I traffici radioattivi che avvelenano l'Italia

L’attività criminale nello smaltimento dei rifiuti radioattivi

E’ uno dei temi ambientali maggiormente sottovalutati, uno di quelli di cui si fa fatica a parlare ma soprattutto a pensare e realizzare le soluzioni giuste per limitare i danni alla salute delle persone. E’ il tema dei rifiuti e dei materiali radioattivi che costituiscono un enorme problema ambientale e sanitario non solo per l’assenza di un deposito unico nazionale, ma anche perché costituiscono materia di traffici illeciti e di un’intensa attività criminale.

E’ quello che certifica nero su bianco l’ultimo rapporto di Legambiente dal titolo Rifiuti radioattivi ieri, oggi e domani: un problema collettivo”, pubblicato in occasione del decimo anniversario del disastro nucleare di Fukushima in Giappone. Il Rapporto tratteggia una florida attività criminale attorno allo smaltimento dei rifiuti radioattivi, che non sono solo quelli derivanti dalla produzione di energia nucleare ma anche, e soprattutto, quelli che ogni anno si producono in ambito medico-sanitario o in conseguenza di alcune attività industriali.

A partire dal 2015, anno in cui sono stati introdotti nel Codice Penale diversi “eco reati”, tra cui quello di traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, e fino alla fine del 2019, sono stati effettuati dalle Forze dell’ordine 130 controlli che hanno portato alla denuncia di 29 persone, di cui 5 arrestate, 38 sanzioni penali e 15 sequestri di materiale radioattivo.

Smaltire legalmente materiali a media e bassa radioattività, come ad esempio i rifiuti delle lastre sanitarie, costa e può costare molto. Ed è qui che intervengono mediatori, faccendieri, esponenti della criminalità organizzata che su questi traffici hanno costruito negli anni esperienze, una vasta rete di complicità e fortune colossali.

Un problema da risolvere

Il problema di fondo, come denuncia anche Legambiente, è il colossale ritardo del nostro Paese nell’individuare il Deposito unico nazionale proprio per i rifiuti e materiali a media e bassa radioattività. Solo a fine gennaio scorso, con ritardo di anni, è stata pubblicata dal Ministero dell’Ambiente, oggi della Transizione ecologica, una lista dei potenziali siti idonei ad ospitare il Deposito, suscitando ovviamente la classica scia di polemiche all’italiana.

Il risultato è che oggi sul territorio nazionale sono censiti 31mila metri cubi di rifiuti radioattivi collocati in 24 impianti presenti in 16 siti in 8 Regioni. A questi numeri, si aggiungeranno nei prossimi anni i rifiuti radioattivi ad alta attività che torneranno in Italia dopo il ritrattamento all’estero del combustibile esausto proveniente dagli ex impianti nucleari italiani, e quelli di media attività che si verranno a generare dalle attività di smantellamento degli impianti dismessi.

Un quadro molto preoccupante, sottovalutato dalle Istituzioni ma non dalla criminalità, che di certo non si pone il problema delle conseguenze sanitarie derivanti dall’illecito smaltimento di questi materiali. Ci vorrebbero coraggio e personale politico in grado di sostenere scelte che inevitabilmente andranno a scontentare alcuni a vantaggio della salute di molti; a noi sembra uno scambio equo.

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