HomeInternazionaleIn Groenlandia vincono gli INUIT. Stop all’estrazione di Terre rare e uranio

In Groenlandia vincono gli INUIT. Stop all’estrazione di Terre rare e uranio

In Groenlandia vincono gli ambientalisti

Per la seconda volta nella storia politica di questa importante area ambientale ed ecologica del Pianeta gli ambientalisti progressisti sconfiggono i socialdemocratici del partito Simut, dominatori quasi incontrastati della politica groenlandese dal 1979. Il governo nella capitale Nuuk, infatti sarà molto probabilmente guidato dal partito ecologista di sinistra Inuit Ataqatigiit (IA) – il cui nome significa comunità Inuit – che ha ricevuto quasi il 37 % dei suffragi (pari a 12 seggi sui 31 totali), distanziando i socialdemocratici, fermatisi ad un 29 %. Al terzo posto, si sono piazzati i centristi di Naleraq, favorevoli ad una Groenlandia indipendente, mentre il campo unionista si è dovuto accontentare del quarto posto dei Democratici (centrodestra) e del quinto di Atassut (liberali). I partiti indipendentisti, che controlleranno 22 seggi sui 31 del Parlamento, non dovrebbero avere troppi problemi a formare un esecutivo in grado di accelerate il distacco da Copenaghen. La futura coalizione di governo uscita dalla urne, guidata dal nuovo leader, Mute Bourup Egede che, a soli 34 anni, diventerà il primo ministro più giovane del mondo, dovrà lavorare con uno o più partiti “piccoli”, dal momento che non ha raggiunto la maggioranza assoluta, e ha già avviato le consultazioni per formare, appunto, un esecutivo di coalizione. I verdi di sinistra di Inuit Ataqatigiit (IA) si oppongono allo sfruttamento della miniera di Kvanefjeld o Kuannersuit, ricca di Terre Rare, materiale strategico per gli USA e per la Cina, e di uranio. 

Lo scorso 6 aprile in Groenlandia (che, come le isole Färöer, è in gran parte autonoma, sebbene appartenga ufficialmente al Regno di Danimarca, ricevendone anche un forte sostegno finanziario), circa 41.000 persone sono state chiamate alla urne per le elezioni anticipate, necessarie alla creazione di un nuovo parlamento regionale e per decidere chi governerà la capitale Nuuk.

I giacimenti di terre rare e uranio di Kvanefjeld fanno gola a molti

La ragione delle nuove elezioni – anticipate di un anno – è derivata dal crollo della precedente coalizione, guidata dal capo del governo Kim Kielsen, dopo aver perso la presidenza del suo partito socialdemocratico Siumut alla fine del 2020, a favore di Erik Jensen, che si è contestualmente candidato anche come capo del nuovo governo. L’ex partito di governo è caduto a causa delle concessioni garantite alla società australiana Greenland Minerals, di poter estrarre le cosiddette “terre rare” e l’uranio, dalla montagna di Kvanefjeld, situata nella parte meridionale dell’isola. L’apertura della miniera, secondo i socialdemocratici, avrebbe creato centinaia di posti di lavoro e garantito una crescita economica dell’isola – fino ad ora fortemente dipendente dalla pesca – e avrebbe permesso anche una maggiore indipendenza finanziaria a fronte, però, di una forte messa in grave pericolo dell’ecosistema locale e della generazione di molti rifiuti tossici. La montagna di Kuannersuit, infatti, custodisce uno dei più importanti giacimenti mondiali di terre rare (indispensabili per la produzione di smartphone o auto elettriche e anche, soprattutto, di uranio). Nei giacimenti di Kvanefjeld, infatti, le terre rare sono legate all’uranio, che sarebbe in questo modo diventato un sottoprodotto dell’estrazione. Inoltre, il processo di estrazione e separazione delle terre rare dagli altri minerali a cui sono legate comporta l’utilizzo di grandi quantità di solventi chimici, anche perché le eventuali tecniche alternative e più ecosostenibili, oltre ad essere ancora in fase di sperimentazione, risultano essere assai più costose rispetto al metodo di estrazione classico.

Le risorse minerarie della Groenlandia, non si limitano solo al progetto della miniera di Kvanefield perché, al momento, ci sono altri due progetti attivi, denominati Dundas e Tanbreez. Il primo, che viene portato avanti dalla BlueJay Mining, ha ricevuto l’autorizzazione governativa nel 2017 e riguarda il più grande giacimento di ilmenite (componente del titanio) al mondo, mentre il secondo riguarda il più grande giacimento di disprosio esistente sulla Terra.

Questione di geopolitica

Le elezioni in Groenlandia sembrano essere un affare locale, ma non è assolutamente un caso che siano state seguite e monitorate da vicino da grandi potenze come Stati Uniti, Russia e Cina e dalle grandi compagnie minerarie internazionali, come conferma anche Federico Petroni, analista di Limes e Coordinatore di Geopolitica di Osservatorio Artico: “La vicenda di Kvanefjeld è, facilmente, una nuova puntata della competizione fra Stati Uniti e Cina per la Groenlandia, questa volta sulle terre rare. Pechino è un quasi monopolista di questi materiali decisivi per tutte le più importanti tecnologie odierne. Controlla il 60% della produzione mondiale”. Attualmente, i rifornimenti mondiali di terre rare sono dominati dalla Cina, che detiene la gran parte dei giacimenti di questi minerali, ricorda il New York Times. Per questo, le risorse della regione dell’Artico stanno assumendo sempre più importanza a livello mondiale, soprattutto per l’Occidente che vorrebbe staccarsi dalla sua dipendenza dalla Cina. L’Istituto di Studi Strategici dell’Unione Europea ha evidenziato come lo sfruttamento dei rari elementi terrestri groenlandesi potrebbe contribuire a ridurre una grave vulnerabilità comunitaria. Bruxelles, al momento, li importa dalla Cina ed eliminare questa dipendenza avrebbe indubbi benefici, come un aumento della sovranità in ambito tecnologico e la capacità di digitalizzare le proprie forze armate. La crisi scatenata dal Coronavirus potrebbe portare a una accelerazione dei progetti in tal senso ma la concorrenza si annuncia spietata. La Groenlandia è alla ricerca di investimenti per sviluppare la propria economia e la relazione con la Cina, che è il secondo maggior importatore di prodotti locali, è già molto avanzata. Non è un caso, dunque, che il principale oggetto del contendere, durante l’intera campagna elettorale, sia stata proprio la “battaglia” sull’estrazione delle terre rare e dell’uranio, un progetto peraltro già pianificato e discusso per più di dieci anni. Si potrebbe quasi dire che l’uranio non solo è un materiale radioattivo molto ambito, ma che ha anche innescato una reazione a catena nella politica della Groenlandia.

Groenlandia, cambiamento climatico e non solo

Il cambiamento climatico sta mostrando un impatto devastante ed il ghiaccio – come risulta da un recente studio internazionale – si sta sciogliendo ad una velocità sette volte superiore rispetto a quanto accadeva negli anni ‘90. Il forte ed accentuato effetto del cambiamento climatico in atto, per la Groenlandia, ha rischiato, dunque, di stravolgere il suo status globale, trasformandola da remota e inospitale zona semi-disabitata, a potenziale fulcro della “corsa all’Artico”, soprattutto per i recenti avvenimenti che ruotavano attorno alla miniera di Kvanefjeld. Paradossalmente quest’isola, che rappresenta l’area terrestre che risente maggiormente dei cambiamenti climatici, a causa degli stessi offre nuove e immense opportunità di conquista e potere: hub per nuove rotte marittime commerciali, nuove destinazioni turistiche e soprattutto nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza, per citare alcuni esempi. I risvolti economici fanno dunque gola a molti, che fingono di ignorare la tragedia ambientale a cui si sta andando incontro. Le opinioni negative riguardo allo sfruttamento delle risorse minerarie, che hanno portato alla vittoria i verdi di sinistra coincidono soprattutto con le preoccupazioni che crescono nella popolazione Inuit per il fatto che, attualmente, la loro cultura e la loro stessa sopravvivenza, risultano minacciate proprio dalla doppia combinata azione dei mutamenti economico-sociali e dai cambiamenti climatici e ambientali. Infatti, le forti pressioni provenienti dalle potenze economiche interessate a uno sfruttamento delle risorse ha generato un progressivo disfacimento degli usi e costumi caratteristici di questo popolo, col forte rischio di una vera e propria disgregazione di una cultura millenaria, a causa anche di una costante e progressiva occidentalizzazione degli stili di vita. Questa situazione, sommata anche alla sempre più elevata disoccupazione, ha di conseguenza prodotto un fenomeno di alienazione sociale che si manifesta con elevati tassi di alcolismo e suicidi.

Per raggiungere l’indipendenza economica, la Groenlandia oltre che sulla ricchezza di materie prime (ricordiamo che l’isola possiede anche abbondanti risorse metallifere e, secondo alcuni, il mare prospiciente alle coste potrebbe contenere enormi quantitativi di petrolio, stimabili in circa 110 miliardi di barili), dovrebbe puntare anche sugli introiti ricavati dal turismo. Questa progettualità “sostenibile”potrebbe venire stravolta proprio a causa delle estrazioni minerarie e dal conseguente e inevitabile inquinamento prodotto.

La Groenlandia è, allo stesso tempo, l’isola più grande del mondo, con una superficie territoriale pari a sette volte quella dell’Italia e uno dei territori meno popolati in assoluto, dato che i residenti sono appena 57mila; attualmente, riceve un sussidio annuale da parte della Danimarca pari a 3.2 miliardi di corone danesi. I trattati in essere le consentono , quando vorrà, di diventare indipendente tramite un mero processo decisionale interno e senza aver bisogno del consenso di Copenaghen.

Subito dopo la vittoria, il giovane leader Mute Egede ha immediatamente annunciato che firmerà l’accordo di Parigi sul clima e che il progetto per lo sfruttamento delle terre rare di Kvanefjeld sarà interrotto e, con ogni probabilità, congelerà per almeno quattro anni il progetto minerario più grande e avanzato in questo territorio autonomo danese, anche se significa rallentare la sua marcia verso l’indipendenza, come evidenzia infatti Ulrik Pram Gad, dell’Istituto danese di studi internazionali: “i 41mila elettori groenlandesi hanno fatto la scelta della qualità della vita e del rispetto per l’ambiente, piuttosto che dello sviluppo economico ad ogni costo. Non vogliamo rischiare di diventare una nuova Africa”. Ci auguriamo che sia davvero così e che anche in altre aree ambientalmente a rischio del nostro Pianeta si possa arrivare alle stesse, giuste, scelte degli Inuit.

Claudio Garrone
Claudio Garrone
Dottore in Scienze forestali, auditor ambientale, Corporate Social Responsability Manager. Già Responsabile Ufficio Forestale di FederlegnoArredo, è stato Direttore generale dell'Associazione Forestale Italiana. Svolge attività di project-management nell’ambito delle politiche forestali nazionali ed internazionali e dell’uso sostenibile della materia prima legno.

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