È strage di squali e razze
Silhouette of circling sharks

Dal 1970 a oggi -70% di squali e razze

In 50 anni abbiamo perso il 70% degli squali e delle razze presenti nei nostri Oceani. A rivelarlo è un recente studio condotto da un team internazionale di ricercatori, guidato dal biologo Nathan Pacoureau, e pubblicato sulla rivista scientifica Nature, che analizza le cause e le possibili soluzioni per porre un argine alla strage in corso ai danni di questi animali.

La ricerca si basa su due indicatori di biodiversità: il Living Planet Index, che analizza i cambiamenti della popolazione globale e e il Red List Index, che quantifica il rischio di estinzione delle specie prese in esame. Il dato che emerge sulla base di questi parametri è piuttosto preoccupante: dal 1970 ad oggi, infatti, ben 24 delle 31 specie di squali e razze sono entrate a far parte della Lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, che oggi le indica come specie vulnerabili, in via di estinzione o in pericolo di estinzione. Particolarmente grave è la situazione nelle aree tropicali: nell’Oceano Indiano durante gli ultimi 50 anni il numero di squali e di razze è diminuito dell’84,7%; le perdite hanno riguardato dapprima e con maggiore rapidità le specie più grandi, ma il problema si è rapidamente esteso anche alle più piccole, trasformandosi in una vera e propria strage.

Il problema della pesca non sostenibile

I principali responsabili di quanto sta accadendo siamo ancora una volta noi umani e le nostre attività di pesca condotte in modo sconsiderato; basti pensare che nell’arco di mezzo secolo la pressione di pesca relativa, ovvero lo sfruttamento degli stock ittici rispetto alla popolazione presente nei mari e negli oceani, è aumentata di ben 18 volte, divenendo assolutamente insostenibile per gli ecosistemi marini.

Predatori oceanici come gli squali, che nuotano lontano dalla terraferma, si ritrovano così spesso presi in trappola da grandi operazioni di pesca perlopiù di tonno e stanno finendo con l’essere decimati.

Limitare la pesca per salvaguardare gli ecosistemi marini

Una soluzione c’è e i dati ce lo confermano: occorre urgentemente porre dei limiti di cattura e frenare in modo drastico la pesca eccessiva. Laddove questo è avvenuto, come nel caso degli squali martello dell’area nord-occidentale dell’Oceano Atlantico, il recupero della popolazione è stato consistente. “Sono immediatamente necessari ulteriori limiti di cattura e divieti di sbarco basati sulla scienza. Questi passaggi sono indispensabili per la sostenibilità a lungo termine”, si legge all’interno della ricerca.

Salvaguardare queste specie è di fondamentale importanza per la tutela della biodiversità e la salvaguardia di vasti ecosistemi marini. “L’estinzione di queste specie”, ha dichiarato Pacoureau, “metterebbe a repentaglio sa salute degli ecosistemi oceanici e la sicurezza alimentare in molte nazioni povere e in via di sviluppo”, augurandosi che lo studio condotto insieme agli altri ricercatori funzioni come “campanello d’allarme urgente” affinché si intervenga per rendere la pesca un’attività sostenibile, in grado di rispettare gli animali e l’ambiente in cui vivono.

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