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Un mare di petrolio invade le coste di Israele

Il peggiore disastro ambientale degli ultimi 10 anni

È una letale marea nera quella che si sta abbattendo sulla costa mediterranea di Israele, tonnellate di petrolio che si sono riversate in mare, verosimilmente a seguito di una fuoriuscita da una o più petroliere che negli ultimi giorni si trovavano in navigazione di fronte alla costa israeliana.

Già una settimana fa l’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima aveva contattato il Ministero dell’Ambiente israeliano per segnalare la presenza di una grande macchia scura al largo della costa, macchia scura che si è poi rivelata essere catrame. Da Nord a Sud, colpendo anche la Riserva naturale di Gador, l’onda nera ha invaso il litorale di Israele causando danni di cui, finché non passerà l’alta marea, sarà difficile capire la reale entità, ma di cui già da ora si comprende facilmente la drammaticità.

Decine di tartarughe, di pesci e di altri animali marini sono già stati avvistati completamente ricoperti di catrame e si sta cercando di accertare se la morte di una balenottera, il cui cadavere è stato ritrovato la scorsa settimana su una spiaggia del Sud Israele, sia dovuta proprio alla fuoriuscita di petrolio. Nel frattempo gli esperti sottolineano il rischio che una grande quantità del petrolio che si è riversato nelle acque mediterranee sia già finito col penetrare sotto gli scogli, danneggiando gravemente anche il fondale marino.

Le peggiore catastrofe ambientale degli ultimi dieci, così gli esperti hanno descritto quanto accaduto in Israele e, nonostante l’intervento massiccio di migliaia di volontari, l’Autorità per la Natura e i Parchi Nazionali annuncia che ci vorranno mesi per ripulire l’area. Al momento, infatti, è impossibile anche solo mappare la zona per capire quali strategie di intervento adottare.

Le contraddizioni di Israele

La ministra israeliana per l’Ambiente, Ghila Gamliel, ha dichiarato che priorità assoluta verrà data alle operazioni di messa in salvo e cura degli animali coinvolti dal disastro ambientale e ha poi aggiunto che “questa catastrofe è un chiaro monito alla necessità di liberarsi dal giogo dei combustibili inquinanti e di completare quanto prima la transizione verso le rinnovabili”. Tuttavia, come già portato alla luce dalle associazioni ambientaliste, le intenzioni espresse dalla ministra sono minate da una contraddizione di fondo. Mentre in risposta al disastro ambientale appena accaduto si parla di transizione ecologica, a tutti gli effetti anche negli ultimi tempi Israele ha continuato ad investire in fonti inquinanti, spendendo ancora una volta denaro pubblico per la costruzione di una piattaforma per l’estrazione di gas naturale a pochi chilometri dalla costa e siglando persino un accordo con Emirati Arabi Uniti per il trasporto del petrolio verso l’Europa.

Come evitare questi disastri?

Incidenti come quello avvenuto in Israele non sono un’eccezione; basti pensare a quanto avvenuto la scorsa estate nelle Isole Mauritius, quando circa 1000 tonnellate di combustibili sono finite nelle acque o quanto accaduto nel Luglio del 2019 a Nord del Brasile, dove 500 tonnellate di petrolio hanno finito per invadere le spiagge di 9 Stati. I danni di eventi di questo tipo sono incalcolabili e impattano a lungo su fauna e flora, visto che la parte più pesanti del carburante finisce per aderire al fondale e alla barriera corallina, senza contare le gravi conseguenze sulla salute pubblica. Evitare disastri come questi è possibile, ma ancora una volta l’unica soluzione è quella di deciderci ad abbandonare le fonti fossili per lasciare spazio a quelle rinnovabili e forse anche la consapevolezza delle conseguenze di simili disastri può essere un valido monito tanto per l’opinione pubblica, quando – soprattutto – per la politica affinché si smetta di fare chiacchiere e si intervenga con azioni concrete.

 

Martina Annibaldi
Martina Annibaldi
Giornalista, filologa, insegnante. Negli anni si è occupata di raccontare gli interessi delle mafie intorno al settore agroalimentare e i risvolti positivi legati alle pratiche di agricoltura sociale.

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