostri mari solo in prossimità della stagione estiva, quando “miracolosamente” tutto ci viene presentato in perfetta salute e guai, dopo un anno di lavoro, a chi osi raccontarci il contrario. Eppure il mare è mare tutto l’anno e tra i vari ecosistemi è probabilmente il più malato e maltrattato di tutti.

L’oceano, questa immensa distesa di acqua blu che ricopre buona parte del nostro pianeta, diventa sempre più la discarica della Terra. Dai sacchetti di plastica ai pesticidi, la maggior parte dei rifiuti prodotti dall’uomo finisce in un modo o nell’altro in mare. Senza dimenticare le navi e le piattaforme petrolifere, anch’esse fanno la loro parte. Negli ultimi tempi si è molto parlato ed a ragione delle cosiddette isole di plastica, ma purtroppo queste non sono l’unico problema e forse nemmeno il più grave, per usare un eufemismo. Concimi, pesticidi e sostanze chimiche usate in agricoltura mettono ad esempio a dura prova i nostri mari, raggiungendo le zone costiere attraverso i fiumi. L’eccessiva concimazione favorisce la crescita di alghe che consumano l’ossigeno presente nell’acqua e provocano la morte di numerosi esseri viventi marini, creando di fatto vaste zone morte dove la vita è impossibile. Ma di fatto quasi ogni essere vivente che popola i mari è contaminato da sostanze chimiche, visto che fino agli anni Settanta gli oceani erano considerati vere e proprie discariche ed in esse veniva smaltito praticamente di tutto, persino armi chimiche e scorie radioattive Si riteneva infatti colpevolmente che gli oceani fossero sufficientemente vasti da diluire qualunque sostanza chimica a tal punto da renderla in definitiva innocua, ma le cose non stanno proprio così poiché le sostanze tossiche non scompaiono e spesso e volentieri ritornano in forma concentrata attraverso la catena alimentare. La Convenzione di Londra del 1972 ed il Protocollo sempre di Londra del 1996 hanno via via regolamentato l’ambito, purtroppo però gli scarichi degli anni passati hanno già prodotto danni irreversibili.

Il problema delle scorie radioattive sommerse

Particolare attenzione meriterebbero le scorie radioattive sommerse, settore poco conosciuto perché spesso coperto da segreto militare. Quale può essere infatti l’impatto sull’ambiente marino di un aumento della radioattività in seguito a falle nell’involucro di cemento che circonda i rifiuti altrimenti immersi in mare? Anche il normale funzionamento delle centrali nucleari ha una sua ricaduta in termini di inquinamento dei mari: ne sono un esempio i due impianti di riprocessamento delle scorie radioattive che si trovano in Francia a La Hague ed in Inghilterra a Sellafield, i cui scarichi hanno contaminato le zone marine circostanti al punto che è possibile trovare tracce radioattive in alghe lungo le lontane coste della Norvegia e della Groenlandia occidentale. La contaminazione radioattiva dei mari è stata determinata anche da esperimenti nucleari come quelli nell’atollo di Bikini iniziati nel 1946. Dopo più di mezzo secolo queste isole non sono abitate, nonostante i numerosi interventi di bonifica, a causa degli elevati livelli di radioattività registrati ancora oggi in piante ed animali. A tutto ciò poi vanno sommati gli illeciti ed i reati contro l’ambiente gestiti dalla criminalità organizzata, totalmente noncurante dei danni inflitti agli ecosistemi ed indirettamente alla salute umana. Qualche anno fa aveva fatto discutere il sequestro dell’impianto Itrec di Rotondella, in provincia di Matera, eredità del nucleare italiano. L’indagine della Procura locale aveva riguardato le operazioni di smantellamento del sito ed in particolare lo smaltimento delle sue acque contaminate perché utilizzate per il trattamento delle barre di uranio e torio, acque ricche di sostanze cancerogene come il cromo esavalente ed il tricloroetilene. Tali acque secondo la Procura di Matera invece che trattate venivano sversate tal quali direttamente nel mare Jonio. A distanza di un anno non sarebbero emerse anomalie rilevanti nelle zone limitrofe a Rotondella, ma la preoccupazione per il potenziale inquinamento resta alta.

I disastri causati dal petrolio

Sul banco degli accusati non può non comparire il petrolio, responsabile dei peggiori disastri ambientali. Gli incidenti che si verificano durante le trivellazioni petrolifere offshore ed il trasporto di petrolio provocano danni enormi. Il caso più noto è quello verificatosi nel golfo del Messico sulla piattaforma Deepwater Horizon nel 2010. A distanza di più di dieci anni non vi sono più tracce in superficie della fuoriuscita di petrolio, ma non si può affatto parlare di un caso archiviato. In un’ampia zona circostante il punto in cui è avvenuta la trivellazione il fondale marino risulta ancora inquinato, nei tratti di costa interessati l’erosione è notevolmente più accentuata ed il petrolio ha avuto conseguenze letali per numerosi organismi viventi. E’ solo il caso più eclatante, l’elenco degli incidenti occorsi a piattaforme o a navi cisterne è purtroppo lunghissimo. Una parziale risposta al problema, seguendo alcune fortunate sperimentazioni (ad esempio il Tun Mustapha Pak in Malesia), potrebbe essere la creazione di nuove e più numerose aree marine protette con un principio diverso rispetto al passato, vale a dire non piccole aree sotto rigida tutela ma la gestione di ampi territori secondo criteri di sostenibilità, creando lavoro ed una fonte di sostentamento (Il Tun Mustapha Park impiega 80000 persone ed ogni giorno vi vengono pescati 100 tonnellate di pesce utilizzando metodi sostenibili). Il mare dunque è malato e l’uomo ne è la causa. Con un po’ di fantasia sembra allora di udire i famosi versi di Baudelaire:” Uomo libero tu amerai sempre il mare! Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima nello svolgersi della sua onda. E il tuo spirito non è un abisso meno amaro”.

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