HomeBiodiversitàAnimaliIncendio in un allevamento: 60.000 animali morti. È ora di cambiare modello

Incendio in un allevamento: 60.000 animali morti. È ora di cambiare modello

Le cause dell’incendio

Quasi 60.000 maiali sono morti due settimane fa durante un incendio verificatosi nell’allevamento di maiali più grande d’Europa, situato in Germania ad Alt Tellin nella regione nord-orientale del Meclemburgo-Pomerania. Si tratterebbe per la maggior parte di maialini, circa 50.000, che venivano allattati dalle proprie madri. Solo 1.300 si sono salvati. I vigili del fuoco sono dovuti intervenire addirittura con elicotteri di soccorso per cercare di arginare con tutti i mezzi disponibili l’espandersi delle fiamme. Il pericolo era che l’incendio potesse raggiungere un impianto di biogas posto nelle immediate vicinanze delle stalle. Già nel passato c’erano state delle lamentele riguardo l’inadeguatezza delle misure di sicurezza previste nel piano antincendio dell’impianto. Già nell’agosto del 2019 nello stesso allevamento era avvenuto un guasto all’impianto di areazione che aveva causato la morte di oltre 1000 maiali. Le autorità locali avevano denunciato la struttura per il sospetto di violazioni della legge che protegge gli animali.

Il problema degli allevamenti intensivi

Lo stesso ministro dell’agricoltura del Meclemburgo-Pomerania Till Backhaus ricorda che altri episodi simili sono avvenuti in passato nella regione e che la presenza di allevamenti così grossi non è adeguata al periodo che stiamo vivendo. Per avallare questa considerazione del ministro basterebbe infatti guardarci attorno e renderci conto che i virus si diffondono in modo esponenziale in luoghi dove gli animali vivono in spazi così angusti.

La sofferenza delle condizioni di vita di questi animali, rinchiusi giorno e notte in capannoni affollati dove non entra mai la luce del sole è una storia che non viene certo pubblicizzata ma che rappresenta la normalità, visto l’elevato consumo di carne in Europa.

I numeri della tragedia fanno impressione perché è difficile persino immaginare come possa esistere una struttura che riesca ad ospitare una quantità così elevata di animali. Ma se riflettiamo bene, dovremmo piuttosto chiederci come sia possibile trovare nei nostri supermercati dei reparti macelleria sempre così ben forniti e soprattutto con dei prodotti venduti ad un costo evidentemente molto basso. Nei grandi ipermercati i reparti frigo dispongono di decine di metri di carne impacchettata nella plastica, spesso venduta con uno sconto esposto in bella vista. Se vado a comprare un chilo di zucchine rischio di spendere molto di più che non se scegliessi di acquistare un chilo di carne di maiale, per non parlare del prezzo stracciato della carne di pollo. La carne è oramai un alimento alla portata di tutti ma che nasconde dei costi ambientali e sanitari che come “società del benessere” cerchiamo di dimenticare.

Il costo reale della carne

Uno studio indipendente realizzato per conto della LAV (Lega Anti Vivisezione) da Demetra Onlus rileva infatti che i costi ambientali e sanitaria ammontano a 36,6 miliardi di euro l’anno. Un dato che ci fa riflettere su chi davvero paga il prezzo del consumo di carne: tutti noi. L’Unione Europa con la sua politica agricola comune (PAC) sovvenziona pesantemente i grossi allevatori e falsa quindi il libero mercato, consentendo all’industria della carne di allargarsi a spese del benessere animale e dell’ambiente. Non appare logico finanziare un settore economico che provoca conseguenze dannose per la società. L’impatto che la produzione di carne ha sull’uso delle risorse idriche e sull’emissione di CO2 in atmosfera è ormai ben studiato. Anche gli effetti sulla salute umana con l’aumento delle patologie legate al consumo di carne dovrebbe metterci in guardia e farci lottare con l’obiettivo bene in vista di cambiare il modello di agricoltura e allevamento che viene sostenuto dalla politiche europee.

Lorenzo Chemello
Lorenzo Chemello
Insegnante precario di italiano e storia da sempre interessato alla politica come mezzo di lotta per cambiare la società. Ha lavorato all’estero in Portogallo e Germania dove afferma di aver capito quanto sia necessaria un’Europa unita.

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