Taglio delle emissioni del 55%
Air pollution from a factory

Sono passati 5 anni da quando i leader mondiali riuniti a Parigi, nell’ambito della COP25, firmavano trionfanti l’Accordo di riduzione delle emissioni di gas serra, il primo trattato veramente globale dopo quello di Kyoto del 1997 che gli Stati Uniti non firmarono mai.

Quelle immagini di sorrisi e speranze però, sembrano oggi lontane decenni, travolte dall’onda populista e negazionista sul clima, vittoriosa in molte parti del mondo. Cinque anni sono passati e poco è stato fatto; le emissioni di CO2 sono aumentate così come gli eventi climatici catastrofici, causati da un’accelerazione del surriscaldamento globale confermata dalla comunità scientifica internazionale.

In questo scenario, la decisione del Consiglio europeo del 10 dicembre scorso, che innalza al 55% l’obiettivo dei 27 Stati membri di riduzione delle emissioni al 2030 rispetto al 1990, è un segnale importante, che va letto “in combinato disposto”, per usare un’espressione giuridica, con la vittoria di Biden negli Usa e il recente annuncio cinese di azzerare le emissioni al 2060.

Ci sono senza dubbio buoni motivi per essere contenti della decisione presa dai Capi di Stato. L’Europa conferma e rafforza la sua leadership globale sul tema dei cambiamenti climatici, una scelta quasi obbligata per consentire all’industria europea di rimanere competitiva nel sempre più aspro mercato globale. L’obiettivo, vincolante per l’Unione europea nel suo insieme, chiarisce che indietro non si torna più, l’era delle fonti fossili in Europa ha gli anni contati e questo è un fatto epocale per il Continente che grazie al carbone ha inventato la prima rivoluzione industriale.

Tutto bene dunque? Non proprio. E’ bene essere franchi: la riduzione delle emissioni del 55% in Europa non fermerà i cambiamenti climatici in corso. La verità è che per contenere al di sotto di 1,5 gradi l’aumento medio globale delle temperature, come richiesto dall’accordo di Parigi del 2015, bisognerebbe azzerare, letteralmente, tutte le emissioni entro i prossimi 15 anni, siamo pronti?

Altro aspetto discutibile: l’accordo raggiunto dai 27 è chiaramente frutto di un compromesso. Il Parlamento europeo infatti, aveva chiesto di approvare una riduzione del 60% delle emissioni al 2030, obiettivo ostacolato da Ungheria e Polonia in primis che sono riusciti nell’intento di ridurlo al 55%, ma anche nell’obiettivo di indicare espressamente nel gas metano la fonte di transizione verso un’economia decarbonizzata. In ultimo, il diavolo che si nasconde nel dettaglio: l’obiettivo del 55% di riduzione è si vincolante ma per l’Europa nel suo complesso, non per ciascuno dei 27 Stati Membri. Questo in pratica vuol dire che molti Stati membri, a partire da quelli dell’Est Europa, potranno “beneficiare” di obiettivi nazionali meno ambiziosi del 55%, perché saranno compensati da Paesi più virtuosi, Francia, Germania, Italia e Spagna, che raggiungeranno e probabilmente supereranno l’obiettivo del 55%.

Stabilire l’obiettivo del 55% per ciascun Stato membro avrebbe comportato aumentare quello complessivo ben oltre il 60%, una scelta forse difficile in questo momento ma che definire obbligata non sarebbe sbagliato vista l’emergenza climatica in corso. Infine, quel 55% sarà “al lordo” degli assorbimenti di CO2 che boschi e foreste europee garantiranno nei prossimi anni, artificio burocratico che abbasserà di circa il 2% l’effettiva riduzione di emissioni rispetto al 1990.

Una volta digeriti gli aspetti negativi della decisione europea, rimane però la svolta impressa alle politiche climatiche dei 27 Stati membri dal nuovo obiettivo di riduzione al 2030. Prendiamo l’Italia ad esempio: per conseguire i nuovi obiettivi saremo obbligati a spingere sull’acceleratore dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, bloccate dall’inerzia di una burocrazia assurda che finalmente dovrà fare i conti con se stessa. Insomma, pur con tutti i limiti del caso, l’Europa c’è e ancora una volta ha confermato l’importanza del percorso di unificazione, in barba ai populismi di destra e di sinistra.

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