Rimettere le comunità
Group of people supporting each others. Concept about team work and friendship.

Il Covid19 ci ha fatto un grande dono, da usare al meglio per promuovere la salute nelle nostre comunità: ci ha mostrato quanto l’inquinamento dell’aria favorisca l’aumento della mortalitàL’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che ci siano state 76.200 morti premature in Italia, già nel 2016, la maggior parte, 58.600 morti, sono attribuibili ai PM 2,5 (EEA 2019). Cosa possiamo fare come cittadini per proteggere l’ambiente? Sono tante le piccole azioni che ognuno di noi può compiere vincendo le sensazioni di indifferenza o impotenza di fronte ai grandi problemi. Come ripete spesso Greta Thunberg: “nessuno è troppo giovane o troppo vecchio, ognuno può fare la sua parte e se siamo in tanti le cose possono cambiare” .

Il COVID-19 ci ha portato ad apprezzare maggiormente la sanità pubblica orientata alla comunità. Come hanno scritto alcuni medici di un ospedale di Bergamo: I sistemi sanitari occidentali sono costruiti mettendo al centro il malato, ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio che metta al centro la comunità… servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali. Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigeno terapia precoce e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti, utilizzando la telemedicina. Quest’approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio” (Misuraca, 2020). Abbiamo potuto constatare cosa può significare un approccio di comunità valutando cosa è successo nel Veneto e in Lombardia, dove le differenze tra i due sistemi sanitari sono notevoli. Il Veneto ha un modello territoriale decentralizzato con molte unità pubbliche locali; mentre la Lombardia si basa sul modello ospedaliero privatizzato con meno strutture pubbliche decentralizzate.

Comunità al centro

Mettere al centro la comunità significa che gli interventi per la salute pubblica post COVID-19 dovrebbero promuovere nuova occupazione per rafforzare il settore in termini di prevenzione e di gestione delle epidemie che si ripresenteranno nei prossimi anni. Mettere al centro la comunità significa privilegiare la promozione del benessere collettivo nelle sue componenti ambientali, economiche, psicologiche, e sociali. Promuovere il benessere psicologico individuale e collettivo è oggi un’emergenza nazionale. Dopo la crisi molte persone, che hanno affrontato lutti familiari senza poter stare vicino ai moribondi, senza celebrare funerali, soffrono di disturbi emotivi.
Di solito gli esseri umani si confortano stando vicini, abbracciandosi e baciandosi. Il COVID-19 invece richiede distanza. Per cui molti hanno bisogno di una consulenza psicologica o di gruppi di mutuo aiuto per elaborare i lutti che non hanno potuto vivere pienamente, e diminuire i sensi di colpa, e i rimpianti di non avere potuto fare un ultimo saluto ad una persona cara, che lo desiderava disperatamente, come abbiamo appreso dagli operatori sociosanitari che hanno tentato di tutto, per mettere in contatto moribondi e familiari, senza talvolta riuscirci. Moltissimi altri hanno provato per mesi alte dosi di emozioni negative come paura, ansia, delusione e rabbia, e soprattutto preoccupazione per il loro futuro e per quello dei loro figli, la cui vita è sospesa, senza prospettive sicure di lavoro o studio.

Supporto psicologico


Restare a casa e fare anche lavoro e/o scuola a distanza, ha migliorato rapporti di coppia e familiari già sufficientemente buoni, ma ha peggiorato i rapporti già conflittuali tra partner, e tra genitori e figli. Per evitare che aumentino le violenze domestiche su donne e bambini, e che crescano le depressioni e i disturbi psicosomatici, bisogna potenziare subito i servizi territoriali di consulenza psicologica, ma anche creare servizi online, che offrano opportunità di ascolto e condivisione. In particolare occorre offrire supporto psicologico per tutti gli operatori sociosanitari che hanno gestito l’emergenza COVID-19, che rischiano di avere incubi, insonnia, e altri disturbi psicosomatici, ma anche problemi con figli e partner che hanno “trascurato” per mesi.
Non è semplice ricominciare bene. Occorre aumentare il numero dei consultori familiari, e le case delle donne che sono state molto ridotte negli ultimi anni. Assumere finalmente psicologi della salute e di comunità che, con sociologi, demografi e altri esperti pluridisciplinari, possano costruire percorsi di empowerment per individui, gruppi, ed associazioni territoriali, e rafforzare il senso di comunità tra giovani ed anziani.
E’ necessario soprattutto promuovere a ruoli dirigenziali più donne, che costituiscono due terzi del personale del nostro sistema sanitario pubblico, dare più spazio alla prevenzione, mobilitando le energie positive e la voglia diffusa di contribuire alla rinascita di un’Italia migliore. E sostenere subito progetti di educazione alla salute e alla cittadinanza attiva per tutte le fasce della popolazione, che promuovano le capacità relazionali, il rispetto reciproco, il senso di comunità, la cura dei luoghi, il mutuo aiuto tra vicini e la solidarietà intergenerazionale. Se continua l’ingiustizia ambientale nel suo significato più ampio, anche i “vincenti” vivranno vite mutilate, prigionieri nei loro ghetti di lusso, in balia delle loro guardie del corpo. Possiamo ancora vivere meglio insieme, se aumentiamo i nostri sforzi per comprendere la portata delle attuali e future problematiche ambientali.

Circle time

In molti progetti di promozione della salute, della cittadinanza attiva e di educazione ambientale, gli psicologi di comunità hanno usato da decenni il metodo del “Circle Time”, dove in cerchio i partecipanti esplorano emozioni positive e negative suscitate dalla tematica affrontata. Per promuovere mutamenti infatti è necessario tener conto anche delle emozioni che essi provocano, come sostengono i teorici dell’educazione socioaffettiva basato sul Circle Time. Questo metodo si è rivelato utile nel migliorare i rapporti tra studenti ed insegnanti, e tra studenti stessi, nel ridurre il disagio emotivo e la dispersione scolastica. Particolarmente importante il suo ruolo nel promuovere l’empowerment sociopolitico individuale e di gruppo, debellando sentimenti di sfiducia e impotenza di fronte a problemi, su cui si pensa di non poter incidere.
Affrontando problematiche complesse come il degrado ambientale e i cambiamenti climatici con una metodologia empowering, i singoli scelgono piccoli mutamenti che essi possono intraprendere nella vita quotidiana e in gruppo, i contesti, le organizzazioni e movimenti a cui aderire per lottare per cambiamenti a livello locale e internazionale.
I corsi empowering di orientamento e formazione richiedono cinque o sei giornate di formazione faccia a faccia o online. Tuttavia, in un periodo di emergenza climatica, alcuni insegnanti delle scuole medie superiori hanno richiesto di predisporre interventi più brevi per motivare i loro allievi a interessarsi e a partecipare a movimenti per l’ambiente.
Abbiamo pertanto testato un intervento pilota che può essere fatto non solo nelle scuole, ma in centri sportivi, associazioni del terzo settore, centri per anziani, e altri luoghi di aggregazione civica per promuovere la consapevolezza delle problematiche ambientali e aumentare la disponibilità dei singoli ad attivarsi per affrontarle. L’intervento di sensibilizzazione breve (minimo due ore estensibili fino a otto ore) viene di solito attuato da due persone, una esperta di problematiche ambientali e uno psicologo esperto di educazione socioaffettiva e metodologie empowering.
Un intervento di sensibilizzazione prevede quattro fasi. Nella prima, i due formatori si presentano e raccontano come sono diventati attivisti ambientali: questo serve per creare un clima di fiducia e curiosità, cruciale per stimolare l’interesse verso i cambiamenti climatici. Nella seconda fase, l’esperto ambientalista spiega i concetti chiave del cambiamento climatico e illustra vari aspetti della crisi ambientale in atto. Nella terza lo psicologo facilita l’individuazione e il riconoscimento delle emozioni negative e positive suscitate dal cambiamento climatico, con esercitazioni individuali, di coppia e di piccolo gruppo. Nella fase finale si esplora cosa possono fare i partecipanti come singoli, come classe e come scuola se sono studenti, o come gruppo se appartengono ad altre organizzazioni. Inoltre si esaminano quali movimenti ambientalisti si possono contattare.

Voglia di fare

Questa metodologia sembra suscitare una grande varietà di emozioni, sia negative che positive, e aumenta “la voglia di fare qualcosa”. È urgente cogliere questo attimo fuggente, in cui dopo il coronavirus, molti hanno “la voglia di fare qualcosa”, e tanti sono più disponibili a perseguire il bene collettivo, affidandosi a una maggiore leadership medica e scientifica. Se perdiamo questo slancio, potremmo ritrovarci a seguire di nuovo strade vecchie. Concordo sul fatto che questo momento richieda cambiamenti radicali, come ad esempio quello proposto dalle economiste olandesi, compreso un’alternativa al PNL e un’economia basata sulla ridistribuzione (Feola, 2020). Tuttavia, è probabile che tali cambiamenti radicali non siano accettati nell’attuale situazione italiana e il pericolo è che non si riesca neanche ad accelerare la mitigazione del riscaldamento climatico come richiesto dai giovani di Fridays For Future (FFF, 2020).

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