320 milioni di bambini sono senza scuola

Le conseguenze della pandemia

Di scuola in questi lunghi mesi di pandemia si è sentito parlare a lungo. Nel nostro Paese, ma non solo, si è ampiamente dibattuto non solo sulla questione della riapertura delle scuole, ma anche sulle modalità da utilizzare per consentire ad alunni e personale scolastico di rientrare in totale sicurezza. Si è parlato di banchi con le rotelle, di entrate scaglionate e di scuola pomeridiana, di didattica a distanza, ma troppo spesso ci si è dimenticati di affrontare una questione di fondamentale importanza che sta toccando tutti i Paesi del mondo, con particolare incidenza nei Paesi in via di sviluppo: quella relativa alle conseguenze in termini di apprendimento, di uguaglianza sociale ma anche di condizioni di vita che milioni di bambini di tutto il mondo stanno attraversando a causa della chiusura delle scuole o delle nuove modalità di apprendimento messe in campo per sopperire all’assenza in aula.

Didattica a distanza e disuguaglianze sociali

A lanciare l’allarme è stato, in più di un’occasione, l’Unicef che, già all’inizio dell’estate, aveva evidenziato come il ricorso alla didattica a distanza avesse non solo preoccupantemente acuito le disuguaglianze sociali ma anche favorito una crisi globale dell’apprendimento. Il problema, che esisteva purtroppo già prima della pandemia, si è aggravato a causa delle difficoltà, che in alcuni casi diventano vera e propria impossibilità, di molti bambini di accedere agli strumenti tecnologici necessari per poter seguire le lezioni anche a distanza. Nel corso dei primi mesi della diffusione del virus a livello globale, ben 1,2 miliardi di bambini si sono ritrovati a dover affrontare la chiusura delle scuole, ma molti di loro non avevano strumenti adeguati per rimanere al passo con i percorsi formativi online; basti pensare che in 71 Paesi del mondo l’accesso a Internet è garantito a meno della metà della popolazione, con picchi in alcuni Paesi africani, in cui a poter accedere a Internet è meno di un quarto dei cittadini. Ciononostante, il 73% dei 127 Paesi presi in esame dall’Unicef, ha scelto come unica soluzione alternativa alle chiusure scolastiche quella della didattica da remoto, con pesanti conseguenze che investono le vite dei bambini, soprattutto di quelli che provengono da realtà socio-economiche più fragili.

Con l’arrivo della seconda ondata, la situazione sembra essere ulteriormente peggiorata: i dati Unesco, al primo di dicembre, parlano di 320 milioni di bambini senza scuola, con un incremento del 38% nel mese di Novembre. Da mesi l’Unicef esprime perplessità sulla chiusura delle scuole come prima azione per fermare la diffusione del contagio; “Nonostante tutto quello che abbiamo imparato sul Covid-19, sul ruolo della scuola, ci stiamo muovendo nella direzione sbagliata”, ha dichiarato Robert Jenkins, Responsabile Unicef per l’istruzione, aggiungendo che “gli studi mostrano che le scuole non sono il canale di diffusione principale della pandemia”.

Quali conseguenze per i bambini?

La preoccupazione non è legata esclusivamente a ciò che i bambini e i ragazzi di tutto il mondo rischiano di perdere in termini di apprendimento, ma forse, e anche di più, per ciò che questo significa per molti in termini di sicurezza o di supporto in contesti difficili.

Per molti di noi andare a scuola è normale, è qualcosa a cui siamo abituati sin dai primi anni della nostra vita, ma per milioni di bambini non è così e spesso questo accade anche a pochi metri da noi, in contesti urbani complessi o in zone isolate in cui il rischio dispersione scolastica è sempre dietro l’angolo e spaventano quei 34.000 studenti delle nostre scuole superiori che, secondo quanto riferito qualche giorno fa da Save the Children, rischiano col finire per abbandonare la scuola.

Conseguenze di questo tipo si fanno particolarmente gravi in quei Paesi in cui, anche prima della pandemia, i minori si trovavano in condizioni di vita precarie e per i quali la scuola rappresentava una vera ancora di salvezza, al di fuori della quale rischiano di diventare manovalanza per la delinquenza locale, vittime di violenze e di abusi. Secondo il report 2020 di WeWorld Index, dedicato all’inclusione sociale di donne e bambini in 172 Paesi del mondo, a seguito dello scoppio della pandemia oltre 85 milioni di bambini si sono trovati esposti al rischio di violenza fisica, sessuale o psicologica e, al momento del rientro a scuola, si prevede che più di 11 milioni di bambine non vi faranno ritorno, esponendosi al rischio di abusi, gravidanze e matrimoni precoci.

Sin qui la via della chiusura delle scuole è parsa a gran parte dei governi del mondo la sola percorribile al fine di garantire la sicurezza collettiva, ma ciò che queste decisioni stanno comportando e comporteranno nelle vite di milioni di bambini è stato forse sottovalutato. La pandemia da Covid-19 avrà una fine, certo, ma nel frattempo è necessario preservare la vita dei bambini e cercare di fare di tutto per garantire ad ognuno di loro gli stessi diritti, a cominciare dall’accesso agli strumenti tecnologici senza i quali è impensabile ipotizzare un lavoro di didattica da remoto. Non dobbiamo dimenticare che, quello all’istruzione, è e resta un diritto umano fondamentale.

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