Un’apicultrice maya
Leydy Pech Martín está rodeda de la flor de tajonal, para ella es muy simbólico pues es una fuente de nectar y polen para las abejas y los insectos polinizadores de la región. A través de la conservación de apicultura tradicional maya, Leydy lucha contra empresas trasnacionales y por el respeto de los derechos de la mujer maya, por un medio ambiente sano.

Le api sono sempre state parte integrante della vita di Leydy Pech. L’apicultura è infatti un’attività estremamente importante nella cultura Maya e diffusa in tutto il Centroamerica, con origini radicate in tradizioni anteriori all’arrivo degli Spagnoli e degli Europei nella regione. Il particolare tipo di ape utilizzata nell’apicultura locale, la Melipona beecheii, è chiamata (con alcune variazioni fonetiche regionali) nelle lingue Maya Xunáan kab, letteralmente “signora del miele”, ed è un particolare tipo di ape senza pungiglione. Leydy Araceli Pech Marín fino all’inizio degli anni Duemila era principalmente un’apicultrice di origine Maya della comunità di Ich Ek, situata nel municipio di Hopelchén nello stato di Campeche, in Messico. Dal 2000, però, le cose cambiano. L’apicultura tradizionale Maya, già minacciata dall’introduzione di Apis mellifera nella regione, è messa sotto pressione dall’utilizzo a larga scala di diserbanti e pesticidi che rompono il delicato equilibrio necessario per l’apicultura tradizionale e che sembrano avere effetti dannosi sulla vita delle “signore del miele”. Leydy Pech si vede costretta a diventare una vera e propria attivista e a ingaggiare una serie di battaglie coronate da vittorie legali straordinarie contro lo Stato messicano e la multinazionale Monsanto e che la porteranno, quest’anno, a vincere il prestigioso Premio Goldman, consegnato ogni anno ad ambientalisti di tutto il mondo. Nel corso delle sue battaglie, gli sforzi di Leydy Pech e del Colectivo de Comunidades Mayas de los Chenes hanno portato a denunciare attività illegali e le conseguenze ambientali di politiche agricole mirate al profitto e senza riguardo dei potenziali tremendi danni sulle popolazioni e sugli ecosistemi locali.

La storia di una lotta che comincia vent’anni fa

All’inizio degli Anni Duemila il governo messicano autorizzò la multinazionale Monsanto a coltivare soia geneticamente modificata in Messico. Queste attività aumentarono in scala e in intensità negli anni successivi, fino a quando nel 2012 lo stesso governo messicano autorizzò il disboscamento di vasti terreni incontaminati per far posto alla coltivazione di soia geneticamente modificata, cui furono destinati circa 235,500 ettari in sei stati della confederazione messicana. Tra questi sei, proprio Campeche, lo stato dove si trova Hopelchén. Leydy Pech e altre apicultrici, vedendo quello che stava succedendo attorno a loro, si trasformarono in poco tempo da apicultrici in vere e proprie attiviste e conservatrici della natura. In particolare, Leydy Pech diventò una figura di spicco nel panorama ambientalista messicano, facilitando e guidando l’azione congiunta di gruppi comunitari e ambientalisti uniti nel combattere il disboscamento massivo e l’utilizzo di diserbanti a larga scala. Con l’appoggio del governo, infatti, la multinazionale Monsanto stava sperimentando il nuovo tipo di soia OGM, chiamata “Roundup Ready” perché resistente al diserbante Roundup. Il collettivo di Leydy lanciò una campagna contro queste azioni dello Stato messicano e di Monsanto, campagna che presto si trasformò in un movimento pubblico a scala nazionale. Rapidamente l’azione legale coordinata e sostenuta dal movimento guidato da Leydy Pech e da altre donne del Colectivo de Comunidades Mayas de los Chenes portò alla scoperta che il governo messicano aveva a tutti gli effetti compiuto un’azione illegale nell’autorizzare Monsanto alla coltivazione della soia OGM, e all’utilizzo a larga scala di diserbanti pericolosi per la salute dell’uomo e degli ecosistemi locali. In Messico, infatti, esiste una legge per cui lo Stato prima di intraprendere o fare intraprendere azioni che possano essere pericolose per le popolazioni indigene nei loro territori, deve richiedere l’autorizzazione delle popolazioni indigene stesse. E in questo caso nessuna autorizzazione fu richiesta e nessuna autorità indigena fu contattata per autorizzare Monsanto a piantare soia OGM e a usare erbicidi pericolosi per la salute umana.

Leydy Pech e altre donne Maya coinvolte nella lavorazione del miele delle api di tipo Melipona beecheii (nelle lingue Maya: Xunáan kab). Fonte: Goldman Environmental Prize.

Una sentenza storica

Nel 2015, dopo un’aspra battaglia legale, la Corte Suprema del Messico sentenziò che il governo messicano aveva effettivamente compiuto un’azione illegale nel permettere a Monsanto la coltivazione della soia OGM nei terreni vicini a quelli occupati dalle popolazioni Maya. Pertanto, il permesso a Monsanto di utilizzare soia OGM ed erbicidi a larga scala fu sospeso fino a quando le popolazioni indigene non avrebbero dato il loro benestare. Fu una sentenza storica, che dimostrò come la lotta collettiva di un movimento che parte dal basso poteva raggiungere risultati eclatanti anche quando si trovava di fronte il governo e una multinazionale come Monsanto. Jorge Fernández, avvocato di Equipo Indignación (NGO messicana che si batte per i diritti umani) e che seguì da vicino la lotta del Colectivo e di Leydy, dichiara sul sito della NGO che: “questo trionfo diede impulso ad altre comunità a dire: sì, possiamo organizzarci per combattere contro politiche pubbliche che ci colpiscono”. Per Leydy Pech, però, più che di una vittoria si trattò di un punto di partenza di una nuova lotta. Nel video a lei dedicato pubblicato sul sito del Premio Goldman, Leydy Pech dice: “Fu una vittoria del popolo Maya, però allo stesso tempo sentii che la lotta è appena cominciata. La semina di soia transgenica non terminò, viviamo in un Paese di impunità, di corruzione”. Con questo trionfo alle spalle, la comunità di Leydy Pech continuò con ancora più forza e convinzione negli anni seguenti a sostenere i diritti delle comunità Maya e a denunciare piantagioni illegali di soia transgenica e l’eccessivo utilizzo di pesticidi. Nel 2017, il governo messicano revocò del tutto il permesso a Monsanto (ora di proprietà della Bayer) di coltivare soia transgenica in sette stati della confederazione messicana, tra cui Campeche. La continua negligenza da parte di Monsanto dell’applicazione di adeguati sistemi di biosicurezza per il contenimento dei danni apportati a persone e all’ambiente (gli erbicidi basati sul glifosato come il Roundup sono pericolosi in quanto possono ridurre la biodiversità dei territori adiacenti alle coltivazioni) aprirono la strada a un’altra storica sentenza del 18 agosto 2020, in cui il Tribunale Federale messicano confermò la revoca a Monsanto del permesso dell’uso di soia geneticamente modificata.

Leydy Pech e altre donne Maya coinvolte nella lavorazione del miele delle api di tipo Melipona beecheii (nelle lingue Maya: Xunáan kab). Fonte: Goldman Environmental Prize.

Un riconoscimento per la protezione della natura

Pech dice di non definirsi una vera e propria “attivista”, ma che preferisce pensare a se stessa come protettrice dell’ambiente. Dice infatti a Mongabay: “A me, come donna, hanno insegnato a prendermi cura delle cose, a proteggere”. Per questo motivo, dice, quando vide come l’ambiente e gli ecosistemi attorno lei erano sfruttati e distrutti, le sembrò naturale intraprendere un cammino che la portò a diventare una protettrice dell’ambiente minacciato. Fu dunque una reazione al disboscamento massivo e alla riduzione della biodiversità locale a una velocità mai vista prima a spingere Leydy Pech a lottare per conservare la natura. Nel solo 2019 lo stato di Campeche ha perso oltre 53.000 ettari di bosco naturale e incontaminato, secondo i dati di Global Forest Watch. È una tendenza tragicamente comune a molte regioni dell’America Latina, dal Brasile e al Sudamerica, fino al Centroamerica e al Messico. Nel vicino Guatemala (altro Paese dove le comunità Maya spesso si trovano a lottare contro megaprogetti, attività estrattive e contro l’industria agricola per la difesa del territorio) oltre il 35% della superficie forestale è andata perduta per disboscamento. Per quanto riguarda il municipio natale di Leydy Pech, Hopelchén, la perdita di boschi per deforestazione è anche qui enorme: la regione ha perso oltre il 20% della copertura forestale nel ventennio 2000-2019 rispetto alla copertura forestale del 2000. E sono proprio queste regioni a sperimentare i terribili impatti che la deforestazione provoca. Nel mese di novembre, infatti, il Centroamerica infatti ha dovuto fare i conti con la devastazione arrecata da due uragani che hanno colpito la regione in rapidissima successione – gli uragani Eta e Iota. La furia distruttrice delle due tempeste tropicali si è abbattuta soprattutto su Nicaragua, Honduras e Guatemala, ma anche in Campeche, e in particolare a Hopelchén, i danni sono stati terrificanti. Complice la diminuita copertura boschiva che avrebbe potuto aiutare a proteggere il territorio dalle inondazioni causate dagli uragani, soprattutto nella zona costiera, migliaia di famiglie hanno visto i loro villaggi allagati e i loro mezzi di sussistenza distrutti. Secondo Pech: “Questo che ci è successo ha un’origine, la deforestazione” e con essa le modifiche apportate dalla conversione a larga scala della terra in terreni agricoli, con gli annessi cambi nel complesso bilancio idrico di una penisola come lo Yucatán. Sempre su Mongabay, Pech dice che in realtà non le piace parlare solo di deforestazione, perché la parola le sembra un poco sminuire quello che sta succedendo: in realtà non si tratta solo della perdita degli alberi, ma anche degli impatti che la deforestazione ha sulle falde acquifere e sulla scomparsa delle specie di animali. E sulla perdita dell’identità delle comunità locali.

La difesa della natura come difesa dell’identità culturale

Con la perdita della biodiversità con la deforestazione, sostiene Pech, si perdono anche conoscenze ancestrali legate allo stretto contatto che le popolazioni Maya hanno con la natura. La lotta che stanno portando avanti comunità come quella del Colectivo de Comunidades Mayas de los Chenes sono tanto per conservare la biodiversità quanto per mantenere la propria identità culturale. Proprio questo motivo spinge Pech e le altre donne che guidano il movimento a iniziare un lavoro che possa coinvolgere le nuove generazioni nella lotta e nel movimento, perché queste possano formare un sentimento di appartenenza e di attaccamento al territorio, alla natura minacciata, e alla cultura ancestrale. A differenza di un tempo, infatti, nel mondo moderno il collegamento della società con la natura diventa sempre più distante, a causa dell’urbanizzazione e della degradazione dell’ambiente naturale. Per questo, l’obiettivo ultimo di Leydy Pech e delle sue compagne è quello di creare un modello di sviluppo diverso da quello che le comunità di Hopelchén vedono “imposto dall’alto”. La costruzione di megaprogetti per il turismo e l’espansione dell’industria agraria e dell’industria energetica, infatti, portano inevitabilmente a un’accelerazione nel disboscamento massivo della regione, con la foresta (la Selva Maya, la seconda foresta tropicale più grande del continente) sacrificata sull’altare dello “sviluppo”. Sacrificio che però porta Leydy Pech a chiedersi: “Lo sviluppo, ma per chi? I progetti […] non sono i nostri progetti. Sono progetti che arrivano, si impongono, provocano squilibrio, e alla fine anche più povertà e perdita di conoscenza”. Come alternativa Pech propone uno sviluppo che venga dal basso, che porti a coinvolgere gli appartenenti alle comunità locali in un processo di sviluppo decentrale che possa essere sostenibile anche nel futuro, e che permetta alle comunità locali di fronteggiare agli effetti catastrofici del cambio climatico.

Il premio Goldman: una vittoria contro la discriminazione e per un nuovo tipo di sviluppo sostenibile

Leydy Pech non è l’unica beneficiaria del premio. Il Premio Goldman è uno dei più importanti premi assegnati per il cosiddetto “ambientalismo di base”, o grassroot environmentalism, che ricompensa ogni anno le attività e gli sforzi di sei attivisti in tutto il mondo, uno per regione geografica – Nordamerica, Sudamerica e Centroamerica, Isole e Nazioni Isolane, Asia, Europa e Africa. Gli altri beneficiari del premio quest’anno sono stati:

  • Chibeze Ezekiel (Ghana) per la sua battaglia vinta contro il governo del suo Paese per fermare la costruzione di una centrale a carbone.

  • Kristal Ambrose (Bahamas) fondatrice del Bahamas Plastic Movement, per il coinvolgimento di giovani attivisti che hanno portato il governo delle Bahamas a bandire le borse di plastica usa e getta.

  • Lucie Pinson (Francia) per la sua battaglia che ha portato le tre più grandi banche di Francia a terminare i finanziamenti per i progetti basati sul carbone.

  • Paul Sein Twa (Myanmar) per le attività che hanno portato alla fondazione di un “peace park” comunitario di oltre 1.35 milioni di acri nel bacino del fiume Salween, con il duplice obiettivo di preservare l’ambiente e la cultura Karen.

  • Nemonte Nequimo (Equador) per le battaglie che hanno portato a proteggere oltre 500.000 acri della foresta Amazzonica e del territorio degli Waorani dall’estrazione di petrolio.

In Messico come in tutto il Centroamerica le popolazioni di etnia Maya e indigene sono ancora oggi oggetto di discriminazione e razzismo. Anche per questo la vittoria di Leydy Pech contro le imposizioni dello Stato centrale hanno una valenza particolarmente rilevante (come le azioni della vincitrice del Premio per il Sudamerica Nemonte Nequimo, di etnia Waorani, e del vincitore per l’Asia, Paul Sein Twa, di etnia Karen). A tal proposito, nel suo forte discorso di accettazione del Premio, Leydy Pech dice: “Oggi è un giorno storico per il popolo Maya […]. Ringrazio l’organizzazione Goldman per riconoscere il lavoro organizzato delle comunità Maya di Hopelchén in difesa del loro territorio. Il premio mi dà l’opportunità di dire al mondo che le terre delle popolazioni indigene sono oggetto di spoliazione a causa dell’imposizione di megaprogetti, dell’estrattivismo, dell’agroindustria, del turismo e di altri progettie, che rinforzano un modello capitalista e che colpiscono le risorse naturali e i nostri mezzi di sussistenza. Richiamo tutti i governi e i leader mondiali a ripensare a modelli di sviluppo più olistici, che rispettano e riconoscano i diritti umani, l’autonomia, la libera determinazione dei popoli indigeni e il patrimonio ancestrale”.

           

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