HomeClimaEnergiaIl crollo della civiltà dei combustibili è vicino

Il crollo della civiltà dei combustibili è vicino

Cosa sono gli stranded assets?

Tenete bene in mente questa definizione: stranded assets. Letteralmente sta per “beni incagliati”, ma il suo significato si riferisce all’insieme delle infrastrutture del mondo fossile come pozzi petroliferi, miniere di carbone, gasdotti, ossia i principali investimenti legati all’economia del carbonio e destinati a perdere valore nei prossimi anni. Jeremy Rifkin, presidente della Foundation of Economic Trends di Washington, docente ed autore in passato di numerosi saggi visionari di successo, consigliere molto ascoltato nelle alte sfere della politica internazionale, ne parla diffusamente nel suo libro Un green new deal globale, pubblicato nel 2019, alcuni mesi prima dell’inizio della pandemia da SARS-CoV-2.

Come avvengono le grandi svolte economiche

L’assunto di partenza è che le grandi svolte economiche della storia richiedano fondamentalmente tre elementi: un mezzo di comunicazione, una fonte di energia ed un meccanismo di trasporto. Nel XIX secolo con la prima rivoluzione industriale furono la stampa azionata a vapore ed il telegrafo, il carbone e le locomotive sulle reti ferroviarie nazionali. Nel XX secolo furono invece il telefono, la radio e la televisione, affiancati dal petrolio e dai veicoli a combustione interna sulle reti stradali nazionali. Oggi una piattaforma tecnologica polifunzionale potrebbe nascere dall’integrazione di un internet delle comunicazioni, elettricità di origine solare ed eolica, veicoli autonomi elettrici e ad idrogeno in cima ad una piattaforma internet delle cose che comprenderà anche edifici residenziali, commerciali ed industriali. Tutto questo secondo Rifkin verrà accelerato dall’oggettiva necessità di un passaggio rapido ad un’economia verde e dal rapido abbandono di un’economia basata sul carbonio, durata due secoli, che ha plasmato la nostra società così come oggi la conosciamo e che appare sempre più arcaica. Il cambiamento potrebbe avvenire presto, molto presto, più rapidamente di quanto si potesse prevedere qualche anno fa, tanto da far ipotizzare a Rifkin una data: il crollo della civiltà dei combustibili dovrebbe verificarsi entro il 2028. Le resistenze per motivi che vedremo non mancheranno, tuttavia si tratta di una visione complessiva carica di ottimi propositi, in linea con necessità impellenti e volano di grande sviluppo economico. Ecco allora che entrano in gioco gli stranded assets.

La minaccia degli stranded assets

In effetti già uno studio di qualche anno fa, condotto da un gruppo internazionale di ricercatori di prestigiosissime università, tra le quali quella di Cambridge nel Regno Unito, prevedeva entro il 2035 lo scoppio di una enorme bolla del carbonio destinata a cancellare dal sistema economico globale una cifra tra mille e quattromila miliardi di dollari, una cifra spaventosa. Rifkin, come ho detto, anticipa questa scadenza di qualche anno alla luce della spinta sempre più convinta verso le rinnovabili impressa in particolare dall’ Unione Europea e dalla Cina. Lo studio di Cambridge evidenzia anche come la risposta dei paesi mediorientali, che volutamente mantengono la produzione di greggio molto alta e di conseguenza i prezzi bassi nonostante il forte calo di consumi, rischi di mettere fuori gioco altri paesi per i quali il costo di produzione è molto più alto, vale a dire giganti come la Russia, il Canada e gli USA. Questi ultimi in particolare, nel tentativo di sganciarsi dalla dipendenza dal petrolio arabo, hanno negli ultimi anni investito molto sullo shale oil negli scisti e nelle sabbie bituminose, vale a dire un petrolio ottenuto attraverso la tecnica del fracking, tecnica costosa, molto invasiva e ad altissimo impatto ambientale. Si spiegano così le politiche della passata amministrazione Trump, mettendoci in guardia al contempo rispetto alla reale futura linea dell’amministrazione Biden. Un altro studio, prodotto dal think thank Carbon Tracker, evidenzia come le multinazionali di gas, carbone e petrolio rischino di spendere miliardi di dollari nei prossimi anni realizzando nuovi impianti che saranno ampiamente sottoutilizzati nel prossimo futuro. La minaccia degli stranded assets o la loro sottovalutazione ci aiutano a comprendere l’atteggiamento talvolta ambiguo di colossi come Shell, British Petroleum, Eni ed altri giganti del settore, indecisi tra l’abbandono graduale degli investimenti “più sporchi” a vantaggio delle rinnovabili e il mantenimento dello status quo, confidando in altri decenni di crescita continua della domanda di carburanti fossili a prezzi elevati. In questo contesto la pandemia da Covid 19, il conseguente ulteriore potente impulso alla digitalizzazione ed allo smart working, potrebbe aver scritto contestualmente il necrologio di un’era, spazzando via ogni “illusione” residua.

Verso il crollo della civiltà dei combustibili

Ma gli stranded assets non sono qualcosa di lontano per il cittadino comune. Il passaggio rapido alle rinnovabili sarà accompagnato come accennato a stretto giro di posta dall’introduzione di un numero sempre maggiore di veicoli elettrici alimentati da fonti rinnovabili, magari senza conducente, e dalla diffusione di immobili di nuova generazione capaci di produrre, accumulare e cedere energia. Gli stranded assets nel settore dei trasporti, dati da investimenti su veicoli e viabilità vecchio tipo, solo in Europa varrebbero 243 miliardi di euro. La Volkswagen ha già annunciato che produrrà l’ultima generazione di motori a benzina e diesel entro il 2026, stabilendo indirettamente la data della fine del motore a combustione interna. Tuttavia già nel 2024 il costo “non sovvenzionato” dei veicoli elettrici diverrà competitivo con quello dei veicoli a combustione interna. Ma il settore che rischia di diventare il più grande stranded asset del mondo è quello immobiliare, il meno agile a livello globale. Il patrimonio edilizio andrà trasformato portandolo ad emissioni prossime allo zero, pena una drastica riduzione del valore degli immobili. La corsa è già iniziata.

Felice Marino
Felice Marino
Nasce a Napoli, ma vive a Milano. Laureato in Chimica Farmaceutica, dal 2015 è una guida turistica abilitata della Città metropolitana di Milano. È tra i co-fondatori dell'Associazione culturale Antares e dal 2019 è iscritto ai Verdi. Autore di cinque libri, attualmente ne sta scrivendo un sesto dedicato agli alberi monumentali di Milano.

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