HomeecologicaClimaI cambiamenti climatici causano più sfollati delle guerre

I cambiamenti climatici causano più sfollati delle guerre

Migrazioni e disastri ambientali

Quello delle migrazioni causate dai disastri climatici è un fenomeno in costante crescita negli ultimi anni e che molto dovrebbe dirci sullo stato di salute del nostro Pianeta.

Inondazioni, aumento della desertificazione, ondate anomale di calore sono solo alcune delle cause che stanno spingendo milioni di persone ogni anno ad allontanarsi dalla propria casa. Secondo un report pubblicato nel Maggio del 2019 dall’Internal Displacement Monitoring Centre – il centro di monitoraggio internazionale che si occupa di fornire dati e analisi per affrontare la questione delle migrazioni interne – ogni anno più di 20 milioni di persone sono costrette a migrare a causa dei cambiamenti climatici, si tratta di circa 265 milioni di persone dal 2008 ad oggi, più del triplo di quelle che hanno abbandonato la propria terra per sfuggire da guerre e violenze.

10,3 milioni di persone costrette a scappare a causa di disastri ambientali

A confermare questo preoccupante trend arriva ora un nuovo studio, realizzato dalla Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, che prende in considerazione i dati sugli spostamenti relativi al periodo compreso tra Settembre 2020 e Febbraio 2021. La fotografia emersa da questa nuovo rapporto parla chiaro: di 12,6 milioni di profughi interni, 10,3 milioni sono persone che si sono dovute spostare a causa eventi meteorologici estremi innescati dalla crisi climatica. Un numero che impressiona e che ci dice, ancora una volta, che oramai la crisi climatica genera migrazioni forzate ben più consistenti persino di quelle causate dalle guerre (il rapporto parla di 2,3 milioni di migranti interni che fuggono da conflitti armati).

In Asia il 60% degli sfollati

La situazione si presenta particolarmente critica in Asia, dove si concentra il 60% degli sfollati complessivi; questo a causa dell’elevato numero di calamità naturali a cui quest’area del Pianeta si è ritrovata a dover far fronte (3.068 disastri solo dal 2000 al 2019, secondo un recente rapporto dell’Ufficio per la riduzione del rischio di catastrofi delle Nazioni Unite).

Questi sconvolgimenti”, ha dichiarato Helen Brunt – Coordinatrice dell’Asia Pacific Migration and Displacement dell’IRFC – “stanno mettendo a dura prova alcune delle comunità più povere, che stanno già vacillando per gli impatti economici e sociali della pandemia Covid-19”.

Le categoria fragili sono le più esposte

Il dramma del virus ha infatti ulteriormente peggiorato la situazione già precarie di chi vive la condizione di sfollato, rendendo molto più complesso il meccanismo che rende possibile l’arrivo dei sostegni umanitari necessari per la sopravvivenza di queste persone che, è importante sottolinearlo, nella grande maggioranza dei casi vengono già da contesti socio-economici difficili. A vivere in zone ad alto rischio di disastri ambientali sono infatti perlopiù cittadini appartenenti a categorie fragili che, come accade anche in tema di inquinamento, finiscono per pagare il prezzo più alto della crisi climatica, subendo una forma di razzismo di tipo ambientale, così come è stato recentemente definito.

Sempre Helen Brunt ha ribadito che “sono urgentemente necessari investimenti in soluzioni a lungo termine prima che i disastri costringano più persone a lasciare le loro case, i mezzi di sussistenza e le comunità”, questo, aggiungiamo, a maggior ragione a fronte di alcune recenti considerazioni provenienti dal mondo della scienza che ci dicono che di questo passo, se non interveniamo concretamente e soprattutto rapidamente per combattere la crisi climatica, il numero degli sfollati a causa dei disastri ambientali è destinato a salire fino a 200/250 milioni entro il 2050. Un problema serio, che tocca le vita di un numero enorme di persone e che non possiamo continuare ad ignorare.

Martina Annibaldi
Martina Annibaldi
Giornalista, filologa, insegnante. Negli anni si è occupata di raccontare gli interessi delle mafie intorno al settore agroalimentare e i risvolti positivi legati alle pratiche di agricoltura sociale.

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