Goldman Environmental Prize 2021

Il Goldman Environmental Prize

Sei persone, sei storie, sei regioni continentali del Pianeta: sono “i campioni dell’ambiente”, i vincitori del Goldman Environmental Prize 2021, conosciuto anche come il Premio Nobel per l’ambiente.

Istituito a San Francisco nel 1989 da Rhoda e Richard Goldman, da 30 anni a questa parte il Goldman Environmental Prize viene assegnato a persone che si sono distinte per le battaglie condotte in difesa dell’ambiente; persone comuni che hanno deciso di mettersi in gioco e di fare tutto quello che era in loro potere per proteggere la nostra casa comune.

La cerimonia, che quest’anno a causa della pandemia si è tenuta a distanza, ha visto protagoniste cinque donne e un uomo, le cui vicende possono essere fonte di ispirazione per i molti che sempre più convintamente si stanno avvicinando alla causa ambientalista.

Sharon Lavigne e la battaglia contro il megastabilimento della plastica

C’è Sharon Lavigne, insegnante di sostegno che si è scagliata contro un colosso della plastica – la Formosa Plastics Corp – per impedire che un nuovo megastabilimento venisse costruito in Luoisiana, lungo il Mississippi, andando ad aggiungere inquinamento in un’area in cui, proprio di inquinamento, stanno già morendo troppe persone, soprattutto nelle comunità afroamericane, quelle che, come ormai diversi studi hanno dimostrato, risultano più esposte ai danni causati dalle emissioni di sostanze inquinanti.

Liz Chicaje Churay e l’istituzione del Parco Nazionale Yaguas

Scendendo verso sud lungo il continente americano, troviamo Liz Chicaje Churay, che con le sue battaglie ha fatto sì che il governo peruviano istituisse il Parco Nazionale Yaguas: una vastissima area di 868.000 ettari all’interno della Foresta Amazzonica, che ospita più di 3.000 diverse specie di piante, 500 specie di uccelli e 160 specie di mammiferi. Uno scrigno di biodiversità nel Nord del Perù che garantisce non solo la tutela di fauna e flora, ma anche delle popolazioni indigene che, come sappiamo, vivono sotto una minaccia costante.

La guerra al carbone di Kimiko Hirata

A distinguersi per le isole è stata Kimiko Hirata, attivista giapponese che da oltre 20 anni si batte contro l’uso del carbone per la produzione di energia. Fondatrice del Kiko Network, Kimiko è in prima linea contro le fonti fossili sin dalla Conferenza sul clima di Kyoto, nel 1997. Grazie alle sue iniziative, negli ultimi in Giappone è stata sventata la costruzione di ben 13 nuove centrali a carbone.

Thai Van Nguyen in difesa dei pangolini

Bisogna restare in Asia per incontrare l’unico uomo ad aver vinto il Goldman Environmental Prize di quest’anno: si tratta del vietnamita Thai Van Nguyen, che è stato premiato per il suo impegno in difesa del pangolino, l’animale più cacciato e trafficato al mondo. Dal 2018 ad oggi, Thai Van Nguyen ha salvato 1.540 pangolini e ha dato vita al primo centro antibracconaggio del Vietnam – il Save Vietnam Wildilife – che ha portato all’arresto di 244 cacciatori illegali.

Gloria Majiga-Kamoto prima vincitrice del Malawi

Di inquinamento da plastica si è invece occupata la vincitrice proveniente dall’Africa. Si tratta di Gloria Majiga-Kamoto, che nel suo Malawi si è battuta affinché venisse approvato un bando che vietasse l’impiego della plastica sottile monouso – quella utilizzata per le buste di plastica, per intenderci – e mettesse un argine all’enorme quantità di rifiuti plastici prodotti ogni anno nel Paese (si parla di circa 75.000 tonnellate). Obiettivo raggiunto nel 2019, quando il governo del suo Paese ha vinto la battaglia legale contro l’azienda produttrice di plastica, Aero Plastics Insustries Limited.

Maida Bilal salva il fiume Kruŝĉica

A rappresentare l’Europa in questo sestetto di virtuosi c’è la bosniaca Maida Bilal. Trentanovenne fondatrice dell’associazione dei cittadini Eko Bistro, Maida si è guadagnata questo premio grazie al suo impegno nella tutela del fiume Kruŝĉica, nei Balcani occidentali. Questo fiume non solo costituisce la principale fonte di acqua per circa 150.000 persone, ma fa anche parte di quei fiumi incontaminati, tra gli ultimi rimasti in Europa, che attraversano proprio i Balcani. Ciononostante, nel 2016 il comune decide di approvare la costruzione di due centrali idroelettriche lungo il fiume, senza peraltro aver consultate le comunità del posto. In occasione dell’avvio dei lavori, Maida e altri 300 attivisti hanno dato inizio alla loro protesta e per 503 giorni hanno occupato l’area, impedendo l’avvio dei lavori e dal 2018 il tribunale locale ha iniziato ad annullare i permessi di costruzione delle dighe.

Storie che ci insegnano quanto sia determinante il ruolo di ognuno di noi e quanto, anche quando apparentemente le nostre azioni possono sembrare insignificanti rispetto ad un problema globale, possiamo concretamente fare per essere noi per primi a dare inizio al cambiamento che chiediamo ai nostri politici e alle nostre società.

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