Se la frutta è bella nella forma ma brutta nella sostanza

Economia circolare, gestione sostenibile del capitale naturale e tutela degli agricoltori

A marzo di quest’anno il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Stefano Patuanelli ha presentato le linee programmatiche alla commissione agricoltura del Senato e ha evidenziato tra gli altri interventi quello di:

1. Potenziare la competitività del sistema in ottica sostenibile, favorendo l’organizzazione delle filiere e rafforzando le connessioni fra produttori e consumatori, investendo sulla protezione dei redditi degli imprenditori agricoli e sull’integrazione dei settori verso un’economia realmente circolare;

2. Migliorare le performance climatiche e ambientali dei sistemi produttivi, assistendo gli operatori del settore verso una gestione sostenibile del capitale naturale, recuperando o salvaguardando i paesaggi agrari secondo un equilibrio ecologico e tutelando gli habitat naturali e gli agroecosistemi”.

Inoltre auspicava “il recepimento della Direttiva (UE) n. 2019/633 sulle pratiche sleali, per tutelare di più e meglio i nostri agricoltori. Le vendite sotto i costi medi di produzione non sono ammissibili, così come vanno vietate le aste al doppio ribasso praticate da alcune insegne della grande distribuzione. Sono pratiche che danneggiano tanto i produttori quanto i consumatori, perché favoriscono una spinta verso il basso e verso la mortificazione della qualità”.

La frutta bella che non fa bene a nessuno

Quanto sottolineato nelle linee programmatiche del Ministro emerge anche dal rapporto dell’Associazione Terra Siamo alla frutta. Perché un cibo bello non è sempre buono per lambiente e lagricoltura.

Il documento spiega cosa sta accadendo nel modo dell’agricoltura e in special modo nella produzione della frutta, dove un mercato sempre più esigente o forse è meglio dire più concentrato sull’estetica del prodotto che non sulle sue caratteristiche organolettiche, sta mettendo in seria difficoltà il produttore agricolo che da un lato vede i cambiamenti climatici che influenzano la propria produzione e dall’altro, soprattutto, la grande distribuzione che concentra la sua attenzione sull’aspetto della frutta che deve “apparire” sempre più perfetta, uguale, senza ammaccature. Il risultato è che i cambiamenti climatici rendono difficili produzioni “in serie” di frutta e aumentano gli scarti perché la GDO non accetta produzioni fuori calibro cioè prodotti selezionati geneticamente, coltivati, raccolti, passati al vaglio delle macchine calibratrici e, infine, diventati prodotto Extra” o di categoria I”. Gli agricoltori quindi vedono aumentare la propria quota di seconda scelta, spesso destinata alla trasformazione industriale, a prezzi irrisori, o addirittura al macero con sprechi enormi di cibo.

33 milioni di tir pieni di cibo da buttare

Basti pensare che “ogni anno in Italia si gettano cibi per un valore di 12 miliardi di Euro. Uno spreco inaccettabile tanto più oggi che più di 5 milioni di persone soffrono di povertà alimentare e hanno necessità di assistenza”.

Secondo la FAO ogni anno il 33% dell’intera produzione alimentare non viene consumata, è come se ogni anno venissero riempiti 33 milioni di Tir di cibo da buttare.

La situazione in Italia

Nel rapporto ISMEA sulla competitività della filiera agrumicola in Italia”, su una disponibilità di prodotto pari a 3 milioni di tonnellate, solo il 57 per cento è destinato al consumo fresco.

Le conseguenze in Italia stanno influenzando in maniera quasi drammatica la produzione della frutta. Nel rapporto si studiano soprattutto 4 produzioni, pere, arance, kiwi e mele. Ad eccezione di quest’ultima che, grazie alla capacità aggregativa dei produttori, è riuscita a difendere le proprie posizioni sul mercato, le altre tre hanno subito perdite cospicue in termini di terreni coltivati e di quote di mercato a favore anche di produzioni estere.

Le ricadute sono anche ambientali, in uno scenario di difesa e difficoltà l’agricoltore ricorre sempre più all’uso di pesticidi che oltre a mettere a rischio la sopravvivenza di animali impollinatori come le api, minano anche la salute dell’uomo, in questa corsa alla perfezione che di perfetto ha solo la forma esteriore del prodotto e poco la sostanza.

La necessità di un intervento normativo

In questo scenario, per fortuna, attività di sensibilizzazione contro gli sprechi e iniziative per il “recupero” dei frutti “brutti ma buoni” cominciano a prendere piede, ma non è sufficiente. Bisogna intervenire a livello normativo e in particolare, bisogna abolire i vincoli imposti dalla normativa europea sul calibro dei prodotti (543/2011 e successive modifche), così come è stato fatto per gli altri prodotti agricoli. Inoltre a tal proposito il Ministro Patuanelli dedica un cenno alla “vendita diretta: attività insostituibile e voce ogni giorno più importante per le imprese agricole, sempre più attente ad avere un rapporto diretto e di fiducia con i consumatori; si deve intervenire per semplificare le procedure, attraverso un miglioramento delle normative già oggi in essere e con nuove risorse per stimolare la nascita dei farmers market”.

Necessario sarà attuare le buone intenzioni elencate dall’Unione Europea nella strategia “Farm to Fork” dal produttore al consumatore, magari recuperando i mercati coperti, in disuso in tante città italiane, favorendo l’incontro e la socializzazione tra le produzioni locali e i consumatori prossimi ai luoghi di produzione, impattando positivamente anche sulle emissioni che i trasporti di frutta e verdura alimentano in un mercato che trasporta merce da, e per, ogni parte del globo.

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