HomeecologicaBiodiversitàL'Europa è il secondo importatore di deforestazione al mondo

L’Europa è il secondo importatore di deforestazione al mondo

Nonostante le iniziative a favore della “deforestazione zero”, il consumo europeo di soia e olio di palma, continua a distruggere gli ambienti tropicali: è quanto emerge, drammaticamente, da uno studio del WWF, pubblicato il 14 aprile, intitolato Quando gli europei consumano le foreste vengono consumate”.

I consumi europei distruggono le foreste

La deforestazione che si consuma in Sud America e nel mondo e il consumo di prodotti in Europa (e in Italia), a prima vista potrebbero sembrare due problemi differenti, ma in realtà sono fenomeni connessi tra loro. Che i sistemi alimentari di tutto il mondo siano i responsabili di più di 1/3 delle emissioni di gas a effetto serra generate dalle attività dell’uomo (origine antropica) in tutto il Pianeta è, probabilmente, una notizia che non sorprende più di tanto, ma che in totale, tra il 2005 e il 2017, le importazioni dell’Unione Europea abbiano causato la deforestazione di 3,5 milioni di ettari, poco meno della superficie di quasi 5 milioni di campi di calcio regolamentari, questo forse stupisce e, magari, dovrebbe probabilmente allarmarci di più. È quanto emerge, infatti, dal un nuovo report del WWF, secondo cui, nel periodo sopra indicato, i prodotti arrivati nel Vecchio Continente che hanno avuto il maggiore peso in termini di emissioni di gas climalteranti o “a effetto serra” sono rappresentati da soia, olio di palma e carne bovina, seguiti da prodotti legnosi da piantagioni, cacao e caffè. Mentre l’Unione Europea “si congratula con se stessa”, per l’importazione di soia e olio di palma a “deforestazione zero”, essa stessa sta ancora contribuendo alla distruzione delle foreste e degli ambienti naturali e semi-naturali del Pianeta: le importazioni dei 27 Stati membri europei rappresentano il 16% della deforestazione legata al commercio internazionale, il che fa dell’Europa il secondo distruttore mondiale, dietro la Cina (24%) ma davanti all’India (9%) e agli Stati Uniti (7%).

L’80% della deforestazione UE dipende da 8 Paesi

In particolare, durante questo periodo, otto tra le maggiori economie dell’UE da sole (nell’ordine: Germania, Italia, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Francia, Belgio e Polonia) hanno generato l’80% della deforestazione totale collegata alle importazioni UE dai paesi tropicali (EMBEDDED DEFORESTATION), cosa che fa dell’Unione Europea, il più grande mercato (import/export) di prodotti agroalimentari. Nello specifico, il 60% di questi proviene dal Brasile e il 25% dall’Indonesia.

Alla embedded deforestation, dunque, viene attribuito l’80% della responsabilità in termini di aree deforestate, in altre parole, l’80% della deforestazione mondiale è dovuta alla necessità di fare posto ai pascoli per la produzione di carne, o alle colture di soia e olio di palma, richiesti dai paesi occidentali che ne consumano e ne sprecano sempre di più. Va poi aggiunta l’industria del legno che spesso fa da apripista al taglio delle foreste. Si può affermare, quindi, che l’UE importi enormi quantità di deforestazione ogni anno.

Come se non bastasse, la domanda di questi prodotti da parte dell’Unione Europe è anche causa, oltre che della deforestazione, della distruzione di ecosistemi non forestali, come le praterie o le zone umide.

Dove esportiamo deforestazione?

Il report del WWF pur non negando, né screditando il relativo successo degli schemi di certificazione “deforestazione zero” elaborati ed applicati dall’EU (che mostrano una diminuzione di circa il 40% della deforestazione causata dall’Europa rispetto al precedente periodo 1990-2009) al contempo rivela anche due aspetti preoccupanti:

  1. esistono chiari ed inequivocabili legami tra i consumi dei paesi dell’UE, in particolare di soia e manzo, e la conversione delle praterie in terreni agricoli come – solo per citare solo due esempi forti – gli hotspot di deforestazione del Cerrado in Brasile e del Chaco in Argentina e Paraguay.

  2. La certificazione di alcune aree, come l’Amazzonia – in assoluto una pratica molto positiva applicata, su base volontaria da diverse aziende e supportata dall’EU – rischia di spostare semplicemente il problema: l’Unione Europea non contribuisce più alla deforestazione dell’Amazzonia, ma è ampiamente responsabile, ad esempio, di quella del già citato Cerrado che, da solo, rappresenta il 70% della deforestazione causata dall’Europa in America Latina. Da situazioni simili si genera un effetto domino, come si riscontra, ad esempio, anche in Indonesia, dove la certificazione ha impedito la deforestazione legata all’olio di palma, ma non ha impedito che altri fronti di deforestazione.

In sintesi, quindi, si deve prendere coscienza del fatto che, in maniera quasi del tutto inconsapevole, purtroppo, trasformiamo e consumiamo prodotti provenienti dai paesi tropicali e sub-tropicali che, per così dire, “incorporano deforestazione e trasformazione di ecosistemi naturali”; come conferma Michael Lathuillière, responsabile della squadra per la mappatura delle catene di approvvigionamento di TRA.S.E. (Transparency for Sustainable Economies) e ricercatore allo Stockholm Environment Institute: “La deforestazione tropicale e la conversione degli ecosistemi associate alle importazioni di prodotti agricoli da parte dell’UE sono state finalmente quantificate per cui non possono essere più ignorate”, aggiungendo che “L’iniziativa Trase, è capace di mettere in evidenza gli stretti legami tra le importazioni di materie prime come soia, carne bovina e olio di palma e il rischio di deforestazione e di trasformazione di altri ecosistemi e, quindi, di promuovere un’azione europea mirata, alla riduzione del suo impatto sulla biodiversità e delle emissioni di gas serra”.

E il nostro Paese?

L’Italia, in base ai dati del 2017, si è collocata al secondo posto nella classifica degli otto paesi europei responsabili dell’80% della deforestazione inclusa nei prodotti di provenienza tropicale, lavorati e consumati nell’UE. L’Italia – lo sanno in pochi – è povera di molte delle materie principalmente usate in ambito produttivo e, quindi, risulta essere un tradizionale importatore di materie prime, soprattutto di quelle a rischio di deforestazione: non solo legname, ma anche carni, soia, olio di palma, caffè, cacao, cuoio, e altro ancora. Per chi fosse interessato ad approfondire specificatamente l’impronta ecologica dell’Italia, il consiglio è quello di consultare la splendida pubblicazione di Pettenella D. e Masiero, M., “Deforestation made in Italy. Le responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione dei paesi tropicali

La proposta della Commissione UE

Nel 2020, l’EU ha creato una nuova piattaforma multilaterale per contribuire a proteggere e a ripristinare le foreste del pianeta, che riunisce una vastissima gamma di parti interessate e competenze: Stati membri dell’UE, le principali ONG operanti nella protezione delle foreste, organizzazioni dell’industria, organizzazioni internazionali e paesi extra europei, compresi i più grandi mercati del consumo al di fuori dell’UE e alcuni dei paesi colpiti dalla deforestazione. Essa mira a favorire gli scambi tra le parti interessate al fine di creare alleanze e di promuovere e condividere gli impegni per ridurre in modo significativo la deforestazione, anche grazie ad una consultazione pubblica (conclusasi il 10 dicembre 2020). La piattaforma fungerà anche da strumento di elaborazione delle politiche e integrerà l’elaborazione da parte della Commissione di una proposta legislativa volta a ridurre al minimo il rischio di deforestazione associato ai prodotti venduti sul mercato europeo, prevista nel secondo trimestre del 2021. Questo impegno è sancito nel Green Deal europeo, nella strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030, nella strategia “Dal produttore al consumatore” e nella comunicazione su come intensificare l’azione dell’UE contro la deforestazione e il degrado delle foreste. Il Commissario per l’Ambiente, gli oceani e la pesca dell’EU, Virginijus Sinkevičius, ha così commentato il significato e l’utilità di tale piattaforma: “Le foreste sono indispensabili per il benessere di tutti gli abitanti della Terra, eppure le stiamo perdendo ad un ritmo allarmante. L’UE è determinata ad agire per invertire la rotta, utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione per contribuire a proteggere le foreste del pianeta. Ma non possono farlo da soli. Auspico che questa piattaforma, che riunisce le principali parti interessate, sarà un eccellente catalizzatore della cooperazione volta a fermare e invertire il fenomeno della deforestazione“.

Di fronte agli evidenti limiti della certificazione di alcune aree forestali nel mondo, la Commissione Europea, da mesi, sta lavorando ad una proposta legislativa da sottoporre rapidamente al Parlamento Europeo e agli Stati membri che, nel 2° trimestre del 2021, punti proprio a ridurre al minimo il rischio di deforestazione associata ai prodotti venduti sul mercato dell’Unione europea, basandosi appunto su un meccanismo di disaccoppiamento delle importazioni dell’UE dalla deforestazione.

Le richieste del WWF

Nel 2020, quasi 1,2 milioni di persone hanno aderito alla consultazione pubblica dell’UE sulla deforestazione, attraverso la campagna #Together4Forests, guidata dal WWF e altre organizzazioni, per chiedere una legislazione severa.  I consumatori devono poter essere certi che le loro scelte non contribuiscano involontariamente alla deforestazione, alla conversione degli ecosistemi e al degrado del suolo naturale. È indispensabile che entro il 2021 venga concepita una legge europea robusta ed efficace, che impedisca ai prodotti legati alla distruzione degli ecosistemi di entrare nel mercato dell’UE entro la fine del 2021. Una legge di questo tipo avrebbe un impatto enorme ed è ora in discussione tra i decisori. È a portata di mano, ma c’è bisogno dell’aiuto di tutti per realizzarla. Secondo l’associazione ambientalista, la nuova legge comunitaria dovrà, sinteticamente:

  • Prendere in considerazione la distruzione di tutti gli ecosistemi naturali, non solo le foreste.

  • garantire che le merci che possono aver contribuito alla deforestazione o alla trasformazione di altri ecosistemi non arrivino a circolare internamente all’Europa, attraverso l’introduzione di requisiti ambientali obbligatori molto più rigidi su coloro che esportano cibo e prodotti verso l’UE, attraverso un sistema di Due diligence a carico delle imprese, ma anche del settore finanziario, per creare dei sistemi di garanzia sull’origine di tutti i prodotti prodotti agro-forestali che possono avere elevata incidenza su scala locale.

  • Assicurare la tracciabilità delle merci interessate e la trasparenza delle relative catene di approvvigionamento;

  • garantire, nei paesi produttori, il rispetto dei diritti umani dei lavoratori/lavoratici e delle popolazioni locali. “

Concludiamo questa sintesi del Rapporto WWF, lasciando la parola proprio ad una delle sue autrici principali – Anke Schulmeister-Oldenhove, Senior Forest Policy Officer dello European Policy Office-EPO del WWF: “In tutto il mondo, la deforestazione e la trasformazione di ecosistemi naturali stanno alimentando la crisi del clima e della biodiversità. Stiamo segando il ramo su cui siede l’umanità e mettendo a repentaglio la nostra stessa salute. In questo momento l’UE è parte del problema ma, con la giusta legislazione, potrebbe diventare parte della soluzione. La Commissione europea deve usare i dati pubblicati dal WWF come ultimo appello per Strasburgo e presentare al Parlamento una proposta legislativa, solida ed efficace, per ridurre l’impronta ecologica dell’UE. Questa legge dovrà impedire a qualsiasi prodotto, realizzato in modo legale o illegale, collegabile comunque alla trasformazione degli ecosistemi, di entrare nei mercati dell’Unione Europea. Il provvedimento dovrà andare ben oltre le misure volontarie per le imprese, fornendo alle aziende regole chiare e attuabili”.

 

Claudio Garrone
Claudio Garrone
Dottore in Scienze forestali, auditor ambientale, Corporate Social Responsability Manager. Già Responsabile Ufficio Forestale di FederlegnoArredo, è stato Direttore generale dell'Associazione Forestale Italiana. Svolge attività di project-management nell’ambito delle politiche forestali nazionali ed internazionali e dell’uso sostenibile della materia prima legno.

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