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Una raccolta di rifiuti spaziale!

187 tonnellate di rifiuti abbandonati sulla Luna

Immaginiamo di trovarci per incanto sulla Luna e di osservare da lì nel silenzio del cosmo il nostro bellissimo pianeta blu. Fantastico, sarebbe un’emozione incredibile. Tuttavia nel voltarci istintivamente per afferrare un congegno in grado di immortalare questa scena idilliaca, la nostra attenzione potrebbe essere attratta da alcuni oggetti insoliti per l’ambiente lunare: alcune bandiere scolorite, dodici paia di scarponi, zaini, giornali, attrezzature varie, medaglie, statuette, pale, martelli, due palline da golf e circa 96 sacche di urine, feci e vomito. A questi bisogna aggiungere i resti di circa settanta veicoli spaziali e vari oggetti metallici ed elettronici tra cui rover, pezzi di moduli e sonde schiantatesi sulla superficie lunare. Purtroppo non è uno scherzo, in totale secondo le ultime stime l’uomo avrebbe lasciato sulla Luna circa 187 tonnellate di rifiuti.

Dal retroriflettore laser alla piuma di falco: gli oggetti lasciati sulla Luna

Tutto cominciò con le sonde spaziali inviate a partire dal 1959 sulla Luna dall’Unione Sovietica, che hanno di fatto aperto le porte all’arrivo dell’uomo sul nostro satellite, evento realizzatosi un decennio più tardi. D’altra parte l’imperativo di queste missioni era portare sulla Terra rocce lunari da studiare successivamente ed abbandonare sul posto tutto quanto non fosse necessario per il rientro, così da alleggerire la navicella spaziale e consumare meno carburante possibile. Per farsi un’idea solo Armstrong e Aldrin depositarono un centinaio di oggetti nei pressi di Tranquillity Base, il punto di allunaggio della loro storica missione Apollo 11. Alcuni hanno ancora oggi un’utilità scientifica, come ad esempio un retroriflettore laser installato all’epoca. Esso permette infatti di misurare in modo continuativo la distanza tra la Terra e la Luna ed ha permesso di comprendere che il nostro satellite si sta allontanando da noi alla velocità di 3,8 centimetri l’anno. Poi ci sono i resti di alcuni esperimenti scientifici, come la piuma di falco ed il martello che nel 1971 l’astronauta americano David Scott, della missione Apollo 15, lasciò cadere al suolo per dimostrare che, dove non c’è atmosfera, arrivano a destinazione contemporaneamente. In assenza di resistenza dell’aria, come Galileo aveva teorizzato, i due oggetti cadono infatti con la stessa velocità e con lo stesso tempo. Sulle due palline da golf colpite sulla Luna da Alan Shepard nel corso della missione Apollo 14 è invece forse meglio sorvolare.

Raccolta spaziale dei rifiuti

La comunità scientifica internazionale ritiene che oggi potrebbe essere utile recuperare alcuni di questi oggetti, in particolare le sacche piene di escrementi e quindi di batteri, sebbene sia presumibile che il contenuto di queste sacche, nelle condizioni durissime della superficie lunare, sia ormai ridotto in polvere. Tuttavia essendo questi escrementi costituiti per quasi il 50% da batteri, potrebbero fornire importanti informazioni sull’impatto dell’ampia esposizione ai campi magnetici e delle temperature lunari estreme sulla vita. Ecco quindi che si progettano future missioni spaziali con questo potenziale obiettivo, così come è già programmata per il 2025 la prima missione dell’Unione Europea di raccolta dei numerosissimi detriti che ruotano invece stabilmente e pericolosamente intorno alla Terra. Si stima qualcosa come 21000 detriti più grandi di un centimetro e ben 100 milioni più piccoli. I frammenti spaziali più grandi sono costituiti prevalentemente da satelliti attivi, da satelliti morti, vecchi corpi di razzi e parti di veicoli spaziali. Già con il lancio del primo satellite inviato dai sovietici intorno alla Terra, lo Sputnik 1, il numero dei detriti celesti si è portato velocemente a circa cinquemila. Dopo di esso sono stati lanciati in orbita altri 6600 satelliti, di cui più della metà vaga ormai senza meta intorno al nostro pianeta. I rischi che qualcosa superando l’impatto con l’atmosfera ci ricada addosso non sono proprio inesistenti. Successe qualche anno fa con la stazione cinese Tiangong 1, finita poi nel Pacifico, non lontana dal cosiddetto “polo dell’inaccessibilità”, una zona del Pacifico lontana da qualunque insediamento umano tra la Nuova Zelanda ed il Cile dove fu pilotata la ricaduta di quello che restava della stazione russa Mir nel 2001 e che lì si è inabissata. E allora, mettendo tutto insieme, amaramente pare proprio che al moderno homo ecologicus la sola Terra cominci ad andare un poco stretta. Su Marte sono avvertiti.

Felice Marino
Felice Marino
Nasce a Napoli, ma vive a Milano. Laureato in Chimica Farmaceutica, dal 2015 è una guida turistica abilitata della Città metropolitana di Milano. È tra i co-fondatori dell'Associazione culturale Antares e dal 2019 è iscritto ai Verdi. Autore di cinque libri, attualmente ne sta scrivendo un sesto dedicato agli alberi monumentali di Milano.

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