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Hispaniola: come le scelte politiche determinano il futuro

Hispaniola alle origini

Quando Cristoforo Colombo sbarcò ad Hispaniola nell’Ottobre del 1492 trovò un’isola molto diversa da quella che possiamo vedere oggi. In origine l’isola era un tutt’uno , abitata da almeno 5000 anni dalla popolazione indigena dei tainos, ed era ricoperta da foreste lussureggianti. Oggi invece l’isola è divisa in due stati, separati dalla Cordigliera Centrale, una sorta di confine naturale che delimita ad est la Repubblica Dominicana, ricca di verdi boschi e prati, ad ovest Haiti, una terra brulla e riarsa. Sorvolando l’isola si vede chiaramente ad occhio nudo la differenza, d’altra parte la Repubblica Dominicana ha ancora il 28% del suo territorio ricoperto da foreste contro un misero 1% di Haiti. Sono entrambi paesi poveri, afflitti da problemi tipici di economie post coloniali, con governi deboli, corruzione, inefficienze diffuse, sistemi sanitari precari. Tuttavia Haiti è messa molto peggio, tanto da essere uno dei paesi più poveri al mondo, a differenza dello stato gemello dove il reddito pro capite è cinque volte più alto e la densità della popolazione decisamente più bassa. La Repubblica Dominicana a confronto appare come un paradiso.

Hispaniola ieri e oggi

Eppure le cose non stavano così all’inizio ed i due paesi hanno mosso i primi passi nello stesso ambiente di partenza, così come l’impatto culturale degli invasori europei è stato fondamentalmente lo stesso per entrambi. Anche la religione e la composizione etnica sono sostanzialmente identiche. Nel 1519, solo 27 anni dopo l’arrivo degli spagnoli, la popolazione taino era già stata falcidiata dalle malattie portate dagli europei. La popolazione indigena crollò infatti rapidamente da quasi mezzo milione di abitanti ad 11000 unità, per ridursi in seguito a poco più di 3000 a causa di una successiva ed ulteriore infezione di vaiolo. In sostanza i pochi sopravvissuti morirono o si assimilarono ai conquistatori e poiché Hispaniola era considerata adatta alla coltivazione dello zucchero, questo comportò un massiccio trasferimento sull’isola di schiavi africani da impiegare nelle piantagioni. In seguito la parte haitiana entrò nell’orbita francese e divenne a lungo una colonia ricca e produttiva dell’impero transalpino, mentre la parte dominicana restò una colonia spagnola lontana e dimenticata dalla madrepatria. Ad Haiti furono fatti affluire schiavi africani in un numero sette volte maggiore rispetto a Santo Domingo e contestualmente sul suolo haitiano cominciò anche un commercio molto intenso e remunerativo di legname. La combinazione di alta densità demografica e di intenso sfruttamento delle risorse sia minerarie che boschive ed agricole determinò, in un contesto isolano fondamentalmente chiuso, una rapida deforestazione, nonché la perdita progressiva della produttività dei terreni agricoli e delle miniere. Con il raggiungimento dell’indipendenza i due paesi vissero vicende di analoga instabilità politica, finendo per essere governati da due dittatori. Haiti, a differenza della Repubblica Dominicana, fu meno aperta agli investimenti stranieri e privilegiò il possesso individuale di piccoli fazzoletti di terreno, la qual cosa tuttavia impedì lo sviluppo di una produzione capace di esportare in Europa, a causa di una popolazione sproporzionata rispetto alle risorse disponibili. I due dittatori, Papa doc Duvalier e Rafael Trujillo, ebbero a loro volta nel secolo scorso un approccio nettamente diverso. Il primo non fece assolutamente nulla mentre il secondo cercò, anche se per motivazioni non sempre nobili, di modernizzare il paese e migliorarne l’economia. Dopo l’assassinio di Trujillo nel 1961 il suo successore Joaquin Balaguer, un altro personaggio piuttosto controverso, portò però avanti in maniera convinta una decisa politica di difesa dell’ambiente. Non è un caso quindi se oggi a Santo Domingo esistono 74 aree protette di vario genere che coprono un terzo del territorio nazionale e se il paese, nonostante i tanti problemi ed i governi deboli e corrotti che vi si sono succeduti, guarda al futuro con relativo ottimismo. Haiti invece continua a sprofondare negli abissi della povertà e della sovrappopolazione, senza più risorse e senza futuro.

Il destino di una società dipende dalle sue scelte

Questa è la dimostrazione lampante dell’enorme peso che gli indirizzi politici generali possono avere sul futuro di una comunità o, come sostiene l’antropologo e premio Pulitzer Jared Diamond nel suo bestseller Collapse “che il destino di una società spesso è nelle sue stesse mani e dipende essenzialmente dalle sue scelte”.

Felice Marino
Felice Marino
Nasce a Napoli, ma vive a Milano. Laureato in Chimica Farmaceutica, dal 2015 è una guida turistica abilitata della Città metropolitana di Milano. È tra i co-fondatori dell'Associazione culturale Antares e dal 2019 è iscritto ai Verdi. Autore di cinque libri, attualmente ne sta scrivendo un sesto dedicato agli alberi monumentali di Milano.

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