HomeBiodiversitàAgricolturaI segreti dei terreni nell'archivio di Harpenden

I segreti dei terreni nell’archivio di Harpenden

A Harpenden la prima fabbrica di fertilizzanti

Una storia singolare ci rivela come l’alterazione dell’ecosistema indotta dall’uomo in certi ambiti sia più duratura e subdola di quanto pensiamo. Questa storia ha avuto luogo ad Harpenden, nei pressi di Londra, ed ha visto protagonista un certo John Bennet Lawes, uno scienziato inglese che aveva studiato ad Oxford. Questi creò la prima fabbrica di fertilizzanti della storia sfruttando l’intuizione di un chimico tedesco, Justus von Liebig, che aveva notato come la farina di ossa restituisse grande vigore al suolo. Inizialmente Lawes vendeva ossa polverizzate e fosfati minerali, poi in seguito anche fertilizzanti azotati come il nitrato di sodio ed il solfato di ammonio, oggi comunemente rimpiazzati dal nitrato di ammonio. Ebbene in una fase pioneristica dell’industria dei fertilizzanti, Lawes impiantò una serie di appezzamenti di terreno sperimentali, ancora oggi in uso e che fanno del luogo la più vecchia stazione di ricerca agricola del mondo, nei quali sperimentava tutte le soluzioni possibili e dei quali conservava campioni sia di terreno che di raccolti. Oggi dunque, in questo luogo dall’incommensurabile valore scientifico, possiamo risalire fino al primo campo di frumento impiantato ad Harpenden nell’ormai lontano 1843.

Il fieno cresce, ma la biodiversità diminuisce

Una prima considerazione nasce dal fatto che all’epoca, nel corso delle sperimentazioni, apparve subito evidente una cosa all’osservazione diretta. Il fertilizzante azotato faceva crescere il fieno più alto ma la biodiversità ne pativa moltissimo. Mentre nelle strisce non fertilizzate crescevano spontaneamente una cinquantina di specie diverse di erbe, piante infestanti, legumi e piante medicinali, gli appezzamenti trattati con l’azoto ne ospitavano solo due o tre. La cosa fu salutata positivamente, gli agricoltori non desiderano che altri semi competano con quelli piantati. Per loro non è affatto un problema, ma per la natura evidentemente sì. Lo stesso Lawes, ormai ricco sfondato, dopo aver venduto le sue aziende di fertilizzanti confidò al suo biografo personale che gli agricoltori che pensavano di poter “ottenere con l’aiuto di qualche chilo di sostanze chimiche colture altrettanto buone di quelle ottenute con qualche tonnellata di letame” sarebbero rimasti delusi. Il suo consiglio a chi voleva coltivare verdure o far crescere l’erba fu quello di cercare una località dove fosse disponibile una grande quantità di stallatico ed a basso prezzo.

L’archivio di Harpenden

Una seconda considerazione nasce invece dal fatto che i preziosissimi campioni conservati ad Harpenden hanno imprigionato i terreni e l’aria di ciascuna epoca a partire dal 1843, una sorta di biblioteca bioclimatica. Ebbene i barattoli più vecchi presentano un suolo relativamente neutro che diventa, contestualmente all’incredibile espansione dell’industria britannica nella seconda metà dell’Ottocento, sempre più acido nei barattoli dei decenni successivi. Nei campioni degli anni Cinquanta del Novecento comincia invece a comparire un elemento piuttosto raro in natura ed in particolare nell’Hertfordshire, vale a dire il plutonio. E’ la firma radioattiva dei test nucleari nel deserto del Nevada e più tardi in Russia. Nei campioni risalenti alla fine del XX secolo è possibile rinvenire altre sostanze, addirittura sconosciute in precedenza alla Terra, si tratta dei policlorobifenili derivati dalla manifattura della plastica. Mi fermo qui, tralasciando gli idrocarburi policromatici prodotti dai gas di scarico delle automobili o i metalli pesanti quali zinco, piombo, cromo ed altri. Questi ultimi vengono assorbiti con difficoltà dalle piante e non vengono lisciviati, semplicemente restano dove sono per un periodo che va dai 3700 anni dello zinco ai 35000 del piombo, ossia due ere glaciali fa. Nulla sparisce insomma, il terreno ci restituisce tutto. Se un giorno dovessimo improvvisamente sparire dalla Terra, nessuno raccoglierebbe più le piante cresciute nei campi saturi di metalli. Presumibilmente questi ultimi su tempi lunghi finirebbero per essere assorbiti dalle piante, che potrebbero restituirli al terreno con la loro morte in un circolo vizioso. Eventuali futuri visitatori del nostro pianeta, nello scoprire lo straordinario archivio di Harpenden, potrebbero chiedersi meravigliati se forse la nostra specie non stesse cercando disperatamente di suicidarsi.

Felice Marino
Felice Marino
Nasce a Napoli, ma vive a Milano. Laureato in Chimica Farmaceutica, dal 2015 è una guida turistica abilitata della Città metropolitana di Milano. È tra i co-fondatori dell'Associazione culturale Antares e dal 2019 è iscritto ai Verdi. Autore di cinque libri, attualmente ne sta scrivendo un sesto dedicato agli alberi monumentali di Milano.

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