I popoli custodi della terra e le

Le lotte indigene per la salvaguardia delle terre ancestrali

La storia dei popoli indigeni è una storia fatta di sopraffazione, abusi, lotte e diritti negati. Sulle loro terre e ai loro danni si consumano i peggiori reati, che purtroppo restano quasi sempre impuniti. Poche sono le vicende che vedono queste popolazioni vittoriose contro governi e multinazionali che calpestano ripetutamente i loro diritti, sacrificandoli, senza troppi scrupoli, in nome del progresso.

La tutela di queste popolazioni passa dalla comprensione della loro particolare cosmovisione: il diritto alla terra e il diritto a decidere sulle questioni relative al proprio territorio sono le tematiche che occupano un posto di rilievo nelle loro battaglie; ma il fulcro principale della loro resistenza è la rivendicazione del più antico diritto di autodeterminazione. Una risposta in tal senso sembra essere data con il riconoscimento della multiculturalità e della plurinazionalità di alcuni Stati, caratteristiche che indicano la presenza di più culture all’interno del medesimo territorio, e propongono il dialogo tra esse ai fini di una maggiore inclusione sociale, ma non basta.

I popoli nudi hanno un’organizzazione e una visione del mondo per molti aspetti agli antipodi della concezione capitalista che, ad ogni costo e con ogni mezzo, cerchiamo di imporre loro e per poter comprendere a pieno in quale scenario si inquadrano le questioni relative alle comunità indigene bisogna capire chi sono questi popoli e per cosa sono costretti a lottare.

Chi sono gli indigeni?

Indentificare queste popolazioni spesso è difficile, per questo ci si riferisce a loro con termini diversi: gruppo, popolazioni native, comunità, minoranze. Spesso, con lo stesso vocabolo sono identificate, sia le piccole comunità di nomadi, sia i grandi gruppi, i quali possono costituire delle minoranze ma anche, in alcuni casi, la maggioranza stessa di uno Stato. Inoltre, si può sicuramente affermare che non esiste una definizione generale che possa essere applicata indistintamente a tutti i popoli indigeni di ogni regione del Mondo. Per questo motivo risulta assai complicato produrre un sistema di norme omogeneo per la loro salvaguardia. Secondo Martinez Cobo “i popoli indigeni sono le comunità, i popoli, le nazioni che, avendo una continuità storica con le società precedenti alle invasioni e alle colonizzazioni, si svilupparono nei loro territori considerandosi distinte da altri settori delle società oggi prevalenti in quei territori. Formano ad oggi settori non dominanti della società e sono determinati a preservare, sviluppare e trasmettere alle generazioni future i loro ancestrali territori e la loro identità etnica.”

Il Cerchio della Vita, la Pacha Mama e il buen vivir

La loro particolare concezione della Vita discende dalla tradizione ctonia, la cui storia è antica quanto la storia dell’Umanità. L’identità di questi popoli è il risultato della loro cosmovisione che implica una visione del Mondo diametralmente opposta a quella occidentale, frutto di un insieme di credenze religiose, tradizioni e stili di vita completamente diversi da altre civiltà. In questa visione olistica tutti gli elementi dell’esistenza sono in relazione nel Cerchio della vita, dove tutto è inserito in perfetta armonia ed equilibrio. Nulla è concepito al di fuori del Cerchio, anche il tempo per i popoli indigeni ha un andamento diverso, è ciclico, non lineare, e alla Natura è attribuito un ruolo fondamentale: essa va preservata, non modificata.

Il loro obiettivo è il buen vivir , inteso come vivere bene, in armonia, rispettando la Madre Terra e rifiutando l’accumulazione di ricchezze materiali, da perseguire attraverso alcuni principi fondamentali quali, per esempio: non avere pregiudizi, non mentire e non rapinare il prossimo, promuovere la vita armoniosa, vivere la buona vita, preservare una terra senza il male. Questa particolare visione del Mondo pone al centro non più l’uomo, ma la Pacha Mama, la Madre Terra, da cui ha origine anche l’individuo e tutto ciò che lo circonda. Secondo questa concezione cosmo –centrica, l’essere umano è subordinato alla Natura, alla quale tutto si deve relazionare, perché tutto è connesso ad essa.

Ed è in questa situazione che vanno inquadrate le lotte per la terra e per i diritti dei popoli indigeni, anche se non sempre i Custodi della Terra hanno la meglio.

L’Amazzonia e la corsa all’oro: i Munduruku e gli scontro con i garimpeiros

Quello che sta succedendo in Amazzonia ne è un esempio. È notizia di qualche giorno fa l’ennesimo attacco ai danni dei leader della Riserva indigena di Munduruku. Nel loro viaggio da Jacareacanga verso Brasilia per partecipare alle proteste contro le invasioni delle loro terre ancestrali e la violenza subita dalla popolazione indigena locale, alcuni minatori d’oro illegali, i garimpeiros, avrebbero distrutto le gomme dell’autobus messo a loro disposizione per il tragitto, minacciando l’autista di dare fuoco al mezzo. La corsa all’oro illegale è un problema che attanaglia le popolazioni locali dell’Amazzonia da molto tempo. Deforestazione, incendi e scontri sono all’ordine del giorno, e neanche la polizia federale riesce a fermare questa spirale di violenza che sta distruggendo le terre ancestrali e danneggiando fortemente le popolazioni che le abitano.

Nel documento diffuso dal Movimento Munduruku Ipereg Ayu si legge una denuncia forte: “Continuiamo ad essere attaccati. I servizi pubblici non funzionano, Jacareacanga è una città senza legge.” Ma i Munduruku non sono l’unico popolo ad essere minacciato, nella stessa zona anche la Riserva Yanomami è sotto attacco per lo stesso motivo.

KeystoneXL: la storica vittoria della Tribù Ponca

Nello stesso giorno in cui in Amazzonia le popolazioni indigene denunciavano l’ennesima sopraffazione, il presidente della Tribù Ponca del Nebraska gioiva per un risultato storico. L’oleodotto Keystone XL è stato definitivamente bloccato. Il Piano Biden per la rivoluzione dell’energia pulita e una giustizia ambientale prevede l’immediato rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi, dopo che Trump aveva deciso di tirarsi fuori.
Questa decisione ha di fatto bloccato l’oleodotto, un grande progetto della TC Energy che si snoda tra Canada e Stati Uniti, attraversando territori estremamente fragili. L’opera che ha superato fasi alterne, è stata portata avanti nonostante una battaglia lunga più di 10 anni.

La parola fine però ha segnato un punto a favore delle popolazioni indigene e dei movimenti ambientalisti che si battono per il cambiamento climatico e contro l’utilizzo dei combustibili fossili. Bloccata una prima volta dall’amministrazione Obama, aveva ottenuto nuovamente i permessi per la prosecuzione dei lavori durante il governo di Trump. Ora Biden ha messo il punto per sempre, annunciando l’ordine esecutivo per la revoca dei permessi. Il 9 Giugno la TC Energy Corporation ha definitivamente abbandonato il progetto.

La storia di quest’opera era quella di un disastro climatico preannunciato. Più volte infatti lungo il percorso dell’oleodotto si erano verificate delle fuoriuscite, e se si pensa che il petrolio prodotto dalle sabbie bituminose è uno dei combustibili più sporchi della Terra, risulta facile comprendere il motivo dell’avversione nei confronti di KeystoneXL, che attraversando il fragile territorio delle Sand Hills del Nebraska avrebbe potuto contaminare addirittura l’acqua potabile.

Keystone rappresenta dunque una delle vittorie dei Popoli Custodi della Terra, che con coraggio e grande forza rivendicano il diritto ad uno stile di vita maggiormente rispettoso della Pacha Mama. Ma è anche una vittoria per tutti e di tutti, che ci porta a ragionare sull’importanza di difendere questi popoli dal progresso a tutti i costi. Come ci ricordava il giornalista austriaco Robert Jungk “Dovremmo finalmente vedere nella difesa dei popoli indigeni non un atto di compassione ma un atto di autoconservazione, perché tutto ciò che ci è stato tolto dall’era industriale fra loro sopravvive almeno a livello di tracce. Se vogliamo definirci uomini avremo bisogno dell’aiuto di coloro che nella nostra sciocca arroganza chiamiamo sottosviluppati”.

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