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La favola del lupo cattivo

All’origine del pregiudizio

Durante le festività pasquali si sentono spesso, da più parti ed a giusta ragione, inviti ad evitare l’inutile mattanza di agnelli tipica di questo periodo. Io però voglio approfittarne per spezzare una lancia anche a favore di un loro predatore naturale, vale a dire il lupo. Esso storicamente non ha mai goduto di buona fama e già nelle favole per i più piccoli l’immagine del lupo non è mai troppo rassicurante. Ma perché? Perché ce l’hanno tutti con il lupo? I pregiudizi si sono stratificati nella nostra cultura a partire dal Medio Evo. E’ in questa epoca infatti che nacquero e si diffusero degli strani ed enigmatici libri: i cosiddetti bestiari medievali. In questi libri si parlava di molte specie zoologiche, non con l’obiettivo di descriverne le caratteristiche reali quanto piuttosto i significati morali e religiosi a loro attribuiti. E’ in questo contesto che il lupo diventa demoniaco, astuto e crudele. Michel Pastoureau, storico e saggista francese, riporta nel suo Bestiari del Medioevo alcuni contenuti del celebre Bestiario di Aberdeen, manoscritto inglese del XII secolo: “Il lupo cammina sempre nel senso del vento in modo che i cani non possano seguire la sua traccia; se è solo si mette ad ululare mettendo una zampa davanti al muso per amplificare i suoni e far credere di essere un’intera muta. Come il cane, è soggetto alla rabbia e il suo morso è velenoso perché si nutre di rospi. La sua preda preferita è l’agnello; per questo ama travestirsi, mettendosi addosso una pelle di pecora, per introdursi in un ovile o in mezzo ad un gregge. Se non ha niente da mangiare si accontenta di aria e di vento. Alla carne di qualsiasi animale, il lupo preferisce quella umana. E’ un grande divoratore di bambine. E’ l’immagine stessa del diavolo che tormenta gli uomini e i monaci prima di precipitarli nel baratro infernale”. In effetti messa così, non pare troppo rassicurante..

L’uomo e il lupo: una favola sbagliata

Le cose naturalmente stanno in maniera diversa, ma già nell’antichità precristiana i lupi vengono ricordati come un pericolo per il bestiame, ma difficilmente per gli uomini. Un antico proverbio russo addirittura sentenzia una minaccia al contrario : al lupo puoi portare del cibo, ma lui nel mangiarlo si girerà sempre verso il bosco e starà sempre in guardia dagli esseri umani. Vale la pena allora ricordare, senza per questo trarne una regola generale, i dati statistici illustrati da una equipe di tecnici in un convegno tenutosi a Belluno nel 2019: negli ultimi centocinquanta anni in tutta Europa non si è registrato nessun caso di aggressione ad un uomo da parte di un lupo.

I lupi in Italia

Attualmente in Italia si registra una popolazione di lupo grigio appenninico, la variante italica, di circa 2000 unità, dopo che agli inizi degli anni Settanta tale popolazione si era ridotta ad appena cento esemplari. Rimane dunque una specie minacciata ma non più prossima all’estinzione, diffusa su tutto il territorio nazionale eccetto le isole, privilegiando l’arco alpino e l’Appennino. Questo grazie a crescenti tutele ed al contrasto alla piaga del bracconaggio. Sicuramente invece i lupi rappresentano una minaccia per gli allevatori di bestiame, capita infatti che essi prendano di mira pecore o vacche. Tuttavia il ricorso a recinti elettrici oppure ad un vecchio ma sempre efficace metodo, quale il cane pastore maremmano, si è rivelato molto efficace e può garantire il raggiungimento di un sano e rispettoso equilibrio. Peraltro il numero di lupi si mantiene fondamentalmente stabile, grazie alle ferree regole del branco. Queste impediscono ad altri lupi maschi ad eccezione del maschio alfa (quello dominante) di accoppiarsi non solo con la femmina alfa ma anche con le altre femmine del branco. La stessa femmina alfa è molto agguerrita nell’impedire alle altre di accoppiarsi e poiché entra in calore una sola volta all’anno non può garantire più di un certo numero di cuccioli. Le regole del branco sono rigidissime, così come la gerarchia ed il senso cooperativo. Tutto questo impone l’elaborazione di un complesso sistema di comunicazione, di cui l’ululato, più frequente dal tramonto alle prime ore della notte e dell’alba, è sicuramente la forma più spettacolare. Di solito in Italia un branco non supera mai le otto unità e mediamente si attesta sulle quattro. La vita del branco è dura, molto competitiva ma al tempo stesso solidale ed estremamente cooperativa. Ogni tanto pare proprio avere qualcosa da insegnarci.

Felice Marino
Felice Marino
Nasce a Napoli, ma vive a Milano. Laureato in Chimica Farmaceutica, dal 2015 è una guida turistica abilitata della Città metropolitana di Milano. È tra i co-fondatori dell'Associazione culturale Antares e dal 2019 è iscritto ai Verdi. Autore di cinque libri, attualmente ne sta scrivendo un sesto dedicato agli alberi monumentali di Milano.

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