Gli immortali: Alda Merini

Poesia per celebrare la vita

Nel 1995 la poetessa milanese Alda Merini scrisse nel libro La pazza della porta accanto : ”Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”. Le sue spoglie, a seguito della morte sopraggiunta nel 2009, sono custodite nella cripta del Famedio del cimitero Monumentale di Milano, accanto a quelle di altri illustri personaggi del mondo della cultura milanese e la sua tomba è regolarmente meta di ammiratori e lettori, che l’hanno conosciuta ed apprezzata attraverso le sue numerose opere.

Alda Merini nacque a Milano nel 1931 in una famiglia di modeste condizioni economiche ed era la secondogenita di tre figli. La sua infanzia fu quella di una ragazza sensibile ed un po’ malinconica, dedita allo studio che amava molto. Per ironia della sorte dopo aver completato gli studi dell’obbligo con voti molto alti non riuscì a superare la prova di italiano, necessaria allora per accedere al liceo Manzoni. Fortunatamente per tutti noi una sua insegnante delle scuole medie la mise in contatto con persone capaci di valorizzarne l’enorme e precoce talento letterario. Tuttavia nello stesso periodo si manifestarono anche i primi disturbi psichici, che determinarono il suo internamento per un mese presso la clinica villa Turro a Milano dove le fu diagnosticato un disturbo bipolare. In seguito la sua vita fu caratterizzata dall’alternanza tra periodi di benessere e di malattia, spesso accompagnati da periodi più o meno lunghi di internamento. Nel 1953 venne pubblicata la prima raccolta di versi intitolata La presenza di Orfeo, titolo che perfettamente sintetizzava l’opera di Alda. Il mito di Orfeo, del viaggio sacrificale nel lato oscuro della realtà per cantare comunque la vita, rimarrà sempre la sua traccia esistenziale, come una necessità, una vocazione che coincideva con tutto il proprio essere. Recensendo il suo primo libro Pier Paolo Pasolini lo aveva intuito con grande lucidità capendo da subito che Alda non aveva attinto a nessuna fonte, cosa che emergeva dall’impossibilità di distinguere nei suoi versi la lingua comune da quella letteraria., ma che si trattava di una donna che semplicemente parlava della sua vita con la padronanza del proprio mestiere. Le sequenze di versi più riuscite sembrano scritte ad occhi chiusi, da qualcuno che sa già tutto l’essenziale perché tutto ha attraversato. Ecco quindi che la sua forza poetica non si è nutrita di un particolare tipo di poesia ma si potrebbe dire della poesia stessa, tanto che quando con il passare degli anni la sua opera sembrò rasserenarsi e strutturarsi in maniera più convenzionale si ebbe la sensazione come di un qualcosa di sovrapposto rispetto al suo fuoco espressivo più vivo e più vero.

“Sono altro. Sono altrove”

Alda Merini perse il marito nel 1983, si risposò nel 1984 con l’anziano poeta Michele Pierri che la curò e la protesse avendone la competenza, era stato infatti primario di cardiologia prima di andare in pensione. Con lui si trasferì a Taranto dove visse anni felici: “Non avrei potuto scrivere in quel momento nulla che riguardasse i fiori perché io stessa ero diventata un fiore, io stessa avevo un gambo ed una linfa”. Il destino purtroppo però le portò via rapidamente anche il secondo marito, colpito da un male incurabile, ed Alda in preda ad una forte crisi tornò a Milano rientrando in terapia. Dopo aver riconquistato lentamente un minimo di serenità cominciò a frequentare il caffè-libreria Chimera a poca distanza dalla sua abitazione sui Navigli, offrendo agli amici del caffè i suoi dattiloscritti. Tra le tante opere nel 1997 venne pubblicata la raccolta di poesie La volpe ed il sipario nella quale, fenomeno tipicamente contemporaneo ma unico dentro l’universo della poesia, si assistette al fenomeno di una poesia spontanea in forma orale che altri trascrivevano. Ciò la condusse sempre più verso testi assai brevi fino ad arrivare all’aforisma vero e proprio. La parte finale della sua produzione letteraria fu invece caratterizzata da una sorta di fase mistica, durante la quale i temi prettamente spirituali tenderanno a prendere il sopravvento. Dopo la sua morte il comune di Milano ha collocato una targa sul muro dell’abitazione della poetessa sui Navigli. Passandoci accanto si ha la sensazione di ascoltarne la voce: “Non mettermi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa accorgersi più di un tramonto. Chiudo gli occhi, mi scosto un passo. Sono altro. Sono altrove”.

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