I fanghi in agricoltura tra criticità e novità
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Cosa sono i fanghi per uso agricolo?

Il recente scandalo dei fanghi tossici sversati nei campi del Nord Italia ha riacceso l’attenzione sulla questione dei fanghi in agricoltura. Quando si parla di fanghi per uso agricolo si intendono i fanghi prodotti dal processo di depurazione delle acque reflue urbane, che sono da tempo utilizzate come fertilizzanti in agricoltura, considerato il loro buon contenuto di sostanze organiche e di minerali come azoto, fosforo e potassio, indispensabili alla fertilità vegetale. Il riutilizzo dei fanghi è una valida soluzione al problema del loro smaltimento ed è molto interessante per l’efficacia agronomica ed economica, in quanto sostituisce quasi completamente la concimazione chimica o altri tipi di concimazione organica.

Le criticità

Tuttavia l’utilizzo dei fanghi di depurazione quali fertilizzanti, benché sia considerato dalla Comunità Europea l’impiego più rispettoso per l’ambiente per questo tipo di rifiuto, presenta alcune criticità, riconducibili principalmente all’eventuale presenza di composti organici nocivi, metalli pesanti e microrganismi patogeni. Questo rischio sarebbe associato principalmente all’eventuale uso di fanghi di origine industriale invece che urbana, ma di recente sono emerse nuove problematiche legate al mutato contesto nel quale i fanghi vengono prodotti: la diffusione delle attività produttive e la loro sempre maggiore “polverizzazione” all’interno del tessuto abitativo, unitamente al maggior impiego di prodotti di sintesi nelle abitazioni, muta la composizione delle acque reflue convogliate nei depuratori e pone anche per queste tutta una serie di nuove questioni. In particolare rende indispensabile l’effettuazione di controlli efficienti al fine di scongiurare un grave rischio e cioè quello di finire per utilizzare come fertilizzante naturale dei fanghi composti da sostanze inquinanti, con tutte le ovvie conseguenze per la catena alimentare e per la salute dei cittadini consumatori. Il punto è che a livello generale vi è una situazione di grossa incertezza scientifica e che il vuoto legislativo ha finito per essere colmato dalle aule di tribunale. Quando poi la politica ha deciso finalmente di fare la sua parte lo ha fatto in modo totalmente scriteriato. Infatti fino all’estate scorsa faceva fede il giudizio della Corte di Cassazione Penale che aveva sancito che per gli idrocarburi, in particolare il toluene ed affini, si applicasse il limite del decreto legislativo 152/2006, vale a dire 50 mg/kg su materia secca. Un limite giustamente severo che con l’articolo 41 inserito maldestramente, per usare un eufemismo, nel decreto Genova, vale a dire il decreto ispirato dal drammatico crollo del ponte Morandi dell’Agosto 2018, il primo governo Conte, sostenuto da Lega e Movimento 5 stelle, ha portato a 1000mg/kg, ossia venti volte di più e peraltro sul tal quale e non sulla sostanza secca, cioè sulla sostanza liquida dove è evidente che il tasso naturale di diluizione rende praticamente tale limite irraggiungibile. Un vero pasticcio.

Le novità

Una delle voci più critiche in questo senso è stata quella di Gianfranco Amendola, ex magistrato ed esperto in normativa ambientale, che ha più volte espresso sulle colonne del Fatto Quotidiano il proprio disappunto finendo per parlare di “una vergogna nazionale”. Egli sostiene infatti che 1000 sul tal quale equivale in realtà ad 8000 sul secco, non lontano dai 10000 deliberati dalla giunta regionale lombarda a guida Maroni, sempre della Lega, nel settembre 2017. Questa decisione aveva all’epoca prodotto un ricorso di 51 sindaci al Tar della Lombardia, che nel Luglio 2018 aveva dato loro ragione confermando i limiti precedenti . Ci sono però due novità che possono farci sperare in una revisione della legislazione corrente. La prima arriva proprio dall’Italia dove ancora la Cassazione (sentenza numero 4238 del 29.1.2019) si è espressa su un ricorso presentato da alcuni fanghisti nostrani, imputati di traffico illecito di rifiuti per aver gestito ingenti quantità di fanghi da depurazione destinati al compostaggio e non all’uso agricolo, i quali superavano abbondantemente i suddetti limiti fissati dalla Cassazione. Tra i motivi del ricorso vi era quello secondo il quale tali limiti non erano validi se si trattava di suoli da bonificare, oltre che la constatazione che con il decreto 41 i limiti sono stati notevolmente alzati ed a questi bisogna far riferimento. Ebbene la Cassazione specifica nella sentenza che i limiti del decreto valgono solo al momento dell’utilizzazione di questi fanghi, perché prima occorre verificare che essi abbiano caratteristiche e provenienze civili e non industriali. Bisogna cioè verificare se questi fanghi possedevano sin dall’origine i requisiti per poter essere recuperati come compost, ciò equivale a sterilizzare non poco i rischi legati allo scellerato decreto. La seconda novità arriva invece dall’Europa, per la precisione dalla Corte Europea di Giustizia. A seguito dei rilievi mossi dall’Austria sui rischi di contaminazione connessi all’uso improprio di fanghi per l’ambiente e la salute umana, la Corte Europea ha riconosciuto alcuni di questi rischi ed ha deliberato che uno stato membro può decidere che un fango da depurazione resti per sempre un rifiuto, anche se ha subito operazioni di recupero. Quindi mentre in Italia con l’articolo 41 del Decreto Genova si ammette l’uso di fanghi in agricoltura anche se pesantemente contaminati da sostanze tipicamente industriali, altri paesi europei come Austria e Germania, nonché la Svizzera, ricorrono ai fanghi per uso agricolo in maniera molto ridotta e si tutelano in tal senso. Il ministro Patuanelli farebbe bene ad intervenire sulla questione ed il prima possibile.

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