Multimprenditorialità e multifunzionalità nell'agricoltura

Settore agricolo a rischio stravolgimento

L’agricoltura, specie in alcune regioni – quando accompagnata dalla passione degli agricoltori – ha saputo rappresentare un vero e proprio bastione economico di salvaguardia, permettendo di risparmiare ai territori inutili e insostenibili insediamenti. E tuttavia, in questo momento storico – dove l’ecologia sembra andare di moda e il greenwashing è un ordinario strumento di comunicazione – anche il settore agricolo rischia di essere stravolto, con buona pace di agricoltori ed ecologisti. Infatti, nell’agricoltura prendono piede sempre più spesso proposte ed operazioni a misura di grande impresa che, anziché sostenere gli agricoltori e le comunità, finiscono per avallare la realizzazione di insediamenti insostenibili che consumano suolo e snaturano il settore.

Quindi, viene spontaneo domandarsi: di che operazioni economiche stiamo parlando? E in che modo si concretizza lo stravolgimento del settore agricolo? Per capire bene di cosa stiamo parlando, serve prima comprendere in che modo e per quale fine si investe nel settore agricolo. Per fare ciò, ci soffermiamo brevemente sui concetti di multiimprenditorialità e multifunzionalità agricola, che aiutano a definire quali investimenti possono essere portati avanti sui terreni agricoli.

Multimprenditorialità: di cosa stiamo parlando?

La multimprenditorialità, è svolta da soggetti non agricoltori che si affiancano ad essi al fine si investire in attività remunerative. Spesso si tratta, per fare alcuni emblematici esempi, di costruzioni per attività ricettive, di trattamento dei rifiuti e o di produzione energetica. Nello spirito del legislatore, la multimprenditorialità doveva servire a disciplinare tutte le attività imprenditoriali che, a partire da quelle turistico-ricettive (affiancandosi all’agricoltura) avrebbero potuto costituire investimenti remunerativi complementari all’attività agricola. Purtroppo, però, assistiamo continuamente a proposte di ultra-semplificazione e ampliamento delle ipotesi di multimprenditorialità. Il pericolo è che l’agricoltura passi in secondo piano rispetto alle imprese esterne che investono nel settore e rispetto ad altre attività che risultano maggiormente remunerative.

Quali sono i rischi

Sembrano gli albori degli investimenti “biofuel” in Africa. Se il grano più pregiato rende all’agricoltura 15 euro a quintale, il pericolo è che – sempre a titolo esemplificativo – la priorità si sposti sulla più remunerativa produzione di energia. Si coltiva quindi grano scadente, con l’unico intento di biodigestarlo, producendo energia che serve solo ad attrarre incentivi e che non risponde alle esigenze pubbliche (come accade in molte speculazioni di cui si legge sulle cronache giudiziarie). Allo stesso modo, l’ultra-semplificazione e l’ampliamento delle ipotesi di multimprenditorialità porterebbero a stravolgere il nostro settore agricolo. E, anche all’interno di aree protette, la coltivazione finirebbe per essere uno strumento di facciata necessario a consentire la realizzazione di insediamenti e di strutture ricettive.

La differenza tra multimprenditorialità e multifunzionalità

Anche con la multifunzionalità si investe nell’attività agricola. Tuttavia, in questo caso, è la stessa impresa agricola che intraprende attività collaterali. Parliamo, solo per fare alcuni esempi, di investimenti nell’agriturismo o nella ristorazione, nelle attività di escursione o nei servizi funzionali ai cammini e ai percorsi sentieristici. Insomma, investimenti che – sempre necessitando di grande attenzione e supervisione – rafforzano il settore agricolo senza snaturarlo.

Disciplinare le attività di multimprenditorialità

Ciò non significa che la multimprenditorialità debba essere cancellata. La soluzione, comunque, sta nel dare il giusto peso a questo strumento, restituendogli lo spirito con cui il legislatore lo aveva istituito – soprattutto per quanto riguarda le aree protette. Sulla definizione delle aree sottoposte a tutela, la legislazione nazionale è chiara e puntuale: le attività che è possibile svolgere devono attenersi all’agricoltura tradizionale.

Si potrebbe, quindi, pensare di disciplinare – più che di limitare – le attività di multimprenditorialità. A partire dalle aree protette. Magari assicurandosi che la multimprenditorialità svolga un ruolo di ausilio – ruolo che ha svolto in passato e che continua ancora a svolgere – e non di prevaricazione dell’attività agricola, così da non danneggiare l’ambiente e la vivibilità dei luoghi. Per garantire che la multimprenditorialità possa svolgere questa funzione si potrebbe, ad esempio, pensare di prendere in considerazione solo gli edifici esistenti e assicurarsi che la remuneratività dell’impresa agricola resti prevalente rispetto a quella che le si affianca. Questo approccio avrebbe un duplice effetto: da un lato garantirebbe la prevalenza della componente agricola all’interno del settore (includendo la dimensione economica e remunerativa); dall’altro, permetterebbe di sostenere i veri agricoltori, le cui attività verrebbero premiate.

Infatti, gli agricoltori – quella veri – amano realmente la terra e i suoi prodotti. Non restano in attesa dell’edificabilità dei terreni per poi trarre vantaggio dalla loro vendita. Già Antonio Cederna individuava nell’edificabilità dei terreni agricoli solo una mera intenzione speculatrice. Ma perché l’agricoltura resti prioritaria e rappresenti un volano economico per il territorio è necessario che le imprese che intendono investire in questo settore restino complementari non prevaricando l’attività agricola. E soprattutto che si concentrino sull’uso degli edifici esistenti restando compatibili con l’ambito agro-silvo-pastorale delle aree protette.

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