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Gli agricoltori indiani contro lo strapotere delle multinazionali

Dal Punjab a Delhi: le proteste infiammano l’India

Da ormai diversi mesi proseguono senza sosta le proteste dei contadini indiani contro la riforma dell’agricoltura approvata lo scorso autunno dal governo di Narendra Modi, premier che nel 2014 trionfò alle elezioni proprio grazie al voto dei contadini, a cui aveva promesso un raddoppio dei redditi entro cinque anni.

Appena qualche mese fa, invece, nell’ottica di quel processo di modernizzazione dell’India di cui Modi vuole farsi promotore, è stata approvata una riforma che riguarda il 70% delle famiglie indiane – tale è la percentuale di coloro che vivono di agricoltura – senza minimamente coinvolgere le parti in causa.

Le proteste hanno subito avuto inizio negli Stati del Punjab e di Haryana, che da gli anni Sessanta sono diventati i principali produttori di riso e cereali dell’intera India, ma in un primo momento non hanno destato particolari preoccupazioni nel Premier, probabilmente abituato alle rimostranze dei contadini, che già da alcuni anni fanno sentire la proprio voce contro un sistema evidentemente svantaggioso per chi lavora la terra.

Gran parte degli agricoltori, infatti, vive in condizioni lavorative precarie; si tratta in larga parte di piccolissime imprese a gestione familiare, che ricavano poco dal proprio lavoro e che spesso investono gran parte del proprio ricavato per pagare l’affitto dei terreni, arrivando in molti casi ad indebitarsi per poter acquistare il necessario per coltivare. Gli aiuti governativi per gli agricoltori esistono, ma sono vincolati da quanto si incassa e lo stesso incasso è vincolato dai prezzi fissi molto bassi che vengono imposti sulla merce. Ad aggravare la situazione c’è poi la crisi climatica, che ha reso improduttivi moltissimi terreni e ha indotto in povertà sempre più agricoltori, migliaia dei quali sono arrivati a suicidarsi per la disperazione.

Ignorare il dissenso finché è rimasto confinato in un’area ben precisa non è stato difficile per il governo, ma la situazione è cambiata drasticamente quando, dalla fine di Novembre, milioni di contadini si riversati verso Delhi, riuscendo a superare barriere e azioni messe in campo dalle forze dell’ordine per arginare la protesta, fino ad arrivare ad assaltare il Forte Rosso – tra i monumenti più celebri della città di Delhi – durante i festeggiamenti per il settantaduesimo anniversario della Repubblica lo scorso 26 Gennaio.

A bordo di decine di trattori, i manifestanti sono riusciti a forzare le transenne che erano state poste all’ingresso di Delhi, dopodiché da più punti della città migliaia di contadini hanno fatto irruzione fino ad arrivare in uno dei luoghi simbolo della Capitale in una scena dai contorni sempre più simili a quelli di una guerriglia urbana, che ha visto anche la morte di uno dei manifestanti.

Le ragioni della protesta

Ma cos’è che sta spingendo i contadini indiani a una protesta tanto serrata?

L’obiettivo dei manifestanti è sostanzialmente uno: proteggere il proprio lavoro dallo strapotere delle multinazionali a cui questa riforma fa un regalo enorme. Fino ad oggi i contadini hanno avuto la possibilità di vendere i propri prodotti attraverso il sistema dei mercati mandi: in pratica il contadino vendeva il proprio raccolto a dei centri di raccolta gestiti dai governi locali, con cui si confrontava direttamente per le questioni legate ad eventuali dazi o tasse; il governo locale a sua volta aveva il compito di distribuire sul territorio di pertinenza le derrate agricole, di fatto, c’è da dirlo, acquisendo un potere enorme.

Con la riforma, invece, si verrebbe ad interrompere il contatto diretto tra i contadini e l’acquirente, dunque il sistema statale, dei prodotti agricoli e si verrebbe invece a frapporre l’interesse di grandi multinazionali di cui si vorrebbero favorire gli investimenti per la produzione e la distribuzione del raccolto. Dunque niente più punti di raccolta locali, ma grandi aziende che acquistano i prodotti dei contadini, con le quali non solo i contadini non avrebbero in pratica alcuna forma di dialogo ma con cui non potrebbero in alcun modo far valere il proprio perso nell’ambito di una trattativa sui prezzi della merce e forte è il timore che i privati finiscano col sottopagare i prodotti in vendita.

Lo strapotere delle multinazionali non riguarda solo i contadini indiani

Intanto la sola azione condotta dal governo Modi è stata quella di mettere in campo azioni violente contro i manifestanti; nessuna proposta concreta è stata avanzata dal Premier per venire incontro alle esigenze dei contadini. Nel frattempo la Corte suprema indiana ha deciso di interrompere l’entrata in vigore della riforma e di dare vita ad una commissione con lo scopo di avviare un dialogo tra governo e agricoltori a cui dovrebbe seguire un rapporto finale da qui a due mesi. Tuttavia, a seguito delle dichiarazioni a favore della nuova legge di quattro membri della Commissione, i sindacati degli agricoltori hanno già dichiarato di non voler prendere parte a questo tavolo, in attesa di ricevere una risposta dal Primo Ministro.

In India l’agricoltura dà da vivere a circa 145 milioni di famiglie che rischiano così di vedersi letteralmente togliere il pane dalla bocca da multinazionali che continuano ad accrescere la propria ricchezza sulle spalle dei piccoli coltivatori. Una realtà, questa, che non riguarda soltanto il popolo indiano, ma che tocca da vicino anche noi europei: basti pensare a quanto scritto nella nuova PAC, con cui, ancora una volta, si è scelto di premiare le grandi imprese piuttosto che i piccoli imprenditori, erogando fondi non sulla base delle modalità di produzione o della necessità degli agricoltori, ma su quella dell’estensione dei terreni agricoli a disposizione.

La protesta degli agricoltori indiani continua e continuano anche le iniziative contro questa PAC nemica del futuro.

Martina Annibaldi
Martina Annibaldi
Giornalista, filologa, insegnante. Negli anni si è occupata di raccontare gli interessi delle mafie intorno al settore agroalimentare e i risvolti positivi legati alle pratiche di agricoltura sociale.

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