Gli immortali: Arturo Toscanini

Un concentrato di arte

L’edicola Toscanini, collocata nel riparto VII dell’area di Levante del Cimitero Monumentale di Milano, è considerata una delle più belle della necropoli. Realizzata dall’architetto Mario Labò in marmo di Carrara colpisce per l’eleganza, la delicatezza, la tenerezza che le figure scolpite da Leonardo Bistolfi trasmettono. Tutto questo nonostante il piccolo edificio porti ancora le tracce delle bombe che colpirono pesantemente Milano nell’Agosto del 1943 e che non risparmiarono, senza rispetto alcuno, nemmeno questo angolo della città. Toscanini volle che le tracce restassero visibili, per non alterare l’insieme dell’edificio, ma anche a testimonianza della follia e della stupidità umana. Qui riposa il maestro, insieme alla moglie Carla, alla nuora Cia Fornaroli prima ballerina della Scala, alla figlia Wanda ed a suo marito, il grande pianista polacco Wladimir Horowitz. Un vero e proprio concentrato di arte, personaggi che hanno incantato, estasiato, dato un senso altissimo alla propria esistenza. In realtà l’edicola Toscanini nasce come luogo per accogliere le spoglie del piccolo Giorgio, uno dei figli di Arturo, morto a soli 5 anni per difterite. La culla ed i giochi del bimbo scolpiti sulle pareti, le tre Parche che impersonificano le balie, l’abbraccio stilizzato secondo i modi della Secessione Viennese dei due genitori, ben rappresentano un dolore atroce, il più atroce possibile per un essere umano. Allora Toscanini si trovava negli Stati Uniti ed il corpo del piccolo Giorgio fu trasportato in Italia, nel luogo che poi accoglierà più tardi la salma dello stesso maestro.

L’artista e l’uomo

E’ giusto dire che nella storia della Scala di Milano c’è un prima ed un dopo Toscanini. Non è un’esagerazione, perché Toscanini ha profondamente trasformato il modo di dirigere un’opera, cosa che lo ha reso uno dei più grandi direttori d’orchestra di ogni epoca. Si dice che per Toscanini ogni prova fosse un concerto ed ogni concerto fosse una prima, tanta era l’attenzione ai minimi particolari. Il pubblico in tutto questo era parte in causa, non un soggetto esterno. Niente più ritardatari, niente bis, una fossa per l’orchestra, la rappresentazione musicale doveva essere un’opera totalizzante che comportava la piena disciplina del pubblico alla ricerca della perfezione e di un risultato estetico assoluto. Erano superati i tempi in cui nei palchi succedeva di tutto, si tramava, ci si incontrava, si amoreggiava, si giocava persino d’azzardo. Sì perché nei teatri il gioco era consentito e pare che persino Alessandro Manzoni vi abbia dilapidato una fortuna. Ma Toscanini è stato anche un simbolo di integrità morale e di coraggio in epoche difficili. Nacque a Parma nel 1867 e morì a New York nel 1957. Una vita lunga la sua, durante la quale vide e toccò con mano la Grande Guerra, l’avvento del fascismo, la Seconda Guerra Mondiale, il primo Dopoguerra. Fu interventista ed amico di D’Annunzio, ma poi lui che era di idee socialiste, dopo una generica iniziale condivisione del programma fascista, se ne allontanò rapidamente e convintamente. Fu voce critica e stonata nella cultura omologata del regime riuscendo, grazie al suo enorme prestigio internazionale, a garantire all’Orchestra della Scala negli anni Venti una sostanziale autonomia. Non durò molto però e fu presto oggetto di una durissima campagna di stampa avversa sia sul piano artistico che sul piano personale, cosa che culminerà nell’episodio di Bologna del Maggio 1931 quando, essendosi rifiutato dopo un’estenuante negoziazione di eseguire come introduzione ad un concerto in commemorazione di Giuseppe Martucci gli inni Giovinezza e Marcia Reale, al cospetto di Ciano, Arpinati e diversi altri gerarchi, fu schiaffeggiato e colpito da una serie di pugni a viso e collo al suo arrivo in teatro da un gruppetto di camicie nere. Fu l’evento che lo spinse all’ esilio forzato. Non tornerà più a dirigere in Italia, lo farà solo alla fine della guerra quando l’11 Maggio del 1946 diresse alla Scala il cosiddetto concerto della Liberazione, il primo concerto del teatro ricostruito dopo la devastazione dei bombardamenti che lo avevano letteralmente sventrato. Non poteva che essere lui, lui che non si era piegato, lui che interpretava meglio di chiunque altro l’aspirazione ad un futuro migliore di una città e di un intero Paese. Quella sera Toscanini non dirigeva solo per i tremila spettatori che avevano potuto pagarsi un posto in teatro, dirigeva per tutti. Il premio Nobel Albert Einstein gli scrisse. “Sento la necessità di dirle quanto io l’ammiri e la onori. Lei non è soltanto un impareggiabile interprete della letteratura musicale mondiale. Anche nella lotta contro i criminali fascisti lei ha dimostrato di essere un uomo di grandissima dignità. Il fatto che esista un simile uomo nel mio tempo compensa molte delle delusioni che si è continuamente costretti a subire”.

Si ritirò a 87 anni e durante il suo ultimo concerto alla Carnegie Hall di New York Toscanini, noto per una memoria fuori dall’ordinario, per la prima volta perse la concentrazione e vi furono 14 secondi di silenzio prima che riprendesse la direzione del Tannhauser di Wagner. Alla fine del concerto raggiunse rapidamente il camerino, mentre in teatro gli applausi sembravano non finire più.

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