La pandemia ha calpestato i diritti umani fondamentali

Dall’emergenza sanitaria a quella sociale

Il 2020 passerà senza dubbio alla storia come l’anno della pandemia da Covid-19. L’emergenza sanitaria globale ha travolto le nostre vite, cambiandole in modo talmente radicale da indurre a chiederci se si tratti di cambiamenti irreversibili, ha mostrato le falle e i limiti di un’idea di società apparentemente incentrata sul progresso, ma al momento del bisogno incapace di rispondere ai bisogni dei propri cittadini, una società i cui sistemi sanitari – sempre più spesso privatizzati – si sono dimostrati assolutamente inadeguati a rispondere all’emergenza.

Le conseguenza di quanto sta ancora accadendo, come abbiamo spesso detto, non riguardano soltanto la salute pubblica, ma inevitabilmente finiscono col toccare innumerevoli aspetti della vita sociale, compreso quello relativo al rispetto dei diritti umani.

Diritti umani dimenticati

A confermarci la deriva che la tutela dei diritti ha subito nell’ultimo anno, è arrivato il report annuale elaborato da Amnesty International, che ci restituisce un quadro decisamente preoccupante della situazione.

La pandemia, infatti, si è rivelata un potente amplificatore di differenze sociali già esistenti ma ora sempre più chiare agli occhi di tutti. Differenze dettate dalle diverse possibilità economiche, che hanno spesso impedito a chi non aveva mezzi sufficienti di accedere alle cure necessarie. Differenze dettate dal genere: basti dire che, secondo i dati dell’Istat, soltanto in Italia su 101.000 posti di lavoro persi a dicembre 2020, 99.000 erano occupati da donne; parallelamente – ci dice Amnesty International – con il lockdown sono cresciute ovunque le violenze di genere consumate all’interno delle mura domestiche, anche per via della frequente sospensione dei servizi normalmente dedicati a questo genere di problematiche.

Le categorie più fragili pagano il prezzo più alto

In generale a subire le conseguenze più pesanti sono state quei gruppi sociali già precedentemente più penalizzati: donne, persone della comunità Lgtb+, bambini, migranti hanno pagato e stanno pagando il prezzo più pesante di questa pandemia. Molti Paesi con motivazioni legate alla tutela della salute pubblica hanno chiuso le proprie frontiere, costringendo migliaia di rifugiati a vivere in condizioni di precarietà e degrado assoluti, spesso ammassati in campi di fortuna (ricordiamo, uno su tutti, il caso dei migranti bloccati in Bosnia) dove peraltro il virus può circolare senza controllo.

In generale, rileva il report di Amnesty, il 56% dei 149 Paesi presi in considerazione ha messo in pratica politiche che hanno ulteriormente danneggiato comunità già soggette a discriminazione.

Aumentano le repressioni

Ma quella della pandemia si è rivelata soprattutto una scusa utile a governi e regimi che già prima della diffusione del Covid avevano dimostrato intolleranza nei confronti di qualsiasi forma di dissenso.

Dall’Ungheria ai Paesi dell’area del Golfo del Persico (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Oman) si allarga a macchia d’olio la lotta alla libertà di espressione, con l’inserimento, o in altri casi l’inasprimento, delle pene nei confronti di chi viene accusato di diffondere notizie false sulla pandemia.

Un uso smodato della forza in nome della tutela della salute pubblica è un altro elemento preoccupante che ricorre in diverse aree del mondo: un caso su tutti quello del Brasile, dove il Presidente Bolsonaro, che appena pochi mesi fa aveva agevolato attraverso una serie di decreti il possesso di armi da fuoco, ha affidato alla polizia poteri via via crescenti con il passare del tempo, con risultati sempre più preoccupanti. “In Brasile tra gennaio e giugno 2020 sono state uccise 3.181 persone che chiedevano azioni contro la pandemia di Covid-19, di questi il 79% erano neri delle Favelas”, ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International. E di certo, purtroppo, il Brasile non costituisce un unicum, anzi: azioni violente spacciate come necessarie per il rispetto delle norme previste dal lockdown sono state perpetrate anche nelle Filippine o in Nigeria, tanto per fare un esempio.

Forme di repressione anche politica hanno poi trovato spazio dall’India del Presidente Modi, come si è potuto vedere anche in seno alle proteste degli agricoltori, alla Cina di Xi Jinping, intenta a perseguitare le minoranze musulmane e gli avversari politici.

Il dramma sanitario che la pandemia ha generato ha giustamente catalizzato l’attenzione di tutto il mondo, ma il quadro tratteggiato dal report di Amnesty International relativamente all’ultimo anno ci dice con chiarezza che non possiamo distogliere la nostra attenzione non solo dalle questioni sociali, ma anche da quelle che riguardano i diritti umani fondamentali. Ne va della società che vogliamo costruire quando tutto questo sarà finito.

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