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L’Africa è la discarica mondiale dei rifiuti elettronici

125 chilometri di rifiuti elettronici

Immaginate una linea lunga 125 chilometri, fatta di rifiuti elettronici: cellulari, computer, stampanti, televisori. È quello che si otterrebbe se mettessimo in fila le 53,6 milioni di tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, conosciute anche come RAEE, prodotte a livello globale nel 2019.

A stimarlo è il Global e-waste monitor, che evidenzia anche come ad essere riciclati sono solo il 17% di questi rifiuti, mentre la restante parte finisce perlopiù per essere smaltita in modi altamente dannosi sia per l’ambiente sia per la salute dell’uomo.

A rimetterci più di ogni altri sono, ancora una volta, i Paesi in via di sviluppo. Come accade per la plastica, che i Paesi più ricchi – in primi gli Stati Uniti – esportano prevalentemente verso l’Asia, così accade anche per i rifiuti elettronici.

Razzismo ambientale

In una recente lettera di denuncia, i ricercatori Ifesinachi Okafor-Yarwood e Ibukun Jacob Adewumi denunciano l’esistenza di una vera e propria forma di razzismo ambientale legata allo smaltimento dei RAEE. Nel corso degli ultimi anni, infatti, sempre più apparecchi elettrici o elettronici in disuso sono finiti in Africa, dove, con costi estremamente ridotti, i Paesi più ricchi riescono a smaltirli attraverso l’incenerimento, senza tenere alcun conto degli enormi danni che i fumi tossici sprigionati dai roghi stanno causando alla salute delle persone.

Emblematico in questo senso resta quanto accaduto in Costa d’Avorio nel 2006, quando la multinazionale Trafigura, per evitare una spesa di circa mezzo milione di euro per smaltire svariate tonnellate di rifiuti elettrici, decise di venderle ad un imprenditore locale, che le fece bruciare in diversi siti del Paese, danneggiando la salute di migliaia di persone, causando la morte di molte altre e finendo per contaminare diverse aree.

La necessità di intervenire su quella che a ragion veduta è stata definitiva come una forma indiretta di razzismo sembra evidente, a maggior ragione se si considera che in questi Paesi sono in molti a vivere di lavori che hanno a che fare con lo smaltimento di rifiuti (nella sola Nigeria si parla di circa 100.000 persone) e lo fanno senza alcuna forma di tutela e di sicurezza.

Gli studiosi che per primi hanno portato alla luce questo grave problema insistono sull’urgenza di ratificare la Convenzione di Bamako, adottata dai Paesi africani proprio con l’intento di proibire l’importazione e il movimento transfrontaliero di materiali pericolosi e invitano le Nazioni Unite a riconoscere lo scarico di rifiuti pericolosi come una violazione dei diritti umani. Richieste che meritano di essere accolte quanto prima, senza però dimenticare che si dovrebbe cercare di risolvere il problema a monte.

Cosa fare?

Le stime fornite dal Global e-waste monitor ci dicono che di questo passo arriveremo a produrre 74 milioni di rifiuti elettrici entro il 2030; l’aumento vertiginoso è certamente legato alla smania di acquistare prodotti sempre più all’avanguardia tipica del nostro tempo, ma vede come principale responsabile l’obsolescenza programmata. In sostanza i prodotti che acquistiamo sono programmati per durare solo un breve lasso di tempo, terminato il quale li gettiamo via, pronti a comprare un nuovo apparecchio e ad ingrassare i meccanismi del capitalismo. Per questo diventa sempre più importante attivare meccanismi di riciclo e di recupero dei prodotti dell’elettronica.

Nel nostro Paese, dove si stima che ognuno di noi possegga circa 15-20 chili di RAEE, sono ormai svariate le iniziative di economia circolare promosse da associazioni ed enti.

Si va dal lavoro di allungamento delle apparecchiature portato avanti dalla Cooperativa Remake, che acquista prodotti “in fin di vita” dalle grandi aziende prima che diventino rifiuti, alla raccolta di cellulari usati del progetto Smart cell, che si impegna a riparare telefoni ancora utilizzabili per poi rimetterli in vendita a basso costo o, in alternativa, a smaltirli secondo processi non dannosi per l’ambiente; senza dimenticare l’interessante progetto Raee in carcere che all’impegno per la salvaguardia dell’ambiente unisce obiettivo di inclusione sociale e lavorativa.

Strade innovative, da percorrere per arginare un problema spesso poco considerato ma che sta mettendo a repentaglio non solo la salute del Pianeta, ma anche quella di molti di noi.

Martina Annibaldi
Martina Annibaldi
Giornalista, filologa, insegnante. Negli anni si è occupata di raccontare gli interessi delle mafie intorno al settore agroalimentare e i risvolti positivi legati alle pratiche di agricoltura sociale.

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