Sentenza storica sul disastro

Tredici anni fa l’inizio della battaglia ambientale

Sono trascorsi oltre tredici anni da quando nel formaggio di Carmelo Ligorio – l’allevatore che aveva la sola colpa di far pascolare il proprio gregge intono all’Ilva – furono riscontrati 4,28 picogrammi di diossina per grammo di grasso, ben oltre il limite di legge fissato a 3. Talmente tanto veleno che “(…) se lo grattugiate in un campo, il terreno andrebbe bonificato”, spiegava all’epoca Alessandro Marescotti, il professore di filosofia che per primo, con l’aiuto dell’operaio dell’Ilva Piero Motolese, ebbe il coraggio di recarsi dall’allora Procuratore della Repubblica, Franco Sebastio, e consegnargli l’esito di quelle analisi. Fu il protagonismo dei cittadini, in contrasto con l’immobilismo delle istituzioni, ad aprire un lungo e tortuoso percorso di una battaglia ambientale e legale che nessuno, fino ad allora, avrebbe potuto nemmeno immaginare.

La sentenza

È da lì che ebbe inizio l’inchiesta Ambiente svenduto e che ha portato alla sentenza di condanna della Corte di Assise di Taranto lo scorso 31 maggio nei confronti degli ex proprietari del gruppo siderurgico, nonché principali imputati, colpevoli di aver causato un vero e proprio disastro ambientale: ventidue anni per Fabio Riva, 20 per Nicola Riva. La sentenza della Corte d’Assise per il processo con 47 imputati relativo al reato di disastro ambientale dell’Ilva con la gestione Riva è stata letta in aula dalla presidentessa Stefania D’Errico: è arrivata dopo 329 udienze durate cinque anni (la prima il 17 maggio del 2016). La richiesta dell’accusa era di 28 anni per Fabio Riva e 25 per Nicola Riva, ex proprietari ed amministratori dell’azienda.

Il responsabile delle relazioni istituzionali, Girolamo Archinà, definito dall’accusa come la longa manus dei Riva verso istituzioni e politica, è stato condannato a 21 anni e 6 mesi, sei mesi in meno all’allora direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso. Ai principali fiduciari dell’acciaieria (Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Agostino Pastorino) sono stati inflitti 18 anni e 6 mesi di pena, mentre l’ex governatore Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso, ha ricevuto una pena di 3 anni e 6 mesi.

I giudici, inoltre, hanno stabilito anche la confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto per il reato di disastro ambientale imputato alla gestione Riva, così come era stata chiesta dai pubblici ministeri, per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva S.p.A., Riva Fire S.p.A. e Riva Forni Elettrici S.p.A. per gli illeciti amministrativi per una somma complessiva di 2,1 miliardi di euro in solido tra loro. Tuttavia, la confisca degli impianti sarà operativa ed efficace solo a valle del giudizio definitivo della Corte di Cassazione, mentre adesso si è solo al primo grado di giudizio. Gli impianti di Taranto, quindi, restano sequestrati ma con facoltà d’uso agli attuali gestori della fabbrica.

Il futuro dell’ex Ilva

Intanto l’impianto tarantino, tra cronoprogramma degli interventi ambientali, difficoltà di manutenzione, tensioni sociali e effetti della pandemia, continua ad andare a giri bassi, agganciando così solo in parte la congiuntura favorevole della domanda globale di acciaio. Gli altri stabilimenti di ArcelorMittal sparsi nel mondo hanno portato a casa nel primo trimestre 2021 un EBITDA di oltre 3,2 miliardi di dollari. Quasi ad avvalorare la tesi sostenuta da molti osservatori che, in fondo, i Mittal sono entrati nella partita Ilva solo per non lasciare ai competitor l’acciaieria più grande d’Europa.

Il piano di Acciaierie d’Italia (ex Ilva) concordato a dicembre da Stato e ArcelorMittal, prevede un assetto ibrido di altiforni (compresa la riaccensione di Afo5) e di forni elettrici alimentati da rottami e da ‘preridotto di ferro’. Degli 8 milioni di tonnellate annue a regime, 2,5 dovranno arrivare dal ciclo elettrico, con una riduzione di carbone/coke per oltre un milione di tonnellate e un taglio delle emissioni tra il 25 e il 30%. Nelle intenzioni del governo solo un passaggio intermedio, perché a tendere l’obiettivo è quello di convertire Acciaierie d’Italia (e magari l’intera siderurgia nazionale) all’idrogeno. Uno scenario, quello dell’idrogeno “verde”, con tempi molto lunghi visto che oggi produrne un chilogrammo costa 40 volte di più di un litro di petrolio. Più alla portata l’idrogeno “grigio” che deriva dal gas naturale, o “blu” che proviene sempre dal metano ma cattura le emissioni di carbonio. Scenari scritti solo sulla carta e, soprattutto, appesi ad un altro passaggio giudiziario esiziale.

Nei prossimi giorni, infatti, il Consiglio di Stato dovrà decidere se dare ragione o meno al sindaco di Taranto che con un ricorso al Tar ha chiesto lo spegnimento definitivo degli altiforni. A distanza di poco tempo dalla sentenza della Corte di Assise di Taranto, i giudici potrebbero scrivere la parola fine alla grande siderurgia italiana. Un esito incontrollabile nei suoi risvolti sociali. Oppure, come l’araba fenice, l’Ilva risorgerà per l’ennesima volta dalle sue ceneri velenose.

“Il simbolo del fallimento della politica italiana”

Tuttavia, come afferma lo stesso Angelo Bonelli, non vi sarà nessuna aula di tribunale o sentenza “che potrà fare giustizia per il dolore versato dalle famiglie tarantine e le vite umane perse”.

La vicenda tarantina, secondo il coordinatore della Federazione nazionale dei Verdi e autore del libro “Good Morning Diossina, “è il simbolo del fallimento della politica italiana che ha gridato allo scandalo accusando che era la magistratura a fare la politica industriale, quando il vero scandalo era lei, che nulla ha fatto contro i veleni, e il dramma tarantino. Alle istituzioni italiane è mancata, e manca, una visione strategica del futuro dal punto di vista industriale a differenza di quanto fatto a Bilbao, Pittsburgh e la Ruhr dove hanno realizzato imponenti progetti di conversione industriale in chiave ecologica, rilanciando occupazione, economia e tutelando la salute”.

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