Home Uomo e Ambiente Mobilitá Transizione elettrica ed economia circolare. Il no di Renault al consumismo

Transizione elettrica ed economia circolare. Il no di Renault al consumismo

Transizione elettrica e rottamazioni

I vantaggi, in termini di impatto ambientale, dell’abbandono dei veicoli inquinanti in favore di veicoli alimentati ad elettricità sono ormai cosa nota. La transizione dai mezzi a benzina o a diesel a quelli elettrici potrebbe tuttavia rivelarsi non poco problematica sul fronte della produzione di nuovi rifiuti: nella maggioranza dei casi, infatti, per conciliare la questione ambientale e quella occupazionale si è optato per la via della rottamazione. Milioni di veicoli, anche in ottime condizioni o con componenti perfettamente riutilizzabili, stanno finendo per produrre nuovi rifiuti, che finiranno per inquinare ulteriormente e spesso per finire venduti a Paesi in via di sviluppo, che nel frattempo si stanno trasformando in vere e proprie discariche a cielo aperto.

È evidente che è necessario trovare un punto di incontro tra l’urgenza della transizione verso i veicoli elettrici, quella di preservare i posti di lavoro e al contempo di attivare meccanismi che conducano realmente verso un nuovo modello di economia circolare.

Il progetto di economia circolare di Renault

Ed è quello che, ad esempio, sta facendo la Renault, per volontà del suo CEO, Luca De Meo. Con il piano di rilancio, significativamente battezzato col nome di Renaulation, la casa automobilistica francese ha deciso di dire stop al consumismo e di abbandonare le rottamazioni in favore di un processo di riciclo e recupero di ciò che di buono e di funzionante ancora c’è nelle auto altrimenti destinate ad essere distrutte.

Per realizzare l’idea, la Renault ha appena annunciato il progetto Re-Factory: tra il 2021 e il 2024 lo stabilimento di Flins verrà trasformato nel primo stabilimento europeo ad economia circolare del settore automobilistico, con l’ambizioso obiettivo di arrivare a zero emissioni entro il 2030.

Quattro centri di attività si occuperanno dei vari step del processo di riuso, mentre in parallelo verranno portati avanti corsi di formazione per i dipendenti, con lo scopo di sviluppare nuove competenze utili all’interno del nuovo assetto economico e, cosa ancora più importante, di dare lavoro a più di 3.000 persone entro il 2030.

Nel primo centro, denominato Re-Trofit, verranno espletate tutte quelle attività che consentono di allungare la vita dei veicoli e delle loro componenti, nonché il ricondizionamento dei veicoli usati e la conversione dei veicoli termici i veicoli elettrici; il centro Re-Energy si occuperà poi di tutto quello che concerne la raccolta, la preparazione e lo sviluppo di una seconda vita per le batterie dei veicoli elettrici.

Il terzo centro concentrerà invece le sua attività sul riciclo in senso stretto: oggi Renault utilizza una media del 30% di materiali riciclati sui suoi veicoli prodotti i Europa, l’obiettivo, attraverso il centro Re-Cycle, è quello di incrementare questa percentuale, riducendo sia i costi di approvvigionamento sia, aspetto ancor più importante, l’impatto delle risorse. Infine il centro Re-Start, che avrà il compito di sviluppare e promuovere attività di ricerca, fungendo come un vero e proprio incubatore di start-up, ma anche come polo universitario e di formazione per i dipendenti, senza dimenticare, sottolinea l’azienda, l’attenzione ai processi di inclusione nel mondo del lavoro.

Un progetto ambizioso, quello di Renault, che porta all’attenzione dei grandi del settore automobilistico non solo l’urgenza del passaggio all’elettrico, ma anche la possibilità di realizzare questa transizione inserendola all’interno di un più ampio ripensamento dell’intera filiera produttiva, che può conciliare ambiente e occupazione se riesce ad uscire dagli ormai vetusti e dannosi meccanismi del cieco consumismo.

Martina Annibaldi
Martina Annibaldi
Giornalista, filologa, insegnante. Negli anni si è occupata di raccontare gli interessi delle mafie intorno al settore agroalimentare e i risvolti positivi legati alle pratiche di agricoltura sociale.

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