Lavori del ca...volo.

Cosa sono i Bullshit jobs?

Qualche anno fa David Graeber, professore di Antropologia presso la London School of Economics e ospite regolare di alcuni programmi di approfondimento della BBC, diede alle stampe un libro che fece molto discutere dal titolo Bullshit Jobs, che letteralmente vuol dire lavori del cavolo. Si trattava di un’analisi acuta ed impietosa del lavoro in epoca contemporanea o meglio di buona parte dei lavori. Tutto cominciò con un articolo pubblicato online nella primavera del 2013, nel quale lo scrittore poneva due semplici domande:” Siate onesti: se il vostro lavoro non esistesse, quanti ne sentirebbero la mancanza? Qual è il contributo significativo che offre al mondo?” L’articolo generò un tale vespaio di reazioni e di commenti che, raccogliendo un grandissimo numero di testimonianze, ordinandole e strutturandole in maniera analitica, ne venne fuori un libro di grande interesse pubblicato in prima edizione nel 2018. Esso accende una luce sinistra sulla trasformazione del mondo del lavoro prodotta dall’affermazione del capitalismo finanziario. Si tratta di un mondo dove ormai gran parte del lavoro non è più finalizzato alla produzione ma appare fine a se stesso, dove più del 40% degli intervistati ha la chiara coscienza di svolgere una mansione sostanzialmente inutile, se non addirittura dannosa. Sembra quasi che il vero obiettivo del lavoro sia diventato sottrarre il tempo alle persone, probabilmente la vera ricchezza, attraverso professioni senza senso che rendono spesso anche ricchi, ma infelici, coloro che le svolgono. Purtroppo David Graeber è mancato precocemente nel settembre del 2020 mentre si trovava a Venezia ed a soli 59 anni, destando grandissima commozione tra i suoi numerosi ammiratori.

L’importanza di sentirsi utili

Egli fu tra gli ispiratori del movimento di contestazione pacifica Occupy Wall Street, nato nel 2011 e in un suo precedente libro dal titolo Debito aveva scritto: ”Vorrei finire spezzando una lancia a favore dei poveri non industriosi. Almeno non fanno male a nessuno. Nella misura in cui il tempo che sottraggono al lavoro è usato per stare con la famiglia e gli amici, per prendersi cura delle persone amate, probabilmente stanno migliorando il mondo più di quanto non possiamo rendercene conto”. E’ una riflessione di grande impatto che ne anticipava un’altra altrettanto forte e largamente presente nel successivo Bullshit Jobs , relativa all’importanza del sentirsi utili, a prescindere da che si lavori oppure no. Graeber infatti si chiedeva: ”Che cosa si può immaginare di più demoralizzante del doversi svegliare ogni mattina, cinque giorni su sette nell’arco della vita adulta, per portare a termine un compito che in cuor nostro crediamo non andrebbe svolto perché è solo uno spreco di tempo o di risorse, oppure perché addirittura rende peggiore il mondo?” Un’eccezione sembra essere rappresentata dal settore pubblico, dove generalmente vi è una più ampia percezione dell’utilità della propria funzione. Questo è particolarmente vero per i vigili del fuoco, le forze dell’ordine, gli assistenti sociali, le professioni sanitarie e gli insegnanti. Per coloro che lavorano in questi ambiti la percentuale di insoddisfatti, almeno rispetto al senso ed alla finalità della propria occupazione, è praticamente zero. In generale significato e finalità determinano maggiore soddisfazione e maggiore attaccamento al lavoro che si svolge, anche per uno stipendio relativamente più basso. Al contrario un aumento di stipendio non pare sufficiente a compensare la frustrazione più o meno latente di chi si sente un bullshit worker. Ma perché allora esistono siffatti lavori? Il primo motivo è che esistono lavori e imprese che producono mali e non beni, le cosiddette industrie del peccato, quali tabacco, armi, azzardo o basate su rendite di posizione. Non va poi sottovalutata la dimensione della cosiddetta economia della manipolazione e dell’inganno, secondo la definizione dei premi Nobel Akerlof e Thaler. Ci si riferisce a tutte quelle attività che lucrano sulla vulnerabilità, l’ignoranza e la fragilità psicologica dei consumatori. Sicuramente lavorare in questi settori non fa bene al bisogno di senso e di utilità delle persone.

Un ritorno a quale normalità?

E infine, tutto questo malcelato attivismo fine a sé stesso quanto ci costa anche in termini di impatto ambientale? Difficile fare una stima, ma è evidente che il danno è incalcolabile. I recenti lockdown legati all’emergenza Coronavirus hanno tuttavia favorito una certa presa di coscienza, “costringendo” molti lavoratori allo smart working e dunque ad ambienti di lavoro più caldi e confortevoli, permettendo di fatto una parziale ripresa di possesso del proprio tempo. Chi ha metabolizzato tutto ciò in maniera virtuosa non può che guardare alla frenesia che agita tanti verso un presunto ritorno “alla normalità” con disincanto e grande scetticismo.

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