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Persi 112 miliardi di giorni di scuola per la pandemia

Dad o non dad?

In questi giorni in cui il virus sta tornando a colpire duramente soprattutto nelle scuole, nella vita di tanti studenti e insegnanti si è affacciata nuovamente la dad.

Alcune regioni hanno già disposto la chiusura degli edifici scolastici, altre stanno valutando se non sia il caso di estendere la dad anche agli studenti delle scuola secondaria di primo grado e delle elementari, decisioni, queste, che arrivano dopo settimane di proteste e di occupazioni da parte degli studenti dei licei che, esasperati dalla dad, hanno però chiesto maggiori tutele per il rientro a scuola, insistendo in particolar modo sulla necessità di intervenire sul trasporto pubblico.

Che la dad abbia rappresentato e rappresenti uno strumento utile per intervenire su situazioni emergenziali non ci sono dubbi, ma è inevitabile chiedersi a che prezzo e con quali limiti.

74 giorni di scuola persi da ogni studente

Una fotografia dello stato delle cose, in questo senso, ce la offre l’analisi pubblicata qualche giorno fa da Save the Children, che, a distanza di un anno da quando è stata dichiarata la pandemia, ha voluto indagare sulle conseguenze che il Covid ha avuto sull’istruzione di bambini e ragazzi, restituendoci un quadro allarmante di come la chiusura delle scuola abbia allargato il divario sociale tra Paesi e all’interno dei Paesi stessi.

Si stima che, dallo scoppio della pandemia, nel mondo siano stati persi la cifra spaventosa di 112 miliardi di giorni dedicati all’istruzione; ogni studente ha perso 74 dei 190 giorni di scuola mediamente previsti dai calendari scolastici. Si stima che in termini di apprendimento, se non si troveranno degli interventi adeguati, questa situazione causerà la perdita equivalente a 0,6 anni di scuola per studente, oltre che un aumento del 25% di studenti della scuola secondaria di primo grado con competenze al di sotto del livello minimo richiesto.

Aumentano le disuguaglianze

La situazione appare particolarmente grave in alcune aree del mondo: dall’analisi condotta da Save the Children su 194 Paesi è infatti emerso che in America latina, nei Caraibi e nell’Asia meridionale i minori hanno perso quasi il triplo dei giorni di istruzione dei loro coetanei che vivono in Europa occidentale, ma questo divario non riguarda solo Paesi tra loro anche molto lontani o Paesi in via di sviluppo perché la forbice che si sta creando anche all’interno dello stesso Paese si fa sempre più evidente e, in prospettiva, sempre più difficile da sanare.

Quasi un anno dopo la dichiarazione ufficiale della pandemia globale, centinaia di milioni di bambini e adolescenti rimangono fuori dalla scuola. La più grande emergenza educativa della storia ha ampliato i divario tra i Paesi e all’interno dei Paesi stessi, come quello tra le famiglie più ricche e quelle più povere, tra i bambini che abitano nelle aree urbane e quelle rurali, tra i rifugiati o sfollati e le popolazioni ospitanti, tra i minori con disabilità e quelli senza” ha dichiarato Daniela Fatarella, Direttrice generale di Save the Children Italia, aggiungeno che “È necessario agire in modo strutturato e globale per garantire che non siano i più piccoli a pagare il prezzo di questa pandemia”.

La situazione in Italia

La disomogeneità delle conseguenze che la pandemia ha avuto sull’istruzione appare chiara anche dando un’occhiata a ciò che sta accadendo nel nostro Paese, dove la scuola sembra viaggiare a velocità diverse a seconda delle zone. Così, prendendo in analisi 8 capoluoghi italiani, questa indagine ci dice come – nello stesso Paese – possano coesistere realtà come quella di Bari, dove da settembre 2020 a febbraio 2021 i bambini delle scuole dell’infanzia hanno potuto frequentare in presenza solo 48 dei 107 giorni previsti, e quella di Milano o di Roma, dove i bambini sono andati a scuola tutti i giorni previsti dal calendario e la differenza riguarda ogni grado scolastico: basta dire che mentre a Reggio Calabria i ragazzi delle scuole superiori hanno fatto lezione in presenza 35,5 giorni sui 97 previsti, quelli di Firenze sono stati in aula 75,1 giorni su 106.

La disparità dipende indubbiamente dal diverso andamento del contagio e dalle conseguenti misure che le regioni hanno dovuto adottare in base all’emergenza, ma una differenza così evidente non è esclusivamente riconducibile alle politiche di contenimento del virus. Come spiegato da Raffaella Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, “Sappiamo bene quanto le disuguaglianze territoriali abbiano condizionato in Italia, già prima della pandemia, la povertà educativa dei bambini e dei ragazzi a causa di gravi divari nell’offerta di servizi per la prima infanzia, tempo pieno, mense, servizi educativi extrascolastici. Ora anche il numero di giorni in cui le scuole, dall’infanzia alle superiori, hanno garantito l’apertura nel corso della seconda ondata Covid mostra una fotografia dell’Italia fortemente disuguale e rivela come proprio alcune tra le regioni particolarmente colpite dalla dispersione scolastica già prima della pandemia siano quelle in cui si è assicurato il minor tempo scuola in presenza per i bambini e i ragazzi. Il rischio è dunque quello di un ulteriore ampliamento delle diseguaglianze educative”.

Le differenze, dunque, vengono da lontano e – come accaduto anche con i sistemi sanitari – ciò che la pandemia ha fatto non è stato altro che acuire problematiche pregresse rendendole evidenti agli occhi di tutti.

Proteggere il diritto all’istruzione di tutti significa proteggere il futuro

I più fragili, ancora una volta, sono coloro che provengono da contesti socio-economici difficili per i quali occorre studiare un piano di intervento adeguato a supportare la prosecuzione della didattica, sopratutto nel momento in cui questa si svolge a distanza e tanti di questi studenti non si trovano nella condizione di possedere gli strumenti necessari a restare al passo con gli altri compagni. E questa situazione diventa ancor più preoccupante in quelle zone in cui per i bambini e i ragazzi la lontananza da scuola significa innanzitutto esporsi al rischio di finire vittime di abusi, di lavoro minorile, di matrimoni precoci o di diventare manovalanza per la criminalità organizzata. Mancare questa sfida significa condannare i bambini e i ragazzi che vengono da contesti di povertà ad essere figli di un dio minore, significa accettare passivamente che alcuni studenti restino indietro rispetto ad altri e questo non possiamo accettarlo, perché se è vero che l’istruzione rende liberi, cosa ne sarà dei tanti bambini che rischiano di non tornare più a scuola?

La Redazione
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