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Agricoltura sociale: verso un nuovo modello socio-economico

Il concetto di agricoltura multifunzionale è stato introdotto per la prima volta nel 1992 durante l’Earth summit di Rio de Janeiro per poi essere ripreso all’interno della discussione relativa alla politica agricola comune dell’Unione Europea e finire all’interno del pacchetto di riforme, approvate nel 1999, noto come Agenda 2000.

Dal momento della sua apparizione si è sentito sempre più spesso parlare dell’importanza della multifunzionalità dell’agricoltura come strumento di crescita equa e sostenibile. L’idea di fondo è che, al di là della propria funzione primaria (quella dunque di produrre beni alimentari), compito dell’agricoltura sia quello di svolgere attività secondarie che siano connesse a quelle strettamente agricole ma che abbiano nuove finalità.

Una delle più rilevanti tra queste finalità è quella di creare inclusione sociale per i soggetti che maggiormente corrono il rischio dell’emarginazione, dunque persone con disabilità, ex detenuti, immigrati o, genericamente, individui con disagi sia di carattere economico che psicofisico. Di tutte queste questioni si occupa la cosiddetta agricoltura sociale attraverso le fattorie sociali.

Una fattoria sociale è un luogo che soddisfa allo stesso tempo più bisogni, un’impresa che svolge la tradizionale attività produttiva integrandola con l’offerta di servizi educativi, assistenziali, formativi e occupazionali rivolti per l’appunto ai soggetti più deboli e lo fa attraverso la collaborazione con le istituzioni e con il mondo del terzo settore.

Le prime esperienze di agricoltura sociale prendono vita nel Nord Europa dove, ormai, quella delle fattorie sociali è divenuta una realtà consolidata, tanto che in Paesi come Olanda e Norvegia è il sistema sociosanitario stesso che, riconoscendo le finalità terapeutiche e l’utilità in termini di integrazione e di formazione lavorativa di queste pratiche, si occupa di stanziare i fondi necessari all’avvio e al mantenimento di questo tipo di progetti.

Lo stato delle cose

In Italia le prime proposte di agricoltura sociale risalgono agli inizi degli anni Settanta; si trattava perlopiù di iniziative dal carattere informale, legate alla volontà di qualche privato cittadino e non regolate da alcuna normativa. Il crescente interesse nei confronti di questa nuova dimensione agricola ha fatto sì che, a partire dal 2004, tredici Regioni introducessero proprie norme inerenti le pratiche di agricoltura sociale e, successivamente, con la legge 141 del 18 Agosto 2015, l’Italia si dotasse di una normativa nazionale atta a promuovere iniziative di agricoltura sociale, definendone pratiche e finalità, delineando le figure coinvolte nell’esercizio di tali attività ed istituendo un osservatorio nazionale (OAS) per monitorare e studiare questo fenomeno al fine di creare delle linee guida utili per l’incentivazione di nuovi progetti, spesso ostacolati proprio dall’assenza di criteri omogenei per il riconoscimento delle imprese, e per il monitoraggio e la valutazione delle attività svolte.

La volontà di integrare l’ambito agricolo e quello sociale ha poi trovato un ulteriore riscontro nella firma, nell’Aprile del 2016, del Protocollo di intesa tra il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali il cui scopo era quello di realizzare progetti di servizio civile “volti a promuovere lo svolgimento di attività inerenti tematiche sociali, ambientali e alimentari, legate all’agricoltura” conformi con gli obiettivi promossi dalla legge promulgata l’anno precedente.

Nonostante manchi ancora nel nostro Paese una coscienza diffusa sull’importanza della multifunzionalità dell’agricoltura, il fenomeno dell’agricoltura sociale sembra essere in costante ascesa. Secondo le stime fornite dal primo rapporto Coldiretti sull’agricoltura sociale, presentato a Torino lo scorso 17 settembre, in Italia il numero delle fattorie sociali è passato dalle 1.300 rilevate nel 2013 alle circa 9.000 individuate nel 2019 (il 52,4% delle quali si concentra nel Nord Italia) e vede impiegate 40.000 persone che, attraverso il lavoro svolto, non solo hanno visto concretamente migliorare la qualità della propria vita, ma sono state anche in grado di generare un valore economico utile al Paese.

Sempre più imprese agricole, dunque, si dimostrano interessate a dar vita a nuovi contesti di accoglienza e di inclusione socio-lavorativa attraverso la creazione di percorsi pensati appositamente per trasformare le persone svantaggiate da beneficiarie passive di servizi assistenziali e soggetti attivi e dunque partecipi della società in cui vivono.

Valore terapeutico

Risale al 2017 un interessante studio condotto dal Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’Analisi dell’economia agraria (CREA), nell’ambito della Rete Rurale Nazionale, che per la prima volta tenta di restituire un’immagine organica della situazione dell’agricoltura sociale nel nostro Paese. L’indagine, seppur condotta su dati ancora parziali, rappresenta infatti un grande passo in avanti nell’ambito della conoscenza di questo genere di attività e costituisce un’importante base di partenza per numerose altre ricerche utili ad incoraggiare nuove iniziative di agricoltura sociale.

Particolare attenzione è rivolta all’analisi del valore terapeutico-riabilitativo e della concreta opportunità di inserimento socio-lavorativo che le fattorie sociali costituiscono per le persone con disabilità. L’indagine, condotta su un campione di 1197 tra imprese agricole, enti pubblici e cooperative sociali distribuiti sul territorio nazionale, ha infatti rilevato come in Italia il numero di persone con disabilità coinvolte in progetti di agricoltura sociale sia circa 2.039. Si tratta soprattutto di persone con disabilità intellettiva e dello spettro autistico che si inseriscono all’interno di questi contesti con lo scopo di imparare un mestiere. Secondo i dati elaborati dal CREA, ben 791 di queste persone hanno un contratto stabile all’interno delle aziende agricole ed il 65% di esse ha un rapporto di lavoro continuativo con mansioni che riguardano prevalentemente la raccolta dei prodotti e le cure colturali.

Lo studio ha consentito non solo di evidenziare le conseguenze che l’incontro tra persone con disabilità e mondo agricolo ha sul piano strettamente lavorativo ma ha fornito interessanti riscontri anche sul valore terapeutico dell’agricoltura sociale.

Già la tipologia di attività in cui si trovano principalmente coinvolti gli individui con disabilità chiarisce uno degli aspetti fondamentali del valore terapeutico che questo genere di progetti possiede: le persone con disabilità, infatti, attraverso la cura rivolta a piante e animali hanno la possibilità di stabilire relazioni a tutto tondo con l’ambiente ma anche con le persone con cui si trovano a lavorare in sinergia. Non solo: la possibilità di osservare direttamente il ciclo vitale, di toccare con mano il frutto del proprio impegno, che si concretizza con la raccolte dei prodotti o con la crescita degli animali di cui si sono presi cura, favorisce un aumento dell’autostima e del senso di autonomia e consente al soggetto di invertire i ruoli; le persone coinvolte, spesso abituate ad essere oggetto passivo di cure, diventano per la prima volta soggetti attivi, sono loro a dare le cure, loro i responsabili delle proprie azioni, gli artefici del futuro proprio e dell’ambiente di cui si stanno prendendo cura.

Tutto questo, anche quando non esiste una possibilità concreta di inserimento lavorativo (come accade ad esempio nei casi di disabilità grave) favorisce, come è evidente, l’inclusione sociale grazie ad una partecipazione attiva che porta un enorme benessere nella vita di queste persone.

I risultati di questa ricerca sembrano inoltre confermare gli enormi vantaggi che l’agricoltura sociale è in grado di apportare non solo in termini di inclusione attiva delle persone con disabilità ma anche in termini schiettamente economici. L’abbandono di un sistema assistenzialista, spesso tanto costoso quanto inefficace, in favore di politiche di agricoltura sociale significa costruire un nuovo modello di welfare in cui gli individui smettono di essere oggetti passivi di assistenza ed iniziano ad essere promotori di sviluppo economico e sociale, dunque risorse concrete per la propria comunità.

Per fare in modo che sul territorio fioriscano sempre nuovi progetti di agricoltura sociale è necessario innanzitutto superare alcune criticità che attualmente costituiscono un enorme ostacolo per la nascita e la sopravvivenza delle fattorie sociali. Si tratta prevalentemente di problematiche legate alla scarsità di risorse finanziare ma anche ad una difficoltà, riconosciuta da circa il 70% dei soggetti presi in considerazione nello studio condotto dal CREA, di formare una rete che unisca le aziende agricole ai servizi pubblici presenti sul territorio. Contemporaneamente sarebbe utile sia avviare dei percorsi formativi standardizzati e riconosciuti a livello nazionale, meglio ancora europeo, per coloro i quali intendono operare all’interno di questi contesti sia creare dei programmi di ricerca europei utili a quantificare il fenomeno delle fattorie sociali e ad identificare dei parametri unificati di valutazione dei miglioramenti ottenuti dalle persone coinvolte in percorsi di agricoltura sociale.

Sopra ogni altra cosa, probabilmente, occorrerebbe insegnare l’importanza e l’utilità dell’agricoltura sociale, a partire dal mondo della scuola, affinché il cambiamento passi dalla coscienza individuale e collettiva ancor prima che dalle normative.

Martina Annibaldi
Martina Annibaldi
Giornalista, filologa, insegnante. Negli anni si è occupata di raccontare gli interessi delle mafie intorno al settore agroalimentare e i risvolti positivi legati alle pratiche di agricoltura sociale.

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