Stiamo imballando il Pianeta
cropped view of woman holding globe in plastic clear bag on blue background

Acquistare online, soprattutto in tempo di pandemia, è diventato per molti di noi un gesto abituale, quasi quotidiano. Comodamente seduti sulla poltrona di casa abbiamo la possibilità di acquistare di tutto, dagli elettrodomestici agli indumenti, basta un clic e, talvolta anche in meno di 24 ore, il nostro pacco ci viene recapitato a domicilio. Una comodità unica, a cui sembra diventato quasi impossibile rinunciare.

Ma è tutto oro quel che luccica? Decisamente no.

Accantonando per un momento il seppur grave problema dei danni economici che gli acquisti online di massa stanno causando a tanti piccoli commercianti, resta aperta un’altra questione: qual è l’impatto ambientale di una diffusione sempre più ampia dell’e-commerce?

Per rendercene conto basta dare un’occhiata al rapporto appena pubblicato da Oceana, un’organizzazione no profit che si occupa della salvaguardia degli oceani che ha analizzato l’impatto in termini di produzione di rifiuti in plastica della più grande multinazionale del commercio online: Amazon.

I dati sono a dir poco allarmanti: secondo le stime fornite da Oceana, nel 2019 la compagnia fondata da Jeff Bezos avrebbe utilizzato circa 211 milioni di chili di plastica per imballare i 7 miliardi di pacchi consegnati nel corso dell’anno; di questi 211 milioni di chili, circa 10,18 sarebbero finiti direttamente in acqua causando danni enormi agli ecosistemi marini. Basti pensare che sono 900 le diverse specie marine che ingeriscono le circa 15 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono in mare, particolarmente tragica è la situazione degli uccelli marini, il 90% dei quali risulta aver ingerito plastica.

In sostanza la plastica prodotta dalla sola Amazon durante lo scorso anno basterebbe ad avvolgere circa 500 volte la circonferenza della Terra.

La multinazionale, come prevedibile, smentisce i numeri forniti da Oceana che, secondo quanto dichiarato al sito The Verge, sarebbero stati pompati almeno del 350%. La questione, anche nel caso in cui Amazon dichiarasse il vero, resterebbe comunque invariata: 52.000 tonnellate l’anno di plastica (questa la cifra che il colosso statunitense ha dichiarato) sono comunque un numero smisurato di rifiuti che potrebbero, e dovrebbero, essere eliminati attraverso un ripensamento dei sistemi di imballaggio.

Una possibile soluzione era stata identificata nell’uso della plastica biodegradabile, direzione nella quale si è mossa, ad esempio, la Cina attraverso il progetto di costruzione di nuovi impianti per produrre questo materiale; tuttavia anche questa pare essere una soluzione non del tutto efficace per un problema di così vasta scala. Secondo una studio elaborato da Greenpeace, infatti, neanche la plastica biodegradabile è realmente in grado di decomporsi autonomamente e, anzi, le pratiche di decomposizione spesso si sono rivelate altrettanto inquinanti.

Una via percorribile parrebbe essere quella già avviata in India dove, a partire dallo scorso 29 Giugno, la stessa Amazon si è impegnata a eliminare la plastica monouso; la decisione, estesa da ieri anche ai clienti della piattaforma nell’Unione Europea, in Gran Bretagna e in Turchia (in anticipo rispetto alla data fissata dalla direttiva UE 2019/904, che aveva indicato Luglio 2021 come data di attuazione delle limitazioni alla plastica monouso) argina a monte il problema relativo al riciclo; problema centrale se si pensa che a livello globale solo il 9% della plastica viene riciclata e che, per quanto riguarda nello specifico Amazon, solo l’1,67% dei clienti con abbonamento Prime ha dichiarato di smaltire correttamente la plastica degli imballaggi.

Quel che è certo è che occorre un drastico e repentino ripensamento dei materiali utilizzati per le spedizioni, a maggior ragione a fronte del crescente aumento degli acquisti effettuati online, che già per il 2020 comporteranno certamente un ulteriore incremento della quantità di rifiuti in plastica (è sufficiente in questo senso tener conto del fatto che Amazon, in tempo di Covid-19, ha visto i suoi ricavi aumentare del 40%).

Studiare, dunque, nuovi modi per imballare e continuare nel percorso di eliminazione della plastica monouso: sono queste le prime sfide a cui Amazon, ma anche gli omologhi minori, deve rispondere quanto prima non solo a parole, come ha già fatto, ma con azioni concrete volte a tutelare non più soltanto il profitto ma anche il Pianeta.

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