Un ecosistema sotto assedio
Fonte: Ana Giró (HRI)

Il cambiamento climatico minaccia le barriere coralline

Il cambiamento climatico ha ed avrà effetti disastrosi su molti ecosistemi, dall’Artico alle foreste tropicali, alle zone semiaride. Un ecosistema particolarmente minacciato si trova a pochi chilometri dalle coste di molti Paesi tropicali: le barriere coralline. Le barriere sono uno degli ecosistemi più biologicamente diversi e produttivi del mondo e ospitano una miriade di specie uniche. I servizi ecosistemici che offrono ai milioni di persone che vi vivono in prossimità sono incalcolabili: dalla protezione delle coste da maremoti e onde estreme, alla riduzione dell’erosione costiera, oltre a offrire risorse legate alla pesca e al turismo per il sostentamento delle popolazioni locali. Il cambiamento climatico, con l’aumento delle temperature del mare, l’acidificazione e la stratificazione degli oceani e le attività umane legate alla pesca eccessiva e all’inquinamento delle acque minacciano terribilmente la sopravvivenza di questi complessi e importanti ecosistemi.

La Mesoamerican Reef è in pericolo critico

In particolare, una delle barriere coralline più minacciate del mondo è la barriera corallina mesoamericana. La MAR (Mesoamerican Reef, in inglese, o anche Great Mayan Reef) è un complesso sistema di barriere coralline che si estende per oltre 1000 km, dipanandosi nel Mar dei Caraibi dalla punta della penisola dello Yucatán in Messico lungo le coste di Guatemala, Belize e Honduras. Purtroppo, ad oggi, la MAR si trova in uno stato tale da essere considerata tra gli ecosistemi in pericolo critico secondo la Lista Rossa degli Ecosistemi elaborata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (la IUCN Red List of Ecosystems), l’ultimo passo prima del collasso definitivo dell’ecosistema.

Fonte: Ana Giró (HRI)

Cayman Crown: la scoperta

Di fronte al Guatemala, proprio in mezzo al MAR, alcuni pescatori hanno sorprendentemente scoperto nel 2014 un piccolo gioiello sul fondo del Mar dei Caraibi: un sistema corallino completamente sviluppato e non ancora tracciato né esplorato, brulicante di vita sottomarina. I primi ricercatori che lo visitarono, guidati dalla guatemalteca Ana Giró, coordinatrice della Healthy Reefs Initiative, ne notarono la curiosa forma a corona, e ribattezzarono l’area dell’ecosistema “Cayman Crown” (Corona Caimán, in spagnolo). Ángela Mojica, biologa marina e specialista in conservazione di ecosistemi marini, ha fin dall’inizio contribuito in modo fondamentale alla ricerca e alle attività legate alla scoperta di questo incredibile ecosistema. “Ana Giró scoprì di fatto questo ecosistema dopo aver parlato con alcuni pescatori nel 2014”, ricorda Ángela, “e fin dalle prime spedizioni di esplorazione abbiamo capito che si trattava di un sistema complesso, con una enorme varietà di forme e caratteristiche”. La barriera corallina di Cayman Crown è l’ecosistema corallino più esteso, complesso e completo di tutto il Guatemala, e probabilmente il meglio conservato e il più in salute dell’intero Centroamerica, ed è fondamentale per garantire la connettività tra le varie sezioni del MAR. Ángela Mojica è la co-fondatrice di Pixan’Ja, un’organizzazione scientifica non governativa che si occupa della conservazione di ecosistemi costieri e marini in tutto il Centroamerica.

Fonte: Ana Giró (HRI)

Come proteggere questi ecosistemi?

Parte del lavoro di organizzazioni come Pixan’Ja e Healthy Reefs Initiative (HRI) consiste in collaborare strettamente con i governi locali e le istituzioni governative per promuovere la conservazione degli ecosistemi come la barriera di Cayman Crown. Con la COP26 di Glasgow programmata per novembre, gli Stati firmatari degli Accordi di Parigi devono presentare gli aggiornamenti agli accordi presentati nel 2015 e come parte dei nuovi accordi alcuni Stati particolarmente vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico hanno deciso di includere nei nuovi impegni anche una parte legata all’adattamento al cambiamento climatico. Tra queste azioni, ci sono impegni concreti per proteggere i servizi ecosistemici che aree come Cayman Crown offrono alle popolazioni di questi Paesi. Tali azioni includono ad esempio una migliore gestione integrata dei bacini idrologici per migliorare la qualità dell’acqua scaricata nell’oceano, assicurare dove possibile la sostenibilità della pesca e del settore turistico e il monitoraggio continuo dei processi ecologici chiave per permettere interventi tempestivi e mirati per proteggere gli ecosistemi più minacciati. La collaborazione tra Pixan’Ja e HRI ha portato recentemente a un enorme successo nella conservazione di Cayman Crown: grazie alle evidenze scientifiche raccolte dalle due organizzazioni in una serie di spedizioni, il governo guatemalteco ha dichiarato l’area una zona di no-pesca per il prossimo decennio. “Successi come questo ci motivano ad andare avanti, a generare ulteriori dati scientifici che possano contribuire alla conservazione delle risorse dell’oceano”.

Come i cambiamenti climatici hanno cambiato questo ecosistema

Ángela lavora nella MAR da oltre vent’anni e ha potuto sperimentare di prima mano quando questo ecosistema abbia subito cambiamenti drammatici in questo lasso di tempo. “La cosa che più mi colpisce dei coralli di oggi in questa regione oggi rispetto a quelli che vedevo quando avevo cominciato con le immersioni vent’anni fa è che ci sono molti meno animali in queste regioni, e che vediamo coralli sbiancati o morti molto più frequentemente” ricorda. “Non solo vediamo meno pesci, ma quelli che ci sono, hanno una taglia molto più piccola di un tempo, e ci sono meno molluschi, meno aragoste, e vedere organismi grandi ed esotici sta diventando sempre più raro ogni volta che mi immergo”. La diminuzione drastica di pesci di larga taglia è un problema condiviso da molte barriere coralline in tutto il mondo, ed è una diretta conseguenza della pesca (decisamente insostenibile) che privilegia decisamente proprio i pesci di larga taglia, diretti responsabili della regolamentazione dell’intero ecosistema. La scomparsa di questi pesci ha un impatto diretto sui coralli, in quanto la mancanza di regolamentazione interna all’ecosistema può portare all’espansione di organismi che competono coi coralli per la copertura del fondale oceanico, come le praterie marine. “I coralli sono ancora incredibili, e li puoi ancora incontrare di ogni possibile forma, colore e dimensione. Tuttavia, sempre più frequentemente dopo un anno particolarmente caldo e con uragani particolarmente forti incontriamo sempre più coralli morti e sbiancati nelle zone che stiamo monitorando. Si ha come una sensazione di solitudine e di assenza di colori, e il paesaggio non è lo stesso di prima”, continua Ángela appassionatamente.

Lo sbiancamento dei coralli è un segno di quanto questi ecosistemi siano sotto pressione e sotto stress a causa del cambiamento climatico. L’aumento di temperatura, di malattie e dell’inquinamento delle acque, oltre a cambiamenti nel livello del mare portano i coralli a espellere le alghe che vivono simbioticamente nei loro tessuti, le stesse che danno a questi organismi i loro colori sgargianti. I coralli, senza questi simbionti, rimangono sbiancati e vulnerabili a morire letteralmente di fame (sono le alghe simbiotiche a procurare cibo ai coralli) se non riescono a recuperare le alghe espulse in breve tempo. Un’ultima minaccia che sta devastando la barriera corallina caraibica e che preoccupa tantissimo specialisti in conservazione come Ángela Mojica e Ana Giró è la Stony coral tissue loss disease (SCTLD, malattia di perdita di tessuto dei coralli), apparsa per la prima volta nel 2014 (anno in cui Cayman Crown fu scoperta) al largo delle isole Key della Florida. La malattia distrugge completamente il tessuto morbido di molte specie di coralli, uccidendoli nel giro di mesi o addirittura di settimane dall’infezione. “La malattia si sta espandendo rapidamente in tutto il MAR. Si è originata in Florida e a causa dell’assenza di contromisure efficienti è già arrivata in Messico (2018), nel nord del Belize (2019) e il settembre scorso è stata osservata a Roatán, in Honduras. Non l’abbiamo ancora incontrata in Guatemala, ma dobbiamo continuare col monitoraggio per essere sicuri di poter intervenire in maniera tempestiva”.

Fonte: Ana Giró (HRI)

L’importanza di monitorare Cayman Crown

Recentemente la Sustainable Ocean Alliance ha finanziato un progetto per monitorare gli effetti degli estremi climatici e meteorologici (come i recenti uragani Eta e Iota che hanno devastato le coste caribiche lo scorso novembre, o ondate di calore estremo) sugli straordinari coralli di Cayman Crown. Gli sforzi in questa direzione, però, come le spedizioni per monitorare l’avanzamento di malattie come la SCTLD e lo stato di salute della barriera, sono per ora impedite dalla pandemia globale. Ogni attività “in campo” che organizzazioni come Pixan’Ja e HRI stavano conducendo si sono dovute fermare lo scorso anno, e purtroppo, a causa della chiusura dei confini internazionali, sono a tutt’oggi ancora bloccate. Si sono organizzati workshop e seminari online per diffondere i primi risultati del lavoro in Cayman Crown al grande pubblico, ma, se questi eventi sono fondamentali per mostrare alla società civile e ai governi quanto sia importante un ecosistema unico come la barriera corallina, certamente non possono sostituire per molto tempo le spedizioni che i conservazionisti organizzano per capire cosa sta davvero succedendo in questi ecosistemi. Il destino del MAR e di Cayman Crown, di questi ecosistemi tanto straordinari quanto vulnerabili risiede nella possibilità di organizzazioni come HRI di riprendere il loro lavoro nel campo non appena l’emergenza sanitaria lo permetta. Le domande ancora aperte sono tantissime: perché Cayman Crown presenta uno stato di salute tanto più alto rispetto alle barriere circostanti? Quali sono le condizioni che ne hanno permesso la sopravvivenza e la tolleranza alle perturbazioni climatiche fino ad adesso? Possiamo forse estrapolare alcuni fattori da quello che succede in quest’area al largo delle coste caribiche guatemalteche per provare a salvare il resto della MAR, sempre che siamo ancora in tempo? I politici e le agenzie che finanziano il lavoro di HRI e Pixan’Ja devono continuare a supportare gli sforzi di organizzazioni di questo tipo se vogliamo dare un futuro sostenibile per la barriera corallina centroamericana e ai milioni di persone che dipendono criticamente dai suoi servizi ecosistemici.

Articolo orginale dell’intervista a Ángela Mojica: F. Cresto Aleina, A Guatemalan jewel under threat: Discovery and Exploration of the Cayman Crown Coral Reef.

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