La battaglia sul destino del glifosato

Il destino del glifosato

In una nota ufficiale diffusa il 15 Giugno l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha reso noto le conclusioni del rapporto preliminare che le autorità di quattro stati membri, vale a dire Francia, Olanda, Svezia e Ungheria, hanno prodotto sul glifosato, la cui attuale autorizzazione quinquennale è in scadenza a Dicembre 2022. E’ stata la stessa Commissione Europea a dare mandato alle autorità dei quattro stati in questione per la realizzazione del documento che rappresenta il primo passaggio di un lungo percorso che determinerà entro la metà dell’anno prossimo il destino del glifosato e del suo impiego nelle pratiche agricole in Europa. Saranno la stessa Efsa e l’Echa (Agenzia europea dei chimici), dopo la pubblicazione dei documenti sui loro siti web, dopo ulteriori consultazioni e dopo aver raccolto le dovute raccomandazioni, a pronunciarsi in merito. Ebbene secondo il corposo documento, circa 11000 pagine, il glifosato non sarebbe cancerogeno, né tantomeno mutageno e tossico per la riproduzione, e quindi ci sarebbero le condizioni per prolungarne l’uso oltre la scadenza del 2022, sebbene si evidenzi la necessità di ulteriori analisi in merito all’impatto che questa sostanza potrebbe produrre sulla biodiversità.

I pericoli del glifosato

Ma che cosa è il glifosato? Proviamo a fare un po’ di chiarezza. Si tratta di un diserbante non selettivo che viene assorbito per via fogliare, caratteristica che gli permette di raggiungere anche gli organi di conservazione ipogea delle erbe infestanti, altrimenti non raggiungibili, e di devitalizzarli. Fu scoperto negli anni Cinquanta ma non fu inizialmente oggetto di pubblicazione, mentre alla sua riscoperta negli anni Settanta ad opera dei chimici della statunitense Monsanto seguì l’approvazione per l’uso agricolo in 130 paesi, Europa compresa. Il successo del glifosato come erbicida è stato negli anni senza pari, basti pensare che nell’annata 2006/2007 solo negli Stati Uniti ne sono stati impiegati 750 milioni di chilogrammi. I problemi sono cominciati nel 2012 con uno studio pubblicato su Food and Chemical Toxicology e soprattutto dalla presa di posizione dell’AIRC (International Agency for Research on Cancer) di Novembre 2015 che ha classificato il glifosato, nonché i fitofarmaci che lo contengono, come “probabile cancerogeno per l’uomo”, mentre vi sono prove sufficienti che lo sia sicuramente negli animali analizzati in laboratorio. Si tratta, per capirci, della stessa categoria nella quale sono inseriti gli steroidi anabolizzanti, le carni rosse, il DDT, le bevande bevute molto calde o le emissioni prodotte dal fuoco dei camini domestici alimentati a legna o con biomasse.

La battaglia sulle limitazioni del glifosato

Da allora il livello dello scontro si è alzato e diversi paesi hanno introdotto limitazioni all’uso del glifosato, ma non sempre in maniera decisa e comprensibile. Fa specie il caso francese che ha finora usato due pesi e due misure, ossia il via libera nelle pratiche agricole ma il divieto di impiego nella maggior parte degli spazi pubblici (giardini, parchi, aree verdi) e grosse limitazioni nella vendita ai privati nei negozi di giardinaggio. La stessa Francia, che insieme all’Italia aveva proposto senza successo nel 2017 la revoca dell’immissione in commercio a livello europeo, oggi è tra le capofila nell’operazione di completa riabilitazione. In Italia invece nel 2016 il governo ha disposto per decreto il divieto dell’uso dei prodotti fitosanitari contenenti glifosato, tanto nelle aree frequentate dalla popolazione quanto nei campi per accelerare la maturazione e la raccolta. Il glifosato non è stato messo al bando, ma ne è stato disciplinato parzialmente l’uso agricolo. Non sorprende quindi che le conclusioni del documento consegnato dai quattro paesi europei abbiano scatenato dure reazioni, a cominciare dall’associazione ambientalista Heal, che ha sottolineato la pericolosità del glifosato per l’uomo ed ha ricordato la triste pagina dei cosiddetti “Monsanto Files”, resi famosi da un’inchiesta del quotidiano francese Le Monde nel 2017. Si tratta di documenti ottenuti dalla parte querelante durante le cause legali mosse da migliaia di cittadini negli Stati Uniti e che hanno costretto la tedesca Bayer, dal 2018 proprietaria di Monsanto, a patteggiare 10 miliardi di risarcimenti per i danni subiti dagli agricoltori per l’utilizzo prolungato del glifosato. In questi documenti emergerebbe l’interferenza del gigante agricolo, capace di condizionare pesantemente la letteratura scientifica.

A rischio anche la biodiversità

E’ intuitivo prevedere che lo scontro che va profilandosi potrebbe portare ad una negoziazione dei limiti attualmente consentiti in Europa, mentre pare allontanarsi la prospettiva di un divieto unilaterale europeo nell’uso del glifosato. Tuttavia già oggi tanti pongono una questione di salvaguardia della biodiversità che va anche oltre il potenziale rischio di cancerogenicità nell’uomo e che è intimamente legata alla sua potente ed aspecifica azione erbicida. Peraltro è noto che il glifosato è assorbito solo per venti centimetri di profondità dal terreno, ciò ne determina una scarsa presenza nelle falde acquifere, ma non evidentemente in quelle superficiali dove al contrario abbonda raggiungendo piante ed animali. La cosa non può lasciarci né tranquilli né tantomeno indifferenti. Il glifosato difficilmente può essere la strada per una nuova Europa.

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