L’Amazzonia si sta trasformando in

Il carbonio emesso ha superato quello immagazzinato

È quanto dimostra un recente articolo apparso sulla rivista Nature Climate Change. In sostanza quello che evidenziano le analisi del gruppo di ricercatori è che nel passato decennio l’Amazzonia brasiliana ha emesso più carbonio di quanto ne abbia immagazzinato nei suoi alberi (4.45 PgC emesso contro i 3.78 PgC accumulato nella biomassa e nel suolo). Ma com’è possibile, se proprio una delle qualità gli alberi, di cui l’Amazzonia è piena, è quella di trasferire carbonio dall’atmosfera alla biomassa del loro tronco, delle foglie e delle radici e al suolo? La risposta, nemmeno troppo sorprendente per certi versi, è legata principalmente alle attività umane che da decenni disturbano questo processo naturale.

Lo studio apparso su Nature Climate Change a fine aprile e guidato da Yuanwei Qin, Xiangming Xiao e Jean-Pierre Wigneron è frutto di uno sforzo internazionale. Hanno infatti contribuito all’analisi dei dati e alla stesura dell’articolo ricercatori del Center for Earth Observation and Modeling, del California Institute of Technology, del Lawrence Berkeley National Laboratory e dell’Università di Oklahoma degli Stati Uniti, dell’Institut National de la Recherche Agronomique (INRA) e del Laboratoire des Sciences du Climat et de l’Environnement (LSCE) in Francia, dell’Accademia Cinese delle Scienze e dell’Università del Sud-Ovest in Cina, dell’Università di Copenhagen, e dell’Università di Exceter nel Regno Unito. Lo scienziato francese Jean-Pierre Wigneron ha dichiarato a The Guardian che i risultati di per sé non erano sorprendenti, ma è la prima volta che si dimostra che “the Amazon has flipped” ed è passata da “pozzo” di carbonio (cioè un bioma che assorbe più di quanto emette) a “sorgente” di gas serra. I risultati sono il frutto di una ricerca realizzata con metodi innovativi per l’analisi di dati satellitari sviluppati all’Università di Oklahoma. Ancora non si sa se questo cambiamento sia irreversibile o se invece sia solo il frutto di circostanze particolari. Negli ultimi anni, infatti, l’Amazzonia brasiliana ha subito gli effetti di incendi particolarmente devastanti nella regione e picchi di deforestazione causati dalle politiche scellerate di deregolamentazione del governo brasiliano. Sappiamo però che se questo cambiamento dovesse essere definitivo sarebbe un problema enorme nel bilancio del ciclo del carbonio globale. Questo risultato è in linea con altri allarmanti ricerche recenti, che hanno sottolineato cambi drastici nella biogeochimica stessa dell’Amazzonia dovuti al cambiamento climatico.

La degradazione della foresta amazzonica come causa principale

Altro risultato fondamentale dello studio è la dimostrazione che la degradazione della foresta amazzonica è la principale causa di emissioni di gas serra dalla foresta pluviale, ancor più che la deforestazione . La degradazione delle foreste è definita come l’insieme di processi che portano alla diminuzione della ricchezza biologica dell’ecosistema. La degradazione non cambia l’area coperta da foreste, ma cambia la qualità dell’ecosistema, ed è estremamente pericolosa in quanto è meno visibile della deforestazione. I processi che causano la degradazione possono eventualmente portare alla deforestazione, in quanto rendono la foresta più vulnerabile alle perturbazioni e riducono le capacità di ricovero dell’ecosistema. Non sono solo le attività umane a causare la degradazione forestale: eventi come le siccità, infatti, aumentano la mortalità degli alberi, rendendo l’ecosistema decisamente più vulnerabile a ulteriori perturbazioni.

Già nel settembre del 2020 il brasiliano Eraldo Matricardi dell’Università di Brasilia e colleghi avevano pubblicato sulla rivista Science le prime prove che l’area colpita dalla degradazione a lungo termine della foresta amazzonica aveva sorpassato l’area deforestata durante il periodo in esame (1992-2014). Lo studio fu il frutto dell’analisi di 22 anni di dati satellitari ad alta risoluzione. L’analisi terminava nel 2014, e nel periodo in esame attività come il disboscamento e incendi del sottobosco avevano coperto 337,427 km2, un’area ancora maggiore di quella soggetta alla completa e definitiva deforestazione (308,311 km2). Questi risultati sono estremamente preoccupanti, in quanto evidenziano l’avanzata di un fenomeno (la degradazione) forse meno visibile e scioccante della deforestazione ma, come conferma la recente ricerca di Yuanwei Qin e colleghi su Nature Climate Change, almeno altrettanto pericolosa. Marcos Antonio Pedlowski, co-autore dello studio su Science, dichiarava a ottobre 2020 a Mongabay che la situazione poteva essere anche peggiore di quella dipinta nell’articolo che considerava i dati fino al 2014, a causa dei tremendi incendi che hanno colpito l’Amazzonia nel 2019 e nel 2020.

Gli effetti sociali

Alcuni scienziati, d’altra parte, hanno a più riprese evidenziato che la degradazione delle foreste tropicali e le attività legate alla deforestazione possono avere effetti sociali che vanno anche al di là dell’emissione di gas serra. In particolare, uno studio pubblicato a novembre 2019 dalla ricercatrice di Harvard Marcia Castro e colleghi su PLOS Biology, appena prima dell’esplosione della recente pandemia, sottolineava come una insufficiente attenzione è posta dalla politica e dalla stessa comunità scientifica ai problemi collegati alla comparsa di nuove e pericolose malattie trasmesse da vettori endemici nella foresta amazzonica. Se l’attenzione dei media è, anche giustamente, focalizzata sui tremendi danni ambientali legati alla deforestazione e alla degradazione delle foreste, infatti, poco si parla delle maggiori interazioni tra società umana e la fauna selvaggia dell’Amazzonia. Tali contatti possono causare la potenziale trasmissione di nuove malattie che potrebbero persino essere alla radice di una prossima pandemia. Eventi di questo tipo, infatti, possono avvenire più spesso nei processi di degradazione delle foreste, in cui azioni di disboscamento selettivo portano manodopera senza particolari protezioni a contatto di ecosistemi ancora inalterati e ricchi di potenziali vettori per la trasmissione di malattie agli esseri umani.

Come combattere la degradazione forestale?

Tutti gli studi citati dovrebbero essere considerati nelle politiche di conservazione della biodiversità e di riduzione della deforestazione e della degradazione forestale come il programma delle Nazioni Unite REDD+ (Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation), e fungere da campanelli di allarme. È infatti fondamentale che i Paesi e le istituzioni coinvolte in tali programmi non si limitino alla semplice osservazione della deforestazione. Uno dei problemi fondamentali nella lotta alla degradazione forestale è che è di molto più difficile identificazione rispetto alla deforestazione e il suo monitoraggio richiede molte più risorse. È quindi piuttosto arduo porre misure restrittive contro qualcosa che non si può misurare facilmente. La deforestazione può essere identificata tramite analisi satellitari, mentre molti tipi di degradazione forestale richiedono un monitoraggio strutturale delle foreste e sono molto più costosi e complessi. Il coinvolgimento delle popolazioni locali nel monitoraggio, nella conservazione e nell’uso sostenibile delle foreste tropicali è uno degli strumenti più efficaci nella lotta contro questi fenomeni che in Amazzonia stanno portando a cambiamenti ecologici potenzialmente irreversibili. Per fare un esempio, le concessioni forestali in un Paese ad alto tasso di deforestazione e ad alta vulnerabilità climatica come il Guatemala in Centroamerica, in cui le comunità che vivono ai margini delle foreste sono le responsabili della conservazione dei boschi in cambio dell’uso limitato e controllato delle risorse forestali, hanno portato alla cessazione virtualmente completa di incendi forestali nella regione della Biosfera Maya nel nord del Paese. Questo mentre ogni anno, in media, quasi 13,000 ettari di foresta sono colpiti da incendi al di fuori della zona delle concessioni forestali.

Esempi di regolamentazioni forestali che coinvolgano le popolazioni locali come quelle in atto in alcune zone del Guatemala, alla luce dei recenti studi citati sopra, potrebbero e dovrebbero essere seguiti da altri Paesi e applicati a larga scala. Purtroppo, la volontà politica di governi come quello brasiliano sta portando ad azioni che vanno direzione opposta, a dispetto delle violente proteste degli ambientalisti e della comunità internazionale. E a dispetto dei moniti sempre più frequenti della comunità scientifica

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