HomeecologicaApprofondimentiLa verità del Bottaccione e la sesta estinzione

La verità del Bottaccione e la sesta estinzione

Un percorso attraverso la storia geologica del Pianeta

C’è un luogo in Italia, di cui pochissimi sono a conoscenza, che custodisce la prova di uno degli eventi più catastrofici della storia del nostro pianeta. Si trova a poche centinaia di metri dal centro storico della bella e nota cittadina umbra di Gubbio ed è la gola del Bottaccione, una incisione del terreno con pareti verticali di rocce sedimentarie caratterizzate, come in gran parte dell’Italia centrale, da una sequenza stratigrafica completa che abbraccia una porzione del Giurassico (da 200 milioni a 145 milioni di anni fa), tutto il Cretaceo (da 145 milioni a 65 milioni di anni fa) e gran parte dell’era Terziaria (da 65 milioni di anni fa ad oggi). Mi spiego meglio, una formazione di rocce sedimentarie, formatesi cioè per l’accumulo in tempi lunghissimi di sedimenti, si presenta sovente come una caratteristica sovrapposizione di strati formatisi in epoche diverse e successive. Si tratta normalmente di strati in posizione orizzontale, quella in cui si è determinata la sedimentazione, al netto di successivi movimenti tettonici che possono aver distorto questa naturale sistemazione. Ora nella nostra gola del Bottaccione sussistono condizioni ideali per poter osservare una stratificazione quasi perfetta, la qual cosa ci consente, semplificando, di ripercorrere a ritroso dall’alto verso il basso la storia geologica del nostro pianeta, ma non solo. Infatti nelle rocce sedimentarie è tipica la presenza di fossili, ossia resti o tracce di organismi e microrganismi, rimasti intrappolati nei sedimenti. In particolare è riconoscibile la presenza di alcuni microrganismi chiamati foraminiferi, i cui fossili e la cui relativa abbondanza nei vari strati hanno permesso di scattare una metaforica fotografia al dettaglio che va da oggi a 120 milioni di anni fa. Infatti i foraminiferi, microscopici organismi unicellulari, grazie alla loro abbondanza, alla loro diffusione geografica su tutto il pianeta ed alla rapida alternanza di specie nel tempo geologico, vengono utilizzati per stabilire l’età più antica o più recente delle rocce sedimentarie e per identificare quelle deposte in uno stesso intervallo di tempo in diverse parti del mondo. Nel nostro caso sezioni di roccia sottili prelevate al Bottaccione permettono di vedere meglio che altrove un singolare dato, corrispondente alla fine del periodo Cretaceo, vale a dire il brusco passaggio da uno strato molto ricco di foraminiferi con gusci grandi e molto ornamentali ad uno povero di foraminiferi, peraltro piccolissimi e rotondeggianti. In mezzo uno strato sottile, privo di qualsiasi forma fossile.

La scoperta

Nel Giugno del 1980 Walter e Luis Alvarez, scienziati dell’università della California, pubblicarono sulla prestigiosa rivista Science i risultati della loro indagine sulla successione stratigrafica affiorante a Gubbio. Per i due scienziati americani fu determinante una singolare constatazione e cioè che quel sottile strato di argilla rossa totalmente privo di fossili, spesso poco più di un centimetro e databile 65 milioni di anni fa, fosse particolarmente ricco di iridio, un elemento rarissimo sulla Terra ma presente in corpi rocciosi extraterrestri. Tutto ciò li convinse che al limite tra il Cretaceo e l’era Terziaria, corrispondente a questo punto ad una spaventosa estinzione di massa, un enorme asteroide avesse colpito il nostro pianeta, provocando una serie di conseguenze fatali a molte specie viventi ed immettendo nell’atmosfera una notevole quantità di iridio che si sarebbe poi lentamente depositata sulla superficie terrestre. Il luogo esatto dell’impatto fu più tardi individuato nel cratere Chicxulub, nel golfo del Messico di fronte alla penisola dello Yucatan. Tale cratere infatti ha un diametro tra 180 e 300 chilometri e si formò proprio nello stesso periodo. Le conseguenze dell’impatto riguardarono l’intero pianeta, le tracce sono ovunque ma al Bottaccione sono particolarmente chiare ed evidenti.

Le estinzioni di massa

Questa estinzione di massa, la più famosa perché coinvolse i dinosauri, non fu però la prima secondo gli scienziati. Questi ne hanno ipotizzato almeno altre quattro precedenti: 444 milioni, 359 milioni, 252 milioni e 201 milioni di anni fa. La causa sarebbe sempre riconducibile ad un’importante variazione climatica, scatenata tuttavia da motivi differenti. La quarta estinzione di massa, quella di 201 milioni di anni fa, sarebbe stata ad esempio determinata dal riscaldamento globale del pianeta dovuto al rilascio di enormi quantità di metano dal fondo dell’oceano, a causa delle imponenti eruzioni vulcaniche che accompagnarono l’apertura dell’oceano Atlantico. I dati oggi ci dicono purtroppo che siamo nel pieno di una sesta estinzione di massa, poiché negli ultimi 350 anni si sono estinte improvvisamente diverse centinaia di specie viventi. Tra i vertebrati gli esempi tristemente famosi sono quelli del dodo, del tilacino, della tartaruga Cylindraspis, del lipote. A questi ritmi nel 2100 potrebbe risultare estinta più della metà delle specie oggi presenti sulla Terra. La causa? Vasta e rapida distruzione degli habitat naturali, inquinamento, caccia indiscriminata, cambiamento climatico. Ne parla in maniera estesa e dettagliata Elizabeth Kolbert nel suo saggio La sesta estinzione, una storia innaturale, premio Pulitzer per la saggistica nel 2015. La drammatica storia narrata in questo bellissimo libro comincia circa duecentomila anni fa quando sul nostro pianeta, in una ristretta porzione dell’Africa Orientale, compare una nuova specie animale. E’ una specie non dotata di grande forza e neanche di alti tassi di fertilità, ma capace di attraversare fiumi, altopiani, catene montuose e di cacciare altri mammiferi. Arrivano in Europa, si mescolano con creature simili a loro e le sterminano. Incrociano il cammino di altri animali fisicamente più forti ma incapaci di riprodursi con rapidità e li spazzano via. Finiranno con alterare profondamente la vita del pianeta. Siamo noi.

Felice Marino
Felice Marino
Nasce a Napoli, ma vive a Milano. Laureato in Chimica Farmaceutica, dal 2015 è una guida turistica abilitata della Città metropolitana di Milano. È tra i co-fondatori dell'Associazione culturale Antares e dal 2019 è iscritto ai Verdi. Autore di cinque libri, attualmente ne sta scrivendo un sesto dedicato agli alberi monumentali di Milano.

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