“The People vs. Arctic Oil”: la

La causa ambientale contro lo Stato norvegese

A Oslo è in corso la prima causa ambientale che vede sul banco degli imputati lo Stato norvegese, il quale nel 2016 aveva emesso ben dieci licenze di trivellazione nel mar di Barents.

La causa è stata intentata da Greenpeace insieme a Nature and Youth a seguito dell’ampliamento della zona designata per l’esplorazione petrolifera nell’area più a nord e più ad est del Paese.

Una manovra, quella del governo, che ha scatenato anche il dissenso di organizzazioni come The Grandparents’ Climate Movement e Naturvernforbundet, l’Associazione norvegese per la preservazione della natura, coalizzatesi in qualità di terze parti a sostegno della causa.

Una violazione dei diritti umani

La prima udienza, imperniata sulla violazione dell’articolo 112 della Costituzione norvegese, si è conclusa negativamente per il querelante. Successivamente, il giudice ha riconosciuto che si tratta di un articolo di disposizione dei diritti a tutti gli effetti e che in quanto tale include anche gli ecodiritti.

Nel 2019, oltre a tale violazione, la sentenza emessa ha concluso che la Norvegia è responsabile per le emissioni del petrolio che esporta negli altri paesi.

La connessione tra crisi climatica e diritti umani è stata ulteriormente consolidata all’udienza dello scorso 15 giugno, quando gli attivisti per il clima norvegesi hanno fatto ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) per denunciare l’abuso di trivellazioni nell’Artico, che minano il futuro già incerto dei giovani.

Gli ambientalisti sostengono che permettendo nuove trivellazioni petrolifere nel mezzo di una crisi climatica, la Norvegia sta violando i diritti umani fondamentali”, hanno detto i giovani attivisti in una dichiarazione che annuncia il loro appello alla CEDU.

La dichiarazione è stata rilasciata in seguito all’annuncio da parte di Equinor, società petrolifera principale della Norvegia, che intende velocizzare le procedure di rilascio di investimenti nel settore dell’energia rinnovabile mentre – paradossalmente – dall’altra parte prevede di incrementare l’estrazione di petrolio entro i prossimi cinque anni.

Preoccupazione per il futuro dei giovani e delle popolazioni indigene

Con la fusione dei ghiacciai in Groenlandia che ha raggiunto il punto di non ritorno, i cambiamenti meteorologici repentini ed estremi e le temperature sempre più in rialzo, è necessario agire tempestivamente per arginare il più possibile i danni causati all’ecosistema e al clima, che si riflettono nella limitazione e violazione del diritto alla vita delle future generazioni.

Lasse Eriksen Bjoern, attivista ventiquattrenne del popolo indigeno Sami della Norvegia settentrionale, ha detto che il cambiamento climatico sta già mettendo a repentaglio la vita della sua comunità.

“La cultura Sami è strettamente legata alla natura, e la pesca è essenziale. Una minaccia ai nostri oceani è una minaccia alla nostra gente”, sostiene Bjoern.

La CEDU deve ora decidere se il caso, presentato dagli attivisti come “The People VS Arctic Oil”, può essere accolto.

Ipsa historia repetit: la violazione degli ecodiritti e dei diritti fondamentali dell’uomo

The People VS Arctic Oil” sortisce l’effetto deja-vu, richiamando precedenti infrazioni che hanno condotto a disastri ambientali come il Caso Wakashio.

Secondo il rapporto “Zero Netto entro il 2050” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, per raggiungere le emissioni zero nette entro i prossimi 50 anni, bisogna bloccare i finanziamenti ai nuovi progetti di fornitura di petrolio, gas e carbone e rispettare gli obiettivi dell’accordo di Parigi del 2015 sul cambiamento climatico.

Ancora una volta la reclamazione degli ecodiritti e dei diritti umani passa in sordina: la Norvegia, il più grande produttore di petrolio e gas dell’Europa occidentale con una produzione giornaliera equivalente a circa 4 milioni di barili di petrolio, la scorsa settimana ha infatti confermato che intende continuare con le attuali politiche petrolifere, in barba agli accordi di Parigi.

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