Lo Stato italiano sotto l'occhio del

Lo Stato italiano accusato di inazione climatica

È stata presentata in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente dello scorso 5 Giugno la prima causa climatica che trascina sul banco degli imputati lo Stato Italiano. La colpa di cui si è macchiato il Bel Paese è da rintracciarsi nell’inazione. Oggetto dell’azione legale è la presunta inadempienza climatica, ovvero per l’insufficiente impegno nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni clima-alteranti, cui consegue la violazione di numerosi diritti fondamentali riconosciuti dallo Stato italiano” così si legge sul sito ufficiale che promuove il procedimento giudiziario.

Promotori e ricorrenti

La causa, che fa parte della più ampia campagna di sensibilizzazione chiamata Giudizio Universale, è stata promossa dall’organizzazione ambientalista italiana A Sud e coinvolge oltre 200 attivisti per il clima. Non solo associazioni ed enti per la tutela e la salvaguardia dell’Ambiente, ma anche scienziati, avvocati, studenti e studentesse, cittadine e cittadini che hanno deciso di agire prima che sia veramente troppo tardi. Il folto gruppo di attivisti, destinati a crescere visto il continuo interesse per le questioni climatiche e il diritto ad un ambiente sano e sostenibile, annovera sostenitori dal Nord al Sud dell’Italia e anche fuori dai confini nazionali: Peacelink, Movimento NoTriv, Movimento NoTap, Fridays for Future, Link –Coordinamento Universitario e molti altri, tra i quali anche Navdanya International, l’organizzazione fondata in India oltre 30 anni fa da Vandana Shiva.

Davanti al Tribunale di Roma si sono presentati 203 attivisti per il clima di cui 24 associazioni, 17 minori rappresentati dai genitori e 162 adulti assistiti da un team di avvocati fondatori della rete Legalità per il clima, contro lo Stato italiano, rappresentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il diritto ad un ambiente sano nel Diritto Internazionale

L’oggetto del contendere è l’inerzia dello Stato italiano nell’affrontare le questioni climatiche. Un impegno giudicato poco fruttuoso, e a tratti insufficiente, al fine di far fronte all’emergenza causata dal cambiamento climatico che mette in serio rischio la salute dei cittadini del globo e ci rende, tutti indistintamente, vittime climatiche.

Il diritto ad un ambiente sano e sostenibile rientra, infatti, a pieno titolo nel novero dei Diritti Umani, nonostante gli strumenti di tutela presentino dei vuoti normativi. A tale diritto sono connessi ulteriori principi che rimandano direttamente al più ampio diritto alla salute e al sacro diritto alla vita e che comprendono, per esempio, il diritto all’acqua, al cibo, all’abitazione.

Nella 46° sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, tenutasi tra febbraio e marzo di quest’anno, è stata approvata una risoluzione che incoraggia gli Stati a rispettare maggiormente l’ambiente, proteggendo e tutelando gli ecosistemi e la biodiversità. Le ragioni per le quali non si può attendere oltre sono enunciate nell’elenco stilato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente.

Nell’ambito del Diritto Internazionale manca un riferimento chiaro ed autonomo al riconoscimento e alla tutela di tale diritto, nonostante sia richiamato in diverse Dichiarazioni e Convenzioni delle Nazioni Unite anche come diritto da garantire alle future generazioni. Una delle novità rilevanti in materia fu fornita dalla Dichiarazione di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo del 1992. Nel testo vi è un richiamo esplicito alla partecipazione e all’informazione dei cittadini per ciò che concerne i processi decisionali sulle questioni ambientali, oltre alla garanzia dell’accesso effettivo per i procedimenti giudiziari e amministrativi in merito a tali vicende.

Nonostante i passi avanti nella tutela dell’ambiente e il crescente interesse della società e dei singoli individui, gli strumenti a disposizione restano però limitati. Per questo la causa intentata avverso lo Stato italiano è una strada nuova e mai percorsa prima nel nostro Paese. Sebbene a livello internazionale sono sempre più i cittadini che avviano azioni di giustizia climatica, l’Italia è alle prese con la sua prima causa legale per il clima.

Cosa chiedono gli attivisti di Giudizio Universale?

Un drastico abbattimento delle emissioni di gas serra per il 2030, in modo da centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima, in ordine al contenimento massimo del riscaldamento globale entro 1,5°C e ad ogni modo ben al di sotto dei 2°C a fine secolo” questo si legge sul sito dedicato alla promozione della causa.

Nel dicembre del 2015 l’Accordo di Parigi ha fissato la soglia minima del riscaldamento globale al di sotto dei 2° C, con l’impegno da parte degli Stati di scendere ulteriormente al di sotto di 1,5° C. L’Italia ha ratificato l’Accordo l’11 Novembre 2016 ma nelle considerazioni finali del report di Climate Analytics redatto per A Sud, l’organizzazione promotrice dell’azione legale, si legge “L’attuale obiettivo dell’Italia rappresenta un livello di ambizione così basso che, se altri paesi dovessero seguirlo, porterebbe probabilmente a un riscaldamento globale senza precedenti di oltre 3°C entro la fine del secolo. Il carbon budget residuo dell’Italia (ovvero il tetto massimo di gas serra emettibili) tra il 2020 e il 2030, che risulta compatibile con il suo fair share nel perseguimento dell’obiettivo di temperatura a lungo termine dell’Accordo di Parigi, ammonta al massimo a circa 2,09 GtCO2eq. Se gli attuali livelli di emissioni dovessero continuare, già nel 2025 l’Italia esaurirebbe il suo fair share di emissioni rilasciabili nel periodo tra il 2020 e il 2030.

Da qui la necessità di agire per condannare lo Stato italiano per inadempienza verso gli obblighi derivanti dall’Accordo e imporgli l’adozione di politiche volte a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra del 92% rispetto al 1990, per garantire e riaffermare la necessità di ogni individuo di vivere in un ambiente sano e sostenibile.

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