Home Clima Energia C'é BP dietro il disastro delle Mauritius?

C’é BP dietro il disastro delle Mauritius?

Alcuni documenti emersi dall’inchiesta Wakashio rivelano che dietro il disastro ecologico che ha compromesso le acque delle Mauritius ci sarebbe BP. Preoccupanti le reazioni del gigante petrolifero britannico, che ha formalmente bloccato le indagini sul carburante utilizzato a bordo della petroliera giapponese Wakashio.

Il Very Low Sulphur Fuel Oil (VLSFO) è un carburante a basso contenuto di zolfo, una miscela sperimentale creata appositamente per le navi impiegato, apparentemente, per il suo basso impatto ambientale. Tuttavia, le cose non stanno proprio così: questo combustibile, definito super inquinante dalle ONG ambientaliste, continua a causare danni di una certa entità ai motori delle navi e all’ecosistema.

Il pericolo delle grandi navi

Approvato in fretta e furia dall’agenzia marittima delle Nazioni Unite (l’IMO) nel gennaio 2020 senza i dovuti test di sicurezza, il VLSFO alimenta attualmente il 70% di tutte le grandi navi in tutto il mondo, e almeno il 6% di queste navi (3600 navi) sono a rischio di guasto al motore in qualsiasi momento. C’è stato un picco del 20% di incidenti marittimi gravi nel 2020, che l’ente regolatore della navigazione non è riuscito a indagare adeguatamente.

I documenti rilasciati per l’inchiesta sono venuti alla luce grazie ad un’indagine internazionale di sei mesi condotta da diverse organizzazioni investigative e che ha coinvolto quattro uffici internazionali di Greenpeace. Molti dei documenti sono stati rilasciati unicamente sotto richiesta specifica di libertà d’informazione presentate in diversi paesi del mondo.

Wakashio, la tragedia delle Mauritius

In un’intervista a Melita Steele, la direttrice di Greenpeace Africa Program ha spiegato perché l’indagine su Wakashio era così importante per l’organizzazione. “Quella di Wakashio è una tragedia che continua a colpire direttamente la sicurezza, la salute e il benessere economico della popolazione delle Mauritius. Ha anche un impatto negativo su uno degli hotspot di biodiversità più preziosi del mondo nell’Oceano Indiano”.

Quando era ormai chiaro che la Wakashio era irreparabilmente danneggiata, l’IMO ha nominato un rappresentante per coordinare la risposta alla fuoriuscita di petrolio nelle Mauritius, esercitando anche la sua influenza su altre agenzie delle Nazioni Unite nel Paese, conferendo a sé stessa il pieno controllo sul coinvolgimento internazionale dell’incidente per evitare l’intervento di esperti del settore esterni.

L’IMO sapeva del coinvolgimento di BP: da quando è avvenuto l’incidente ad agosto, l’istituto marittimo delle Nazioni Unite ha ripetutamente tentato di minare le inchieste dei giornalisti sulle loro attività in relazione all’incidente, richiedendo quali fossero le domande che sarebbero state poste con giorni di anticipo, per poi cancellare queste interviste all’ultimo momento.

Queste pratiche subdole sono state ulteriormente legittimate dal fatto che l’Organizzazione Marittima delle Nazioni Unite, così come circa la metà dei 27 organismi dell’ONU, non ha una politica di libertà d’informazione, rendendola una delle agenzie delle Nazioni Unite più segrete, tra corruzione e collusione industriale ad ogni livello.

Una serie di e-mail e documenti dimostrano che l’IMO era a conoscenza del fatto che l’olio VLSFO era fornito dalla BP. I dettagli sulla bolla di consegna del bunker – che attesta legalmente il rifornimento e fornisce la prova schiacciante che siano stati prelevati dei campioni come da prassi dell’agenzia stessa – è corroborata dall’analisi di localizzazione satellitare eseguita per identificare le navi utilizzate per le operazioni di rifornimento della Wakashio. Campioni che ancora ad oggi non risultano pervenuti.

Già ad agosto le agenzie governative internazionali erano preoccupate che le prove critiche fossero state selettivamente rimosse dalla petroliera.

Greenpeace è riuscita ad ottenere dei documenti australiani contenuti nella cache di memoria di un computer, dove una traccia di corrispondenza rivela che i funzionari della sicurezza marittima già si erano mostrati preoccupati poiché mancavano alcune informazioni chiave. Verso il 30 agosto, si era giunti alla conclusione che tali informazioni critiche erano state tenute nascoste agli scienziati delle Mauritius.

Proprio come accadde per l’incidente della Deepwater Horizon, sempre imputabile a BP, è stata una fuoriuscita causata da pratiche commerciali opinabili. Ad aggravare la situazione è proprio la piena consapevolezza dei rischi legati all’utilizzo del VLSO e non solo da parte di BP e di MOL, ma anche di una serie di enti pubblici collegati a entrambi: la già citata IMO, l’ITOPF, il Porto di Singapore (dove è avvenuto il rifornimento), le autorità marittime di Panama e il governo giapponese.

Un video del 23 agosto ha mostrato che l’IMO stessa dichiarava che i governi di altri paesi non dovevano “sommergere” le autorità mauriziane con il loro sostegno internazionale. Questa comunicazione è stata pesantemente criticata dall’ex presidente delle Mauritius, il dottor Ameenah Gurib-Fakim, uno scienziato di fama internazionale che aveva richiesto un approccio di analisi indipendente sulla caratterizzazione del petrolio fin dal momento dell’incidente.

L’ITOPF doveva essere l’organizzazione responsabile del coordinamento e della fornitura di “supporto indipendente” ai Paesi colpiti da incidenti petroliferi circa il campionamento, la catalogazione, la caratterizzazione e la modellazione del petrolio, tutte attività che hanno subìto gravi occultamenti. Per non parlare dell’influenza di BP e MOL sul consiglio di amministrazione dell’ITOPF, con l’obbiettivo di ridurre qualsiasi esposizione a cui potrebbero essere soggette.

In altre parole, l’industria navale continua non solo a causare devastazione ambientale, ma ha anche esacerbato tale crimine lasciando affondare volutamente la metà anteriore della nave che conteneva prove cruciali nei serbatoi di petrolio.

Decine di migliaia di volontari e comunità di pescatori locali sono stati esposti alle tossine rilasciate dal petrolio riversato in mare. Queste tossine sono defluite attraverso le spiagge e le mangrovie (dove si riproducono i pesci della laguna) e rimarranno nelle acque di Mauritius per i prossimi dieci anni.

Inoltre, le ONG locali come la Mauritian Wildlife Foundation stimano che la fuoriuscita di petrolio di Wakashio è stata responsabile della morte di quasi 100 balene e delfini nelle baie e nelle lagune coralline dell’isola dell’Oceano Indiano.

Il caso di Wakashio nelle Mauritius è una tragedia che continua a colpire direttamente la sicurezza, la salute e il benessere economico della popolazione delle Mauritiusnon è il primo e forse non sarà l’ultimo nella storia degli incidenti marittimi di questo genere: ma quanto ancora dobbiamo aspettare affinché le indagini sui disastri petroliferi non vengano ostacolate e le prove occultate, tra l’altro da enti che dovrebbero tutelare il transito navale in tutta sicurezza?

Chi si assumerà la responsabilità dei danni irreversibili, dei crimini arrecati alla biodiversità e agli esseri umani?

Quanto ancora bisogna aspettare affinché gli accordi sul clima di Parigi non vengano presi sotto gamba e sia fatta giustizia sul fronte ecologico e dei diritti umani?

Antonella Amina Barbieri
Antonella Amina Barbieri
Traduttrice, mediatrice interculturale e studentessa di Relazioni Internazionali. Attualmente si occupa di gestire la comunicazione internazionale e i rapporti con l’estero per le aziende, fa parte dei Giovani Europeisti Verdi e scrive su Islam, immigrazione, diritti civili, ecologia e business. È tra gli allievi della Scuola Langer, la scuola di formazione politica, comunicativa e giornalistica per gli under 35 promossa da Europa Verde.

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