Una tonnellata di Co2 in meno per ogni smart worker

Pro e contro dello smart working

Lo smart working nel corso dell’ultimo anno è ormai diventata una realtà consolidata per milioni di persone anche nel nostro Paese, dove prima della pandemia non poche erano le diffidenze nei confronti di questa modalità lavorativa che ha infatti faticato molto a diffondersi e che, probabilmente, se non avesse trovato un acceleratore nella pandemia non avrebbe il riscontro che invece ha oggi.

Lavorare da casa presenta certamente i suoi pro e i suoi contro: certo, c’è un un risparmio di costi sia per le aziende che per i dipendenti, ma c’è anche la questione – spesso ancora sottovalutata – dell’iperconnessione che gioca tutta a enorme svantaggio della qualità della vita dei lavoratori.

Lo studio

Tra gli aspetti che sembrano giovare dello smart working c’è, secondo uno studio realizzato da Carbon Trust, quello ambientalista. L’associazione, nata nel 2011 con lo specifico intento di aiutare le Organizzazione a ridurre il loro impatto ambientale, ha infatti condotto uno studio – che ha coinvolto cinque Paesi europei (Italia, Svezia, Spagna, Germania e Repubblica Ceca)- e che ha analizzato la quantità di emissioni di Co2 che si sono evitate prima, durante e, sulla base di proiezioni, dopo la pandemia grazie al lavoro svolto da casa.

In futuro meno 8,7 megatonnellate di CO2 all’anno

Volendo soffermarci in particolare sulla situazione nel nostro Paese, quello che è emerso dall’analisi di Carbon Trust è che nel corso dell’ultimo per ogni persona che ha lavorato in modalità smart è stata evitata l’emissione di circa una tonnellata di CO2, praticamente l’equivalente di sette voli da Berlino a Londra. In futuro, con un numero di lavoratori in smart working destinato, secondo le stime, a salire fino al 36% e a coinvolgere circa 8,23 milioni di persone, il taglio delle emissioni è destinato a salire e a raggiungere le 8,7 megatonnellate all’anno.

Un dato interessante, che arriva in concomitanza di una notizia decisamente allarmante, diffusa dall’Agenzia meteorologica e climatica statunitense (Noaa) e dall’Istituto di Oceanografia di San Diego, che hanno rilevato come, durante il mese di maggio appena terminato, la quantità di anidride carbonica presente nella nostra atmosfera abbia raggiunto il valore medio più alto degli ultimi 63 anni: 419 parti per milione, a fronte delle 417 di maggio 2020.

Azioni coerenti per combattere la crisi climatica

Un dato interessante su cui, tuttavia, non devono mancare le opportune riflessioni. Come specificato anche da Andie Stephens, Associate Director di Carbon Trust, “Il rapporto mostra che mentre il lavoro da casa offre un grande potenziale per il risparmio di carbonio, è importante comprendere le sfumature regionali e i modelli di lavoro e identificare le inefficienze che aumentano i consumi, al fine di creare scenari di risparmio effettivi. Per realizzare pienamente i benefici ambientali a lungo termine di un aumento dei modelli di lavoro ibridi in futuro, dobbiamo assicurarci di adottare approcci diversi anche fuori casa. In caso contrario, gli uffici che operano a piena domanda di energia, pur essendo occupati solo a metà, o i sistemi di trasporto che non sono in grado di rispondere all’evoluzione della domanda potrebbero portare a un aumento complessivo delle emissioni di CO2”.

Insomma, i dati appaiono certamente promettenti, ma per la lotta alla crisi climatica è importante che i vantaggi ambientali del lavoro da casa vengano inseriti in un quadro coerente di azioni senza le quali è impensabile raggiungere gli obiettivi prefissati; il tutto senza dimenticare mai la dimensione umana e quel diritto alla disconnessione per cui ancora tanto c’è da battersi.

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