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L’Italia riconosce i migranti climatici

Chi sono i migranti climatici?

Lo scorso 18 dicembre, sono stati approvati i nuovi decreti sicurezza. Tra le varie novità introdotte nel testo, c’è il riconoscimento da parte del nostro Paese dei migranti climatici. Definizione fino a qualche anno fa sconosciuta ai più, ma di cui oggi sentiamo parlare sempre più spesso.

Quello delle migrazioni legate alla crisi climatica, infatti, sta diventando un fenomeno sempre più massiccio: solo nel 2018, secondo i dati dell’Internal Displacement Monitoring Centre, ben 17,2 milioni di persone sono state costrette a migrare a causa degli eventi climatici estremi, diretta conseguenza, come sappiamo, della crisi climatica.

La maggior parte di queste persone proviene aree in via di sviluppo, Africa e Sud America in primis ma anche Bangladesh, zone in cui i danni causati da fenomeni meteorologici estremi si vanno a sommare a criticità socio-economiche già consistenti, finendo con l’esacerbare le già difficili condizioni di vita degli abitanti.

Il caso del Sahel

Ne è un esempio lampante quanto sta accadendo nel Sahel a causa della forte espansione della desertificazione. In una zona come questa, già fortemente segnata dal grave problema della siccità, la cui agricoltura, e dunque la capacità di procurarsi cibo, dipende strettamente dalle condizioni climatiche, il surriscaldamento del Pianeta rappresenta una vera e proprio condanna a morte; non domani e nemmeno tra qualche anno, ma una condanna a morte ora. Così accade che, nel disperato tentativo di riuscire a sopravvivere alla siccità, alle carestie, ai gruppi armati, ci si imbarchi per la rotta mediterranea. Un recente studio, uscito sulla rivista internazionale Environmental Research Communications, ci dice che proprio dall’area del Sahel provengono nove su dieci migranti che arrivano nel nostro Paese attraverso la rotta mediterranea e che, dato forse ancora più significativo, la prima causa di flussi migratori verso l’Italia è rappresentata proprio da fenomeni legati ai cambiamenti climatici.

Cosa dice il diritto internazionale

Per questo il riconoscimento ai migranti climatici degli stessi diritti riservati a chi fugge da guerre e carestie – e dunque il diritto alla protezione umanitaria – è un importante passo in avanti, a fronte soprattutto della confusione a livello di diritto internazionale che l’argomento ancora desta.

Quando nel 1951 venne approvata la Convenzione di Ginevra, infatti, si stabilì che la condizione di rifugiato venisse riconosciuta a chi si trovava costretto ad attraversare una frontiera internazionale “a causa del timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per un’opinione politica”. Questo ha inevitabilmente generato un notevole ritardo nella gestione del fenomeno da parte dei singoli Paesi, che nella maggior parte dei casi hanno considerato i migranti climatici alla stregua di quelli economici, riservandosi dunque la facoltà di respingerli. Garantire protezione umanitaria a chi fugge dalle conseguenze devastanti generate dalla crisi climatica significa innanzitutto acquisire coscienza dei cambiamenti che il surriscaldamento globale sta comportando non solo a livello ambientale, ma anche a livello sociale e comunitario (la pandemia in questo senso dovrebbe averci insegnato qualcosa).

Prospettive future

Non si può ignorare lo stato di assoluta necessità in cui vertono milioni di sfollati, costretti ad abbandonare le proprie terre a seguito di un’inondazione, di un incendio o, come nel caso del Sahel, della siccità, men che mai se, come previsto dallo scienziato britannico Norman Mayer, il numero di persone coinvolte in questo tipo di migrazioni è destinato a salire fino a 200/250 milioni entro il 2050. Un intervento in materia di diritto internazionale sarebbe fondamentale per gestire in maniera adeguata un fenomeno che è già realtà; ancor più sarebbe importante rendersi conto che quanto sta già avvenendo dipende dall’aumento di “un solo” grado delle temperature terrestri, immaginare scenari legati ad un ulteriore surriscaldamento è a dir poco allarmante e dovrebbe servirci come ennesimo segnale d’allarme per spingerci a fare qualcosa ora.

Martina Annibaldi
Martina Annibaldi
Giornalista, filologa, insegnante. Negli anni si è occupata di raccontare gli interessi delle mafie intorno al settore agroalimentare e i risvolti positivi legati alle pratiche di agricoltura sociale.

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