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Quanto vale la salute nel nostro Paese?

Salute o economia?

Questa grave emergenza sanitaria ha messo in evidenza con chiarezza un fatto fondamentale: tutto il mondo occidentale si trova davanti a una sfida enorme, che va ben al di là del Coronavirus. Questa crisi infatti, oltre ad aver rivelato tutte le debolezze del sistema economico e sociale, degli stili di vita, del nostro modello di sviluppo, ci sta ponendo tutti i giorni di fronte ad una domanda, o meglio ad un ricatto: “la salute o l’economia? La Borsa o la Vita?”

Un dilemma che è ben noto al mondo ecologista italiano che, agendo nelle crisi ambientali che attraversano il nostro Paese, ha dovuto quasi sempre fare i conti e misurarsi con queste domande: a Taranto vale di più la salute dei bambini del quartiere Tamburi o i posti di lavoro dei padri dei bambini di Tamburi? E a Sarroch? E a Vado Ligure? E a Trieste? E a Brescia? E l’elenco potrebbe continuare a lungo, da Casale Monferrato a Priolo.

Il bivio di fronte a cui siamo posti in diverse parti del paese è sempre lo stesso: da una parte la strada impervia tracciata dal principio di precauzione che mette la salute davanti a tutto e che porta alla trasformazione, alla Conversione Ecologica, dell’intera società; dall’altra la strada lastricata dalle leggi dell’economia, del libero mercato, della produzione, dove la tutela della salute è una delle voci di costo e non l’obiettivo principale.

Il peso del consenso

Nella scelta da compiere, un ruolo fondamentale lo gioca da sempre il consenso. Quanto pesa nei calcoli della politica, nelle decisioni dei governi, nazionali o locali, la misurazione in termini elettorali di una scelta piuttosto che di un’altra? Senza affrontare in questa sede l’utilizzo a fini propagandistici della pandemia e dell’emotività suscitata, è evidente infatti a tutti che la politica nel definire ed effettuare le scelte sia stata influenzata moltissimo, oltre che dal potere economico, dalle ricadute in termini di consenso elettorale. Un ragionamento cinico ma chiaro a tutti. Quanti voti mi fa perdere un Lockdown? Quanti voti mi fa guadagnare un’ora in più di Bar e Ristoranti aperti? Nel collegio Zona Rossa sarò riconfermato? La sanità pubblica ha fallito clamorosamente. Servono azioni concrete. L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha reso evidente quanto il Sistema Sanitario Pubblico, indebolito negli ultimi vent’anni dalle politiche di privatizzazione e dai tagli inesorabili praticati ogni anno da governi di ogni colore politico, non sia in grado di assolvere a pieno la propria missione costituzionale: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, art. 32 della nostra Costituzione. Per capire come provare a ricostruire un Sistema Sanitario Pubblico efficiente, efficace ed equo, la pandemia può essere un valido scenario che ci indica cosa non ha funzionato, cosa è risultato mancante, quali figure e quali azioni sono state carenti, quali deficit decisionali sono stati determinanti.

Dove intervenire

Innanzitutto non ha funzionato il tracciamento dei contagi, la sorveglianza dei contatti e lo screening. Questo pessimo risultato, che in Lombardia è stato ammesso con trasparenza dall’ATS Città di Milano che ha comunicato ufficialmente la propria impossibilità ad effettuare il tracciamento dei contagi, è frutto della liquefazione della medicina territoriale. Infatti, e qui sta una delle azioni concrete ed immediate da porre in essere, è urgente ricostruire quella rete di servizi di base, di consultori, di medici di famiglia, che in tutti questi anni è stata compromessa e disarticolata. Esistono comuni e aree del paese dove il medico di medicina generale (o medico di base) non è presente fisicamente con il proprio ambulatorio, se non a km di distanza. Oppure i medici hanno un numero talmente alto di assistiti (fino a 1500) sparso su aree vaste, che spesso il loro presidio sul territorio non può che essere telefonico. Serve quindi da un lato una politica pubblica di ripristino di ambulatori medici su tutto il territorio con il necessario aumento di medici di base e conseguente riduzione del numero di pazienti per ciascuno di essi, e dall’altro il fondamentale recupero del ruolo ormai perduto dello stesso medico di base, che oggi, anche a causa dell’elevata platea di pazienti, è impossibilitato a mantenere la funzione di primo intervento anche ambulatoriale e purtroppo appare sempre più come un mero burocrate, dispensatore di ricette mediche e prescrizioni di visite specialistiche.

La rete di medicina territoriale è costituita inoltre dalle stesse aziende, dalle ATS o ASL, che sono un insieme di spazi, infrastrutture e soprattutto personale. Per presidiare un territorio, effettuare uno screening, sottoporre a tampone migliaia di persone ogni giorno, occorre personale, che invece non c’era e ancora non c’è. Per almeno una ventina d’anni abbiamo assistito ad una fortissima riduzione di operatori, motivata dalle politiche di contenimento dei costi, frutto delle logiche aziendalistiche che hanno pervaso la gestione della sanità pubblica e dello spostamento verso soggetti esterni di moltissime funzioni. Il risultato è stato un sostanziale svuotamento delle aziende pubbliche che hanno perso gran parte della propria performance organizzativa. Le dichiarazioni di ATS di cui si è parlato sopra ne sono la dimostrazione.

Pertanto, una seconda azione concreta che è possibile oltreché necessaria, è il ripristino delle strutture organizzative, ovvero delle macchine amministrative e gestionali, che servono ad un buon sistema sanitario pubblico. Un ripristino che deve essere eseguito seguendo le regole e i principi di buon andamento della Pubblica Amministrazione e tornando a misurare i risultati del management pubblico sulla base degli obiettivi di salute pubblica raggiunti e non delle economie di spesa realizzate grazie ai tagli. Ciò non significa ripartire con gli sprechi nella Pubblica Amministrazione (ammesso che non si siano mai interrotti), tutt’altro! Ma se si vuole ricostruire un sistema sanitario pubblico occorrono innanzitutto le risorse umane, non solo medici e infermieri, ma anche tecnici e amministrativi in grado di presidiare territori e realtà sociali e culturali sempre più complesse, in raccordo con gli altri enti, i Comuni e le Città Metropolitane che per ora hanno mantenuto e tenuto in vita la presenza concreta delle istituzioni sui territori.

Pubblico e privato

Una politica che voglia rilanciare la sanità pubblica non può non ripensare radicalmente al rapporto con la sanità privata. I dati (rapporto Censis 2018) ci dicono che il sistema sanitario italiano è sempre meno pubblico. Infatti il 40% dei servizi è ormai erogato da strutture private. Questo incremento di prestazioni private è avvenuto in costanza di investimenti pubblici che, nonostante l’incremento dell’offerta di sanità privata (in gran parte finanziata, grazie al sistema delle prestazioni in convezione con SSN, dal bilancio pubblico), hanno comunque permesso la realizzazione su tutto il territorio nazionale di ospedali nuovi o completamente rimessi a nuovo. La domanda sorge spontanea: perché crescono le prestazioni sanitarie erogate dal privato a fronte di ingenti investimenti pubblici nella sanità pubblica? La fetta di bilancio pubblico (circa l’80% della spesa complessiva delle Regioni è assorbita dalla spesa sanitaria) che oggi va a finanziare la sanità privata è di fatto sottratta al sistema pubblico e comporta di conseguenza una riduzione del livello prestazionale dello stesso sistema pubblico. Un circolo vizioso, ben raffigurato dall’esempio lampante del fenomeno delle liste d’attesa: gli anni richiesti per una prestazione nell’ospedale pubblico, spariscono se ci si rivolge alla struttura privata. Così il privato cresce (con i soldi pubblici) ed il pubblico rallenta e “si siede”.

Serve un Piano nazionale

Tornando al Covid-19, a fronte di una fitta rete ospedaliera pubblica, di patrimonio edilizio moderno o comunque di spazi e luoghi disponibili, abbiamo assistito in questi giorni di emergenza ad una narrazione che ci parlava, oltre che della cronica carenza di personale, di sofferenza dei reparti, di letti nei corridoi o addirittura negli sgabuzzini, di ospedali da campo nei parcheggi, di fiere riconvertite in ospedali, di pronto soccorso imballati. Cosa ci dice tutto questo? Ci dice che il nostro Paese e le nostre regioni, non tutte ma quasi tutte (compresa, anzi soprattutto, la tanto decantata Lombardia), pur avendo investito miliardi di euro nell’edilizia ospedaliera oggi non sono in grado di utilizzare al meglio le proprie strutture esistenti e si trovano costretti a soluzioni di emergenza. Serve quindi un piano strategico nazionale che metta il Paese ed i suoi cittadini al riparo in caso di emergenza e che non smobiliti la sanità pubblica a vantaggio di quella privata, facendo rientrare tra le competenze dello Stato Centrale la materia sanitaria e ripristinando laddove possibile quegli ospedali e quei reparti che sono stati chiusi per mero calcolo economico senza alcun riguardo per il taglio a servizi di primaria importanza.

Un lavoro di ricostruzione gestionale e organizzativa paragonabile ad una grande opera pubblica, che potrebbe costituire una grande occasione di rilancio economico e sociale per l’Italia, che ingaggerebbe le migliori intelligenze del Paese, le università, gli istituti di ricerca, la scienza, creando posti di lavoro altamente qualificati e soprattutto benessere e salute. Una grande opera che permetterebbe in alcuni casi anche di recuperare un patrimonio edilizio abbandonato e diffuso che, in vista dell’obiettivo del radicamento sul territorio della medicina, è strategico in quanto permetterebbe a vaste aree del Paese di vedersi riconosciuti servizi essenziali a km zero o quasi.

Tutto questo avrebbe un costo. Certo. Ma per cosa pensiamo di utilizzarlo il Recovery Fund? Per politiche di breve respiro buone solo a coltivare consenso o per rimettere in piedi un Paese?

Domenico Finiguerra
Domenico Finiguerra
Nato a Milano, dove si è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale, è stato Sindaco di Cassinetta di Lugagnano dal 2002 al 2012, facendolo eleggere come "Comune virtuoso", oltre che come uno dei "Borghi più bello d'Italia". Nel 2010 ha vinto il Premio Campione per l'Ambiente City Angels Provincia di Milano e nel 2011 il Premio Personaggio Ambiente. Promotore e cofondatore del Movimento Stop al Consumo di Territorio e del Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio. Dal 2012 è Consigliere comunale ad Abbiategrasso.

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